venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La Finanza creativa e Prodi
‘terminator’ di Mediobanca
Pubblicato il 17-07-2015


Enrico_Cuccia

Enrico Cuccia

Il libro recente di Giorgio La Malfa, “Cuccia e il segreto di Mediobanca”, offre agli italiani l’occasione per riflettere sulle capacità previsionali straordinarie di un uomo, Enrico Cuccia, che con largo anticipo ha saputo prevedere quanto sarebbe accaduto al nostro Paese con l’“apertura” alle idee del neoliberismo, complice la responsabilità di molti personaggi che ancora circolano in Italia riveriti come fossero “salvatori della Patria.

Cuccia si era formato all’IRI, dove aveva lavorato dal 1934 al 1938 a stretto contatto con Alberto Beneduce e Donato Menichella; a quell’epoca l’Istituto per la Ricostruzione Industriale era impegnato a risolvere il problema delle “banche miste”, cioè di quelle banche che, nei decenni precedenti, avevano praticato il credito commerciale e contemporaneamente quello finanziario, portando il Paese, dopo il primo conflitto mondiale, a una situazione di crisi generalizzata, originata dalla immobilizzazione del sistema bancario; ciò rendeva impossibile finanziare la riconversione delle imprese coinvolte nello sforzo bellico, che risultavano determinanti per il rilancio della crescita del sistema economico nazionale. È nella temperie di questa esperienza che nasce l’idea di un istituto di credito con le caratteristiche di Mediobanca.

Baneduce era del parere che i problemi che affliggevano l’economia italiana tra le due guerre fossero da imputarsi alla commistione del credito commerciale con quello finanziario praticato dalle cosiddette “banche miste”; in tale commistione dovevano essere rinvenuti “i germi delle crisi bancarie di cui l’Italia aveva fatto ripetutamente esperienza fin dagli inizi della rivoluzione industriale”. La soluzione doveva pertanto essere trovata nella netta separazione delle due forme di attività finanziaria: le banche commerciali dovevano limitare la loro attività al settore del credito a breve termine, mentre altri istituiti specializzati dovevano dedicarsi alla raccolta del risparmio vincolabile, per periodi di tempo più lunghi, al fine di poterlo destinare al finanziamento degli investimenti industriali.

Per questi motivi, negli anni Trenta, per iniziativa di Beneduce, il problema della crisi delle banche commerciali immobilizzate è stato risolto alleggerendole delle partecipazioni azionarie in loro possesso; ciò però lasciava aperta la questione del come far fronte ai finanziamenti di medio e lungo termine delle imprese industriali. A questo scopo, Beneduce aveva creato nel 1931 l’Istituto Mobiliare Italiano (IMI), che avrebbe dovuto, affiancandosi ad altri istituti specializzati, come il Crediop, l’Icipu e l’Istituto per il credito navale, già operanti nel sostegno degli investimenti a medio e lungo termine, senza però convogliare il risparmio verso il rafforzamento dei mezzi propri delle imprese. A tale esigenza era necessario provvedere per il tramite di istituti particolari, unicamente orientati a soddisfare la domanda di investimenti azionari preliminari alla diffusione delle azioni presso i risparmiatori. In altre parole – afferma La Malfa – per “creare istituti che raccogliessero l’eredità della banca mista, senza ripeterne gli errori. Ma di questi ultimi [istituti] non vi era traccia nel sistema finanziario italiano”.

Libro_La_MalfaLa compartimentalizzazione del credito promossa da Beneduce era stata resa necessaria per porre fine alla crisi delle banche miste, ma la riorganizzazione del sistema del credito che ne era seguita aveva privato il sistema industriale italiano del supporto che esso aveva avuto, dall’inizio della rivoluzione industriale, dopo il conseguimento dell’Unità, e per tutto il primo trentennio del secolo scorso, da parte delle banche miste, che avevano accompagnato e sorretto, con finanziamenti e partecipazioni azionarie, la crescita degli investimenti. Considerata la tradizionale fragilità del mercato dei capitali e la difficoltà per le imprese di reperire i capitali per il potenziamento dei loro mezzi propri, era rimasta inevasa l’urgenza di creare un istituto speciale, in grado di svolgere, sia la funzione del finanziamento a medio e lungo termine, sia quella dell’“investimento azionario diretto nel capitale delle imprese”. Mediobanca è apparsa lo strumento col quale, nel secondo dopoguerra, era possibile, non solo colmare il “vuoto” lasciato dalla sistemazione bancaria degli anni Trenta, ma anche rafforzare le possibilità per le imprese di acquisire la disponibilità dei capitali necessari per affrontare la ricostruzione e la crescita ulteriore del sistema industriale italiano.

