domenica, 11 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

ITALIA NEL MIRINO
Pubblicato il 20-07-2015


Freedom-for Gino Filippo Salvo Fausto

Foto postata su Facebook da un ex collega dei 4, Manuel Bianchi

Quattro italiani sono stati rapiti in Libia ieri sera a Zuaia, città sotto il controllo delle milizie islamiste di Tripoli, a Nord-ovest del Paese nordafricano, “mentre stavano rientrando dalla Tunisia” – come riferisce la stampa locale – nei pressi del compound dell’Eni nella zona di Mellitah. La notizia è stata confermata da una nota della Farnesina. Si tratta di dipendenti della società di costruzioni Bonatti, un General Contractor con sede a Parma che si occupa soprattutto di impiantistica per impianti di trasporto di idrocarburi e che opera, per i tre quarti del suo fatturato, all’estero. Bonatti è stata anche la prima impresa italiana di costruzioni a tornare in Libia nell’ottobre di quattro anni fa mentre ancora infuriava la battaglia tra sostenitori e oppositori di Gheddafi per dare la possibilità al Paese di continuare a estrarre ed esportare petrolio e gas.

SEQUESTRO DI PERSONA A SCOPO DI TERRORISMO
Il rapimento dei nostri quattro connazionali, conferma la difficilissima situazione della Libia, che non conosce di fatto miglioramenti da quando è stato deposto e poi assassinato il leader Muhammad Gheddafi nel corso dei sommovimenti politici, religiosi e sociali, che hanno coinvolto diversi Paesi del Medioriente, dall’Egitto al Marocco, inizialmente etichettati come ‘primavere’ arabe.

L’Unità di Crisi del ministero degli Esteri si è immediatamente attivata per seguire il caso ed è in contatto costante con le famiglie dei connazionali e con la ditta Bonatti, ma nessuno è ancora in grado di ipotizzare responsabilità e finalità del rapimento. Insomma nessuno sa se sono stati rapiti unicamente a fini estorsivi oppure se si tratta di un’azione con un obiettivo che è politico, oltre che di finanziamento alle forze militari e paramilitari che si stanno scontrando sul territorio. Non a caso la Procura di a Roma ha aperto un fascicolo di indagine ipotizzando il reato di sequestro di persona a scopo di terrorismo. Le indagini sono state affidate dal pm ai carabinieri del Ros per i primi accertamenti per ricostruire quanto accaduto. In seguito alla chiusura dell’ambasciata d’Italia in Libia, avvenuta il 15 febbraio scorso, la Farnesina aveva segnalato la situazione di estrema pericolosità nel Paese invitando tutti i connazionali a lasciare il Paese.

LE ORIGINI DEL CAOS LIBICO
Sovente queste azioni vengono utilizzate dalle bande locali per autofinanziamento, ma nel caso dell’Italia, che ha rapporti politici ed economici ‘storici’ con la Libia, e a fronte della grande difficoltà di ristabilire un equilibrio nazionale nel Paese diviso tra il governo riconosciuto internazionalmente a TobrukIsis-cartina-Corriere, quello islamico di Tripoli e i diversi potentati locali su base familiare e tribale, nessuno può escludere che l’azione criminosa abbia anche altri obiettivi e contropartite. Nel caos generato, è bene dirlo, per l’improvvida spinta data dal governo francese ai rivoltosi anti-Gheddafi senza che vi fosse alcuna prospettiva di ricambio al potere dopo la caduta del Rais di Tripoli, l’Italia sta tentando di aiutare la missione dell’inviato dell’ONU, Bernardino Leon, a ricostruire un barlume di unità nazionale, premessa indispensabile per risolvere guai terribili come quello delle migrazioni di massa verso l’Europa passando per l’Italia.

Su tutto pesa però l’ombra minacciosa dell’Isis, il cosiddetto Stato islamico dell’Iraq e della Siria. La guerriglia del sedicente Califfato, semina terrore e morte in tutta la regione e ha certamente interesse a mettere un piede anche in Libia, favorito in questo proprio dall’assenza di un potere statuale e l’Italia sembra essere diventato un obiettivo anche per i tagliagola islamisti. Ci sono precedenti in Libia non solo di sequestri di italiani, ma anche un attentato contro il console a Bengasi, Guido De Sanctis, a colpi di pistola nel 2013 mentre appena una settimana fa, al Cairo, un attacco dinamitardo contro il consolato ha ucciso due poliziotti e distrutto l’edificio. Poteva essere – il messaggio è chiaro – una strage, ma l’attacco è stato compiuto prima dell’apertura degli uffici. E l’Egitto è sponsor del governo di Tobruk assieme all’Italia, come diga all’espansionismo dell’Isis, che in Libia ha già preso Derna e Sirte.

Se in Libia si raggiungesse un equilibrio tra le fazioni in lotta – per ora c’è solo un accordo tra Tobruk e le principali tribù, ma non con Tripoli – il Governo italiano potrebbe impegnarsi in loco per contrastare il massiccio fenomeno dell’emigrazione clandestina che, proprio per l’assenza di controlli o con la complicità delle autorità locali, parte dalla costa libica per raggiungere l’Italia.

Gasdotto GreenstreamMa il governo di Tobruk – che l’Italia sostiene politicamente – non ha nessun ruolo in quella parte del Paese dove opera l’ENI ed è di importanza strategica non solo per i libici, ma per la stessa Italia. A oggi, come scriveva qualche mese fa il Wall Street Journal, l’Italia è l’unico Paese a mantenere rapporti economici stabili in Libia e l’ENI è l’unica compagnia petrolifera che ha ancora pozzi di estrazione di gas e petrolio in funzione mentre le compagnie concorrenti, la francese Total, la spagnola Repsol e l’americana Marathon Oil, sono rimaste fuori gioco nonostante, si può dire, la fine del regime di Gheddafi.

LA POLITICA DEI ‘DUE FORNI’
La maggior parte degli stabilimenti dove è presente l’ENI si trovano però a ovest della Libia e su piattaforme in mare, tutte aree che sono oggi sotto il controllo del governo Tripoli, non di quello di Tobruk.
A quanto se ne sa, la produzione petrolifera dell’ENI nel 2015 non ha risentito di particolari contraccolpi ed è quasi al suo massimo potenziale con 300mila barili estratti ogni giorno. Il fatto che impianti petroliferi e relativo personale continuino a operare, significa che fino a oggi è stato garantito dalle autorità di Tobruk e dalle milizie, un certo margine di sicurezza. Una politica, quella italiana, che evidentemente lavora contemporaneamente sui due fronti interni dialogando con Tripoli, ma anche con Tobruk. Una situazione però che il rapimento di oggi potrebbe aver messo in discussione.

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento