sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

I pericoli connessi alla natura strutturale dell’immigrazione
Pubblicato il 28-07-2015


“L’Europa si è costruita con le migrazioni, rinnovata con le migrazioni e con le migrazioni ha contribuito al popolamento di altri continenti”: così inizia l’articolo “La quarta globalizzazione” (apparso su “Limes” n. 6/2015) nel quale Massimo Livi Bacci, uno dei massimi demografi italiani, analizza i flussi migratori che, dalle origini dell’agricoltura sino alla metà dello scorso millennio, l’Europa ha ricevuto, senza trascurare i mutamenti che sono intervenuti nella loro consistenza.

Nel Cinquecento, l’incontro sul piano demografico tra Europa e America ha gettato i semi della prima grande globalizzazione moderna, aprendo il continente americano a consistenti flussi di immigrazione. Alla prima globalizzazione ne sono seguite altre; la seconda, verificatasi nell’Ottocento, ha irrobustito i flussi degli emigranti verso il Nuovo Mondo, ridottisi radicalmente a seguito delle perdite demografiche verificatesi nel Vecchio Continente, in conseguenza della prima guerra mondiale. La terza globalizzazione, iniziata negli ultimi decenni del secolo scorso, ha invertito la direzione dei flussi: dopo cinquecento anni, l’Europa è divenuta il continente verso il quale si sono indirizzati i migranti, sino a risultare quasi insidiata dall’approdo di genti eterogenee provenienti da contesti culturali assai diversi dal proprio.

Sul piano statistico – osserva Livi Bacci – se si considerano i settant’anti trascorsi dalla fine della seconda guerra mondiale e si divide l’intero arco di tempo nei due sub-periodi 1945-1980 e 1980-2015, è possibile osservare come, nel primo di essi, la popolazione europea sia notevolmente cresciuta (+33%), mentre nel secondo la crescita si sia notevolmente attenuata (+7%). Le previsioni relative al periodo 2015-2050 segnalano un declino che, secondo le valutazioni dell’ONU, dovrebbe essere dell’ordine del 5%, con l’avvertenza che in quasi tutti i Paesi europei, qualora fossero tenute chiuse le porte alle immigrazioni, la loro popolazione si contrarrebbe del 12%.

Il declino demografico europeo potrebbe anche risultare un fatto positivo, ma non bisogna trascurare – avverte Livi Bacci – che una contrazione demografica così consistente potrebbe tradursi in una insostenibile diminuzione della forza lavoro. Questa diminuzione potrebbe essere compensata dal progresso tecnologico e dal miglioramento della qualità delle forze lavorative; ma se mancasse l’effetto compensativo, sarebbe inevitabile che i vuoti accusati dai comparti produttivi ad alta domanda di forza lavoro generica (come, ad esempio, quelli dei servizi, della costruzioni o dell’agricoltura) fossero destinati ad essere colmati da immigrati.

Livi Bacci osserva che la debolezza demografica dell’Europa deve essere interpretata “alla luce delle continua esuberanza demografica dei Paesi terzi dai quali origina gran parte dei flussi di immigrazione”. La natalità di questi Paesi è così sostenuta, da far prevedere che nei prossimi anni l’Europa continuerà ad essere il luogo di approdo dei flussi migratori; la prospettiva è dunque quella di dover considerare do tipo strutturale tali flussi, destinati cioè a durare sino a quando i Paesi poveri da cui provengono i migranti non acquisiranno i livelli di benessere sufficienti ad annullare le motivazioni all’emigrazione.

Inoltre, occorre tener presente che, dopo la terza globalizzazione demografica (quella del declino della popolazione europea) ha avuto origine una quarta globalizzazione, con la quale i flussi dell’immigrazione hanno cambiato volto, determinando alcune tendenze di cui è difficile valutare oggi gli effetti di lungo periodo. La principale di tali tendenze è il lento emergere di un processo “di mescolanza interetnica crescente – afferma Livi Bacci – che tende a creare legami diffusi e solidi tra comunità che vivono in Paesi diversi”; questo processo si sta svolgendo mentre le disuguaglianze demografiche, sociali ed economiche continuano ad essere elevate, contribuendo così a conservare alte le pressioni migratorie, mentre le politiche dei Paesi ricchi sono divenute sempre più restrittive.

Può accadere che una ripresa economica dei Paesi ricchi spinga a modificare o attenuare le politiche restrittive; però, occorre tenere presente che altri motivi si opporranno ad un allentamento delle restrizioni, in quanto la questione migratoria ha assunto significati politici, nel senso che la discussione in merito alla regolazione del fenomeno, interseca “con le preoccupazioni identitarie, i movimenti nativisti, le pulsioni xenofobe e razziste (acuite dalla crisi) e le oggettive difficoltà di inserire in modo indolore alti volumi di migranti, quasi sempre portatori di culture diverse, in società affluenti e spesso sclerotizzate”.

