martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il paradosso greco
Pubblicato il 10-07-2015


Il governo greco, dopo il risultato del referendum, ha deciso di respingere le condizioni della troika e di non pagare le rate dei debiti in scadenza; le banche sono state chiuse ed è stato imposto un tetto per i prelievi col bancomat. Tuttavia, in diretta TV il premier greco ha difeso la decisione di indire il referendum: noi abbiamo chiesto ai cittadini – ha affermato Tsipras – cosa fare e di respingere il piano di austerità che ci è stato proposto.

Poiché il referendum si è chiuso con una larga maggioranza dei “no”, Tsipras è convinto che in tal modo possa continuare i negoziati da posizioni di forza maggiori. Le dichiarazioni del premier greco, dopo il referendum, esprimono un inspiegabile paradosso: il risultato della consultazione popolare mette a rischio la permanenza delle Grecia nell’area dell’euro, sebbene un sondaggio, condotto dall’Università della Macedonia, come viene riportato in un articolo di Maria Ottavini (“Exodos o non exodos. Molti escludono l’uscita della Grecia dall’eurozona, più di tutti i Greci”) apparso sul n. 60/2015 di “East”, l’84% della popolazione ellenica è fermamente convinto che bisogna restare nell’eurozona, anche a costo di firmare un nuovo programma di prestiti, contro appena il 13% di contrari e il 4% di indecisi. Ignorando l’orientamento della maggior parte dei greci, Tsipras, col referendum, ha giocato d’azzardo, perché convinto che l’intento di Bruxelles non fosse volto a “buttar fuori” la Grecia dall’euro, ma orientato, invece, ad ostacolare che si trovasse, nella prosecuzione dei negoziati per un nuovo piano d’aiuti, “una via alternativa” a quelle sinora percorse. Forte di questo convincimento, il presidente greco resta aperto alla ripresa delle trattative, ma non esclude che la Grecia possa uscire dalla moneta unica, sebbene ci sia nel Paese la consapevolezza che, fuori dall’euro, la situazione potrebbe ancora peggiorare, anche per la perdita di credibilità internazionale alla quale la Grecia si è esposta in questi ultimi mesi.

Alla vigilia del referendum, l’agenzia di rating americana ‘Standard & Poor’s’ ha ulteriormente declassato la Grecia, per via dell’aggravamento della sua situazione finanziaria, che ha determinato un peggioramento della solvibilità del suo debito a lungo termine; è opinione di molti osservatori che il declassamento equivalga a un “default” certo, che potrebbe portare il Paese al fallimento nei prossimi dodici mesi, se non si dovesse raggiunge un accordo con i creditori ufficiali.

Se ciò accadesse e la Grecia fosse esclusa dall’eurozona, la prima conseguenza sarebbe quella mettere il Paese ellenico nella condizione di trovarsi, sia pure per un tempo breve, senza una moneta di riferimento; l’esecutivo avrebbe bisogno dei tempi tecnici necessari per organizzare e rendere effettivo il ritorno alla Dracma, la quale andrebbe incontro ad una svalutazione stimata interno al 30% rispetto all’euro. Inoltre, nel periodo del passaggio dalla moneta europea a quella nazionale, la Grecia non sarebbe in grado di onorare i propri debiti nei confronti dei creditori internazionali; fatto, questo, che la esporrebbe al rischio di non avere facile accesso ai mercati dei capitali internazionali, aggravando la sua capacità di riorganizzare il proprio sistema economico, a causa della “pesante” situazione del suo settore pubblico, il cui debito, ora pari al 180% del PIL, non potrebbe essere sostenuto neppure fuori dall’euro.

La valutazione realistica di tutta la situazione che è venuta a crearsi da parte di Atene e Bruxelles non può non giustificare la necessità che si torni al punto in cui la trattativa è stata interrotta, non per proseguire le defatiganti formulazioni delle proposte e controproposte, ma privilegiando il percorso della via alternativa evocata da Tsipras. Al riguardo, è interessante e convincente la proposta avanzata da Paolo Savona, pubblicata sul Blog “Formiche” all’inizio di luglio (“Grecia, ecco la soluzione europea per i debiti pubblici in eccesso”); questa proposta merita attenzione perché ragionevole sul piano della sua accoglibilità, ma anche in considerazione del fatto che Savona è al di sopra di ogni sospetto circa le dure critiche che egli ha sempre rivolto contro i “guardiani” dell’euro. Secondo Savona, la via alternativa potrebbe consistere nell’aprire una trattativa per delineare un accordo europeo, valido per tutti, su come trattare i casi simili a quello della Grecia, semmai se ne dovessero presentare altri in futuro: “Ciò può essere fatto mettendo innanzi tutto in sicurezza banche e debito greco per il tempo necessario a raggiungere un accordo generale. Poi agire dal lato della domanda aggregata e dell’occupazione collegando la politica di quantitative easing della BCE alla realizzazione del Piano Juncker, avvalendosi della collaborazione della BEI”.

In questo modo, diverrebbe possibile esplicitare la volontà dell’UE di volersi muovere nella direzione “dell’attuazione dello scopo dei suoi Trattati, pace e benessere, recuperando parte della credibilità perduta con le politiche di rigore fiscale di tipo puramente contabile e le riforme per esportare di più”. In luogo di queste politiche e di queste riforme, secondo Savona, l’Europa dovrebbe creare un “fondo europeo”, da affidare in gestione alla BCE, perché accolga gli eccessi di indebitamento pubblico oltre una certa soglia, rendendo così “possibile l’applicazione del pareggio di bilancio previsto dal fiscal compact e negoziando con ciascun Paese il rimborso del debito nei tempi e con i ritmi permessi dalle condizioni in cui versa ciascun Paese. Questa sarebbe la vera unione fiscale, non quella di continuare a fingere che la sovranità fiscale resti in mano ai Paesi membri, ma sia esercitabile solo sotto autorizzazione e controllo degli organi dell’UE, una soluzione che perpetua i difetti che stanno portando l’euro e l’Unione al collasso”.

La contrarietà di Bruxelles a ratificare un accordo aperto all’accoglimento della proposta di Savona sarebbe giustificata sulla base del convincimento che, in tal modo, i Paesi adusi al lassismo finanziario pubblico non sarebbero dissuasi dal continuare a conservarlo. La soluzione indicata da Savona darebbe alla Commissione anche “la legittimazione di intervenire senza espropriare a priori la sovranità fiscale dei Paesi membri a favore della burocrazia europea sotto la spinta dei mercati”. Tra l’altro, se fosse accettata, la proposta marcherebbe una profonda differenza rispetto a quella che, sul futuro dell’Unione Monetaria, avanzano nel loro rapporto i 5 Presidenti (Jean-Claude Juncker, Commissione europea); Donald Tusk, Consiglio europeo); Jeroen Dijsselbloem, Eurogruppo; Mario Draghi, Banca centrale europea e Martin Schulz, Parlamento europeo). Essi spiegano che il progetto della moneta unica deve essere portato a compimento nei prossimi dieci anni, al fine di garantire una maggiore trasparenza e legittimazione delle politiche nazionali, grazie al rafforzamento delle istituzioni. Il rapporto dei “5”, conclude Savona, rimandando al 2025 la tanto agognata realizzazione dell’unione politica, sta solo ad indicare che l’Unione sino ad allora dovrebbe procedere nella direzione che ha irritato i cittadini europei, creando condizioni difficili da governare, che potrebbero portare all’abbandono definitivo del sogno di un’Europa unita.

In conclusione, sarebbe opportuno che Tsipras giocasse meno d’azzardo e rinunciasse all’idea di poter partecipare ai futuri negoziati avvalendosi delle presunte posizioni di forza acquisite con la vittoria del “no” referendario; al tavolo dei futuri negoziati, Tsipras non può pensare di potersi sedere come se si trattasse di una “partita a poker”, dove i tecnocrati europei, “cani da guardia” dei creditori, avrebbero sempre la meglio. Tsipras, al contrario, dovrebbe, come si suole dire, “rompere il tavolo”, invocando la sostituzione del “mazzo” delle regole tecniche per la regolazione dei debiti con quello delle regole politiche, invocando le necessità che il problema greco sia risolto all’interno del più ampio problema della unione politica, la cui soluzione non sia rimandata al 2025, ma sia ricercata da subito, applicando nell’immediato la proposta di Savona.

Gianfranco Sabattini 

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