Mediobanca è divenuta così, come afferma La Malfa, “uno dei protagonisti principali delle storia economica italiana in tutte e tre le fasi del secondo dopoguerra: la ricostruzione fra il 1946 e il 1950, il ventennio del miracolo economico fra il 1950 e il 1970 e la lunga fase del rallentamento prima e di declino poi, iniziata negli anni Settanta”. Il protagonismo dell’Istituto è però indissolubilmente connesso alla figura singolare dell’uomo che, dopo la sua costituzione nel 1946, è stato nominato, da subito, suo direttore generale: Enrico Cuccia. Questi, tre anni dopo, nel 1949, è entrato a far parte del Consiglio di amministrazione del nuovo Istituto bancario, divenendo, in base allo Statuto, oltre che direttore generale anche amministratore delegato; cariche, queste, che Cuccia ha conservato sino al compimento, nel 1982, del suo settantacinquesimo anno di età, continuando però a far parte del Consiglio di amministrazione e divenendo, nel 1988, presidente onorario dell’Istituto, nel quale ha continuato di fatto a conservare un ruolo centrale.

Cuccia ha diretto, in tutti i sensi, Mediobanca dalla nascita sino, quasi, alla sua fine; perciò, egli è stato uno degli attori maggiori della vita economica italiana della seconda metà del Novecento, per aver portato l’Istituto da lui diretto a svolgere un ruolo unico nelle vicende dell’economia mista italiana, le cui fondamenta erano state “gettate” da coloro che Cuccia aveva avuto, come già si è detto, quali maestri nella soluzione dei problemi dell’economia italiana del primo dopoguerra: Alberto Beneduce e Donato Menichella.

Forte dell’esperienza maturata ai tempi della sua attività all’IRI, Cuccia ha condotto Mediobanca con autonomia di giudizio, che gli è valsa il riconoscimento di molti meriti: intanto, di aver acquisito e conservato per l’Istituto una notevole solidità durante tutta la sua esistenza; in secondo luogo, di aver sorretto, dopo la fase del miracolo economico, il consolidamento delle strutture finanziarie delle grandi imprese italiane, limitando su di loro gli effetti negativi della crisi degli anni Settanta e promuovendo la crescita e lo sviluppo di un sistema industriale dotato di pochi capitali e ancora dominato dalla posizione prevalente delle “famiglie proprietarie”; in terzo luogo, di aver esercitato nel tempo una rigida vigilanza, in difesa e protezione di Mediobanca dalle possibili infiltrazioni di “finanzieri di assalto e di speculatori”, ma soprattutto di aver protetto l’autonomia dell’Istituto dalle “bramosie” della politica; infine, di aver contribuito alla ricostruzione morale del Paese, dopo gli anni del fascismo, riuscendo a reinserirlo nel contesto della civiltà europea ed internazionale dal quale era stato separato negli anni della dittatura, a ciò motivato dall’impiego di un rigore professionale, che Cuccia avvertiva, non al servizio di questo o quel partito, ma, come era accaduto ai suoi maestri, al servizio patriottico di un’“idea di Italia” che discendeva direttamente dal Risorgimento e da tutta la tradizione azionista che ne era derivata.

Negli anni Sessanta e Settanta, dopo la fase del miracolo economico, è iniziata la crisi di Mediobanca, provocata secondo La Malfa dalla progressiva occupazione dello Stato da parte delle forze politiche; della Democrazia cristiana innanzitutto che, figlia dell’ostilità cattolica contro il Risorgimento, era priva del senso dello Stato, ma anche dei partiti di sinistra che, spinti dallo loro ideologia, erano schierati contro il sistema economico privato, in favore di un’ulteriore estensione del settore pubblico, senza tener conto del rischio di motivare per questa via la propensione ad espandere l’occupazione dello Stato da parte dei partiti. Sta di fatto che l’“assalto” a Mediobanca è iniziata con l’”occupazione“ delle Banche di Interesse Nazionale (le famose tre BIN: Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma, irizzate negli anni Trenta), la cui autonomia di gestione aveva costituito l’asse portante di tutta l’architettura di Mediobanca. Per prevenire le intromissioni politiche nell’Istituto di medio credito, il suo staff dirigente, con Cuccia in testa, si è impegnato a privatizzarlo, per rendere più difficile la manomissione da parte della politica; è accaduto invece che l’operazione avviata per difendere Mediobanca dall’avanzata del potere politico sia diventata l’inizio del ritiro dello Stato dal “controllo diretto” della vita economica del Paese.

L’IRI, al quale facevano capo le BIN, sino al 1979 aveva lasciato ad esse il potere di indicare il nome dei membri del Consiglio di amministrazione di Mediobanca; poi ha chiesto e ottenuto il potere di designare il presidente dell’Istituto e, nel 1982, ha indotto Cuccia, al compimento del suo settantacinquesimo anno di età, a dimettersi da direttore generale ed da amministratore delegato per raggiunti limiti di età, pur consentendogli di restare nel Consiglio di amministrazione per conto delle BIN. Nello stesso anno, la situazione è precipitata, allorché la Democrazia Cristiana ha ottenuto che Romano Prodi diventasse Presidente dell’IRI. Costui, ammantato di una credibilità e di un prestigio ingiustificati e celebrato come una sorta di “salvatore della patria” dalle sinistre, in realtà è stato, per l’impegno profuso nello scardinamento del ruolo di Mediobanca, il “terminator” dell’economia mista e di tutto ciò che di buono l’Istituto di Cuccia aveva concorso a realizzare nei decenni precedenti.

Il comportamento di Prodinon ha lasciato dubbi su quali fossero, in realtà, le sue intenzioni; dopo che, nel 1984, Cuccia gli aveva illustrato, in vista della privatizzazione, il progetto di distribuzione delle quote azionarie di controllo di Mediobanca fra le BIN e i grandi soci privati, Prodi, in disaccordo, ha valutato che nel 1985 fosse “venuto il momento di chiudere definitivamente la partita con Cuccia”, ottenendo che le BIN escludessero il suo nome “dalla lista dei candidati al Consiglio [di Mediobanca] espressi dalle tre Banche di Interesse Nazionale”, scoprendo però che Enrico Cuccia conservava il suo posto in Consiglio come espressione dei soci privati (della Banca d’affari Lazard). Prodi non si è dato per vinto e, nel 1986, dopo aver visto soddisfatte, in parte, le sue contrarietà e aver ottenuto una riduzione della partecipazione delle BIN al sindacato di controllo del capitale di Mediobanca e il miglioramento della partecipazione dei soci privati, ha dato il via libera alla privatizzazione, compiutasi nel 1988, con Cuccia tuttavia acclamato presidente onorario e il suo principale collaboratore, Vincenzo Maranghi, eletto nuovo direttore generale e amministratore delegato.

Gli anni Novanta – osserva La Malfa – sembravano trascorrere tranquilli; sennonché, nel 1993, con l’emanazione del Testo unico bancario, che eliminava il principio di specializzazione dell’attività creditizia, il governo ha cambiato radicalmente l’organizzazione del sistema finanziario italiano degli anni Trenta, con il ritorno delle banche ordinarie all’esercizio del credito a medio e lungo termine; fatto, questo, che ha segnato la fine del ruolo di Mediobanca, sebbene sino all’anno della sua morte, avvenuta nel 2000, Cuccia abbia cercato, tra tutte le parti in causa, un nuovo equilibrio nel quale collocarla; ma trascorsi appena tre anni dalla sua morte, anche Maranghi, nel 2003, è stato messo alla porta, costretto alle dimissioni, rassegnate nelle mani dei principali azionisti (tra i quali, UniCredit, Capitalia e Fiat).

Come si giustifica la lotta condotta senza quartiere contro Mediobanca, malgrado il suo indubbio contributo a finanziare la ricostruzione del sistema economico nazionale e la sua vorticosa espansione dei primi trent’anni del secondo dopoguerra? Stupisce che la narrazione di La Malfa quasi banalizzi la vicenda, individuandone la causa nella “bassa cucina” politica dei rapporti tra i partiti di casa nostra, sia pure nobilitata dalle eleganti argomentazioni di Beniamino Andreatta, anch’esse tuttavia, a ben riflettere, derivazioni giustificatorie del fine ultimo che, in realtà, si è voluto raggiungere con il ridimensionamento di Mediobanca. Tale fine può essere desunto da una lettera che Cuccia ha scritto nel 1995 ad un suo amico banchiere; in essa, egli ricordava che nell’esercizio dell’attività bancaria esistono due “idee”: da un lato, quella che considera il sistema bancario come lo strumento fondamentale della crescita economica (idea alla quale Cuccia si è sempre rigorosamente attenuto); dall’altro lato, quella che considera l’esercizio dell’attività creditizia come lo strumento con cui gli intermediari nel mercato dei capitali possono ritagliarsi delle “prestigiose nicchie” ad alto rischio. In chiusura della lettera, Cuccia si chiedeva se la “moda recente” per tale tipo di transazioni non derivasse da banchieri che hanno una “visione altamente soggettiva dei profitti e delle perdite” connessi alle operazioni di intermediazione finanziaria, considerando che essi “saranno tentati dai benefici di rischi eleva ti mentre la loro banca dovrà sempre ed in ogni caso assumersi i costi delle eventuali perdite”.

L’interesse della lettera – osserva in chiusura della sua narrazione Giorgio la Malfa – sta “nella previsione, rivelatasi tragicamente esatta”, delle conseguenze del prevalere della cosiddetta finanza creativa che, dopo essersi affermata negli Stati Uniti, è stata esportata in tutto il mondo. Ecco svelato il motivo reale del ridimensionamento del ruolo di Mediobanca in Italia; la finanza creativa, emersa lentamente a partire dagli anni Settanta, con il rilancio del neoliberismo à la Margaret Thatcher e à la Ronald Reagan, ha spinto quanti avevano interesse ad aprirsi al nuovo modo di governare il funzionamento dei sistemi economici a conformare il quadro istituzionale italiano, grazie a Romano Prodi e ai suoi sodali (Ciampi, Amato, Fazio, giusto per citare alcuni nomi tra i tanti) alla logica di funzionamento dei liberi mercati, dominati dall’egemonia delle attività finanziarie. Le conseguenze di tutto ciò sono rinvenibili nell’esperienza che gli italiani hanno vissuto sulla propria pelle in questi ultimi anni; esperienza, questa, che è valsa ad avviare l’Italia verso un declino, la cui inversione, se mai sarà possibile invertire, non è al momento in alcun modo prevedibile.

Gianfranco Sabattini

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