Inoltre, il problema delle immigrazioni, oltre a dividere l’opinione pubblica di molti Paesi europei, sta anche approfondendo le divisioni in seno alle istituzioni dell’Unione Europea; le opinioni dei Paesi del Nord dell’Europa sono divenute sempre più divergenti dalle opinioni di quelli del Sud, più esposti alle “turbolenze mediterranee e mediorientali”. Ciò è determinato soprattutto dal fatto che, non avendo l’Europa competenza a formulare una politica dell’immissione degli immigrati, fissando la consistenza dei flussi accettabili, a livello di intera comunità europea coesistano Paesi che attuano politiche migratorie molto diverse; problema, quest’ultimo, che aggiunto ai molti altri che agitano i rapporti tra i Paesi membri, impongono la necessità di portare avanti il disegno dell’unione politica, perché i singoli problemi irrisolti, incluso quello dei flussi immigratori, siano governati attraverso una politica comune ben coordinata.

Dal punto di vista dell’Italia, l’urgenza segnalata da Livi Bacci, di una politica migratoria comune a livello europeo, assume un rilievo ben più importante rispetto a quello assunto all’interno degli altri membri della comunità europea: infatti, le tendenze xenofode generalizzatesi all’interno del Paese, come viene sottolineato da Germano Dottori in “L’Italia fuori da Schengen?” (“Limes” n. 6/2015), minacciano una crisi della già debole coesione sociale e l’approfondimento del processo di delegittimazione cui è esposta la dirigenza politica nazionale.

Secondo Dottori, nelle more dell’unificazione politica dell’Europa, se si vuole evitare il peggio, occorre “de-ideoligizzare al più presto il dossier immigrazione”, per orientare l’opinione pubblica ad accettare un compromesso che renda conciliabili l’esigenza di “adattarsi ad un processo per adesso inarrestabile, in quanto causato da elementi strutturali di natura demografica, economica e geopolitica che l’Italia non è in grado di risolvere da sola, e la necessità di non cedere totalmente di fronte al peso e alla consistenza del fenomeno degli immigrati”; tutto ciò per il raggiungimento di un unico scopo irrinunciabile: salvare la sopravvivenza del Paese.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. La sintesi qui riportata è piuttosto chiara, e al tempo stesso realistica, almeno così mi sembra, anche se per confermarlo occorrerebbe un esperto della materia.

    Ma dopo le analisi, e al di là del loro rispettivo “taglio”, occorre passare al “da farsi”, e in merito c’è chi ritiene l’immigrazione un fenomeno epocale e “ineluttabile”, che dobbiamo comunque accettare nelle sue forme e dimensioni, e chi invece ritiene che non si debba “cedere totalmente di fronte al peso e alla consistenza del fenomeno degli immigrati”, e altri che si aspettano invece più decisione per “salvare la sopravvivenza del Paese”.

    Il problema è grande e complesso, e di soluzione affatto semplice per i suoi vari risvolti, e qui entra ovviamente in gioco la politica, e la sua capacità di saper affrontare le questioni difficili.

    Io credo che, come premessa, un Paese intenzionato a “sopravvivere” a questo fenomeno, deve avere innanzitutto forte coscienza di sé, possedere cioè una buona dose di “orgoglio” e di senso di “identità”, che si traduce poi nella convinzione che, per ogni popolo, vale il principio del primato della propria cultura, dentro i propri confini, aspetto che riguarda la politica ma non solo, perché c’entra anche il sentire comune..

    Non sono un esperto di storia, ma, se non erro, nel corso dei secoli la nostra nazione è stata percorsa da una infinità di pellegrini, mercanti, visitatori, ecc…, quando non si è trattato di chi aveva intenti bellicosi e di “invasione”, ed è riuscita comunque a non snaturarsi, forse perché aveva saputo difendere da sè stessa le proprie tradizioni e i propri costumi, mantenere cioè la propria identità – anche quando era “frammentata” prima dello Stato unitario – senza essere per questo sorda ed impermeabile alle necessità e alle abitudini di chi veniva da fuori.

    Se questo mio “sguardo” nel passato non è sbagliato, bisognerebbe forse “riprincipiare” da lì per mettersi nelle condizione di essere ospitali, nei limiti delle nostre condizioni e possibilità, ed essere nel contempo in grado di “salvare la sopravvivenza del Paese”..

    Paolo B. 29.07.2015

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