sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

IL MURO DI BERLINO
Pubblicato il 02-07-2015


Grecia-debito UE

Yanis Varoufakis, il ministro dell’economia che fino a oggi porta la responsabilità assieme al premier Alexis Tsipras, del negoziato sul debito con l’Europa, ha annunciato che se al referendum i greci risponderanno di Sì, ovvero che accettano la proposta in dieci punti avanzata nell’ultima settimana di giugno dall’Eurogruppo, lui lascerà il suo incarico. L’annuncio di Varoufakis – di una decisione peraltro assolutamente logica – serve a drammatizzare lo scontro, a sostenere il fronte filogernativo del No, ma è praticamente scontato che in caso di vittoria dei Sì, non sarebbe solo il ministro dell’economia a dover rimettere il mandato. La posta in gioco, quella su cui puntano molte Cancellerie europee, con un fronte trasversale di partiti conservatori e progressisti – compresa la tedesca SPD e il greco PASOK – è proprio quello di usare il referendum per mandare a casa il governo di sinistra capeggiato da Tsipras e insediare un esecutivo di emergenza che traghetti il Paese attraverso la rinegoziazione del debito fino a nuove elezioni. Al successore di Tsipras verrebbe con ogni probabilità concesso ciò che non è stato dato a lui perché su un dato sono tutti assolutamente d’accordo: la Grecia non potrà mai rimborsare i 315 miliardi di dollari del suo debito pubblico.

Se vincono i Sì
In caso di vittoria del Sì, Varoufakis ha spiegato che la Grecia firmerà immediatamente l’ultimo piano messo sul tavolo dalle istituzioni internazionali. Al contrario, col No, le trattative “riprenderemo immediatamente”. Ma non basta. Varoufakis ha ribadito la richiesta originaria, e cioè che comunque il governo non intende firmare alcuna intesa che non preveda “la ristrutturazione del debito” greco. In sostanza un taglio del valore nominale dei crediti che, per la maggior parte, sono ora in mano degli altri Paesi dell’Eurozona, Italia compresa.

Il ministro ha anche assicurato che martedì prossimo le banche greche riapriranno. “regolarmente”, sottolineando che gli Istituti ellenici sono “perfettamente capitalizzati”.

Dall’altra parte il ‘falco’ Jeroen Dijsselbloem, l’olandese presidente dell’Eurogruppo, ha detto davanti al suo Parlamento che se i greci voteranno ‘no’ sarà “incredibilmente difficile” mettere in piedi un nuovo salvataggio. Un avvertimento, o meglio sarebbe dire una minaccia, sulle possibili conseguenze del voto di domenica; una pressione inusuale sull’elettorato di un altro Paese membro dell’Unione che in altri momenti avrebbe fatto gridare allo scandalo.

La posta è politica
La posta in gioco è insomma prima di tutto politica e non finanziaria anche perché il debito greco rappresenta una goccia dell’1% di tutto il debito pubblico dell’eurozona. Una miseria che tiene in ostaggio i greci che, a detta di molti leader europei, soprattutto del Nord Europa, ‘merita una lezione’ perché ha avuto l’ardire di mettere in discussione l’obbedienza alle regole della finanza internazionale, di anteporre il futuro dei suoi concittadini ai risultati di bilancio delle Banche. E poi perché dopo Syriza potrebbe arrivare Podemos in Spagna, il movimento di Grillo o la Lega in Italia e così via terremotando Paesi e partiti.

Ecco dunque un continuo fiorire di notizie che alzano la temperatura in vista delle urne referendarie del 5 luglio. Non solo i greci che hanno trovato le banche chiuse e fanno la fila ai bancomat, ma anche l’annuncio delle possibili conseguenze di una Grexit in seguito alla vittoria del No, ovvero dell’uscita della Grecia dalla zona euro. Per l’Italia, che ha ‘ereditato’ dai creditori privati greci negli ultimi tre anni di ricette rigoriste amministrate dalla Troika direttamente una cinquantina di miliardi di debito ellenico, la Grexit ‘costerebbe’ 11 miliardi di maggiori tassi di interesse sul ‘suo’ – peraltro ingentissimo, il terzo al mondo –  debito pubblico. I conti li ha fatti Standard & Poor’s, l’Agenzia di rating internazionale, che dà la pagella ai debiti di Paesi e aziende.

Il nostro Paese, stima S&P, fronteggerebbe l’aumento “più grande in assoluto” all’interno dell’Eurozona, dove il costo totale ammonterebbe nel biennio 2015/2016 di 30. La ‘botta’ arriverebbe subito col rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato, con “un picco iniziale” dei bond sovrani “specialmente per quelle economie percepite dai mercati come fiscalmente più vulnerabili”. Il “premio”, traduciamo l’aumento, è destinato ad essere “permanente”, insomma strutturale anche se il QE (Quantitative Easing) della BCE metterà un’argine ai rendimenti acquistandone sul mercato. Un bel guaio perché nell’ultima finanziaria, il Governo ha fatto i conti senza l’oste, ovvero con uno spread a 100 punti. Se i punti fossero 200, a settembre dovrebbe trovare non 20 miliardi come si prevede, ma 30.

Conti pesanti anche per altri Governi
Il Belgio, con un’ipotesi Grexit, potrebbe veder calare il suo pil dello 0,2% da qui al 2016. Senza contare l’effetto contagio e quindi le ripercussioni ulteriori che avrebbe dal rallentamento che subirebbero anche le economie degli altri Paesi dell’eurozona. È l’allarme che ha lanciato il vicepremier e ministro dell’economia e del commercio del Belgio, Kris Peeters, al forum Ambrosetti su crescita e competitività a Bruxelles.

La crisi “preoccupa” la Nato
La crisi in Grecia “preoccupa” anche la Nato, che “segue molto da vicino la situazione” e “spera che sia possibile trovare” una soluzione. Lo dice il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, in una conferenza stampa tenuta a Bucarest assieme al presidente Klaus Werner Iohannis al termine di una visita in Romania. Si teme che la Grecia finisca nelle braccia della Russia di Putin – cristiani ortodossi sia i greci che i russi – un cuneo tra Europa e una Turchia sempre meno ‘stabile’. Non a caso il presidente Obama ha telefonato ieri al Presidente del Consiglio italiano, spendendosi per un accordo con la Grecia; agli Usa piace poco la linea filotedesca, l’Asse Merkel-Renzi ribadito ancora ieri a Berlino.

La guerra dei sondaggi
Un sondaggio della società GPO pubblicato dall’edizione online del quotidiano Kathimerini sostiene che il 47% degli intervistati è propenso a votare ‘sì’. I favorevoli al ‘no’, ovvero la posizione del governo, sono il 43%. Successivamente, però, la Gpo ha smentito di aver fatto quel rilevamento. “Non abbiamo alcuna responsabilità per quelle cifre pubblicate dai media e useremo tutti i mezzi legali per tutelare i nostri interessi”, fa sapere l’azienda in un comunicato. I sondaggi, si aggiunge, devono essere fatti in modo “responsabile”, in particolare “mentre si attende la critica decisione del popolo greco”.

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