giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

I nuovi sonnambuli e la Grecia
Pubblicato il 09-07-2015


A cento anni di distanza, siamo arrivati ad un giudizio condiviso sulla prima guerra mondiale. Non solo una inutile strage ma anche il suicidio collettivo di un mondo. Frutto e di disegni messi in campo da èlites chiuse e irresponsabili e di una rappresentazione della realtà alimentata da pulsioni del tutto irrazionali.

Oggi, tutto sembra mostrare che i nuovi sonnambuli stiano marciando tranquillamente verso una identica castrofe.. Ecco l’Europa delle regole e dell’austerità, custodita da èlites autoreferenziali; ecco il clima di isteria moraleggiante alimentato da una stampa servile sino all’irresponsabilità contro il contraente più debole, la Grecia. Ecco, infine e soprattutto, la totale sottovalutazione delle conseguenze sistemiche, di una eventuale rottura.

Alla base del fallimento (lo sarebbe anche il rinvio del “redde rationem”ad una data prossima ventura) la natura stessa del confronto; a partire da quella dei suoi partecipanti. Se questi fossero stati degli esperti del ramo (un banchiere di qua e uno di là) un semi accordo sarebbe stato trovato; nessun creditore ha nessun interesse a uccidere il suo debitore (sul piano dei numeri e della natura delle misure da prendere le distanze poi erano minime). Se, all’altro estremo, l’Europa e il suo futuro fossero stati posti al centro della discussione questa avrebbe aperto la strada a nuove e positive soluzioni. Un confronto a livello di stati era, invece, non solo perso in partenza per Atene ma anche tendente di per sé verso la rottura.

Il povero Tsipras voleva un’interlocuzione politica. L’ha avuta. Ma a suo danno. Contro di lui una serie di Stati, a partire dalla Germania, che lo consideravano come un reprobo che chiedeva un permesso per continuare a delinquere e che vedevano il suo fallimento (leggi l’uscita della Grecia dall’euro) come un evento (“colpirne uno per educarne cento”) politico i cui vantaggi, alla fin fine, sarebbero stati superiori al prezzo da pagare.

Al suo fianco, poi, non ha avuto nessuno. Inconsistente, al punto di essere lui stesso finalmente cosciente di esserlo, Hollande. In fase di transizione politica, i portoghesi. Brutalmente, oltre che strumentalmente ostile il governo spagnolo. Mentre in Italia il vestire le penne del pavone sembra diventato oramai un fine in sé; una droga che riduce il suo Grande utente in uno stato confusionale che lo rende incapace di intendere e di volere.

Inutile poi cercare sponde nei partiti. Quelli della sinistra radicale sono andati ad Atene, come era loro dovere; e, come era scontato, sono stati debitamente beffeggiati. E la cosa finisce lì. Quello che non può finire lì è l’atteggiamento dei socialisti europei in generale e tedeschi in particolare. Un conto è il non sbracciarsi sulla vicenda auspicando una sua conclusione positiva. Il minimo sindacale cui siamo abituati da tempo. Tutt’altra cosa l’atteggiamento dei socialdemocratici tedeschi in primo piano nella crociata contro Tsipras e la Grecia Una posizione, questa, vomitevole. E che avrà delle conseguenze.

Parliamo naturalmente delle effetti collaterali di un eventuale “Grexit”per l’Europa. E, nello specifico: per il futuro del progetto; per la stabilità della sua compagine attuale; per la sua posizione internazionale; e, infine, per il suo assetto politico.

Primo punto: si poteva utilizzare la crisi greca per un rilancio del processo di integrazione e per l’affinamento dei suoi strumenti economici. Non lo si è fatto. Ed è difficile che la spinta ad andare avanti, nel contesto di una crisi difficile da gestire, possa manifestarsi nel futuro immediatamente prevedibile.

Di più l’accento posto sul problema del debito, assieme all’incapacità di gestirlo in modo razionale e collettivo alimenterà le spinte speculative e le tensioni tra i vari Paesi europei: che abbiano fatto i loro compiti a casa oppure no.

Per quanto riguarda, poi, la dimensione internazionale, prendere atto, per favore, delle preoccupazioni degli Stati Uniti. Proprio nel contesto del grande disordine mediorientale da cui saremmo sempre più aggrediti, abbiamo, noi europei, perso la Turchia e, non contenti, ci apprestiamo a fare lo stesso con la Grecia. Sta così andando a ramengo l’Europa mediterranea mentre l’Europa baltica, dal canto suo, sta andando a sbattere contro il muro della dissennata strategia antirussa, con interi Paesi sensibili all’appello della Nato e degli Usa più che a quello dell’Europa unita.

Infine, ma non da ultimo, l’involuzione del quadro politico. Dove, per un verso, l’ostracismo nei confronti della sinistra europeista, lascerà uno spazio, politico ed elettorale, sempre maggiore alle formazioni apertamente ostili all’integrazione europea. E dove, per altro verso, la paralisi imbelle del Pse e dei partiti che lo compongono porta il movimento nel suo insieme verso una drammatica crisi di identità. Già da tempo, e per una serie di ragioni, tutto spingeva i socialisti – a Strasburgo come altrove – verso la linea delle larghe intese. Linea solo apparentemente contraddetta dal vero e proprio imbroglio mediatico della candidatura Shultz. E oggi risospinta in avanti a un punto tale da mettere in dubbio persino la ragion d’essere della sigla. Perché, insomma, chiamarci socialisti, quando nulla, almeno in prospettiva, sembra separarci da altre componenti dell’establishment europeo?

Nessuno di noi può auspicare uno sbocco del genere. Così come nessuno di noi auspica un fallimento della trattativa con la Grecia. E però, se al dunque si dovesse arrivare, saremo tutti liberi di fare la nostra scelta di campo, nel rispetto reciproco e, soprattutto, della propria coscienza.

Alberto Benzoni

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