venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Jobs Act. I nuovi congedi parentali
Pubblicato il 23-07-2015


Con uno dei decreti delegati del Jobs Act  – il decreto legislativo 25 giugno 2015, n. 80 – è stata rivisitata la materia dei congedi parentali. Il provvedimento, che è entrato in vigore lo scorso 25 giugno, ha apportato infatti talune significative modifiche ai congedi per i genitori, già prefigurati dal decreto legislativo n. 151/2001. In particolare, è stato previsto un allungamento dell’orizzonte temporale entro il quale le lavoratrici ed i lavoratori possono usufruire di tale agevolazione. In sintesi, l’età massima del bambino, in favore del quale il diritto al congedo parentale può essere esercitato,  è stata elevata dagli 8 ai 12 anni di età, mentre per il congedo parentale parzialmente retribuito il limite massimo di età è passato dai 3 anni ai 6 anni, postulando la possibilità di beneficiare di tale istituto anche su base oraria e riducendo i giorni di preavviso al datore di lavoro da 15 a 5 ed, infine, a 2 in caso di fruizione ad ore. Parimenti, si è proceduto all’adeguamento nei casi di adozione ed affidamento.

Il provvedimento contiene anche altre novità tra cui spicca una nuova, importante, tipologia di congedo retribuito, al momento anch’essa applicabile per il solo anno 2015, in favore delle donne vittime di violenza di genere, inserite nei percorsi di protezione relativi a tale tipo di fattispecie. Tuttavia, al momento, per la nuova disciplina è stata ipotizzata una applicazione  in via sperimentale soltanto per l’anno 2015, mentre il riconoscimento dei benefici per gli anni successivi al 2015 rimane condizionato all’entrata in vigore dei decreti legislativi attuativi della delega di cui alla legge n. 183/2014, che individuino adeguata copertura finanziaria. Ciò significa che, nel caso in cui dette decretazioni non entrino in vigore, a decorrere dal 1° gennaio 2016 le nuove disposizioni di maggior favore non potranno essere più operate e le norme modificate continueranno ad applicarsi nel testo previgente.

Ciò premesso, informa l’Inps in un apposito messaggio, – poiché per la riforma in questione il legislatore non ha prefigurato un periodo di vacatio legis, disponendo l’immediata entrata in vigore della riforma stessa – nelle more dell’adeguamento degli applicativi informatici impiegati per l’inoltro dell’istanza on line, è consentita la presentazione della domanda in modalità cartacea facendo ricorso al modello prelevabile sul sito internet dell’Istituto seguendo il seguente percorso: www.inps.it > modulistica > digitare nel campo “ricerca modulo” il seguente codice: SR23. Sempre in proposito l’Ente precisa che la richiesta cartacea va utilizzata soltanto dai genitori lavoratori dipendenti che fruiscono di periodi di congedo parentale dal 25 giugno 2015 al 31 dicembre 2015, per figli in età compresa tra gli 8 ed i 12 anni, oppure per minori in adozione o affidamento che si trovano tra l’8° ed il 12° anno di ingresso in famiglia. L’istanza cartacea può riguardare anche periodi di congedo parentale fruiti in data antecedente alla data di invio della domanda cartacea, a partire comunque dal 25 giugno 2015. Per tutti gli altri genitori lavoratori dipendenti aventi diritto al congedo parentale per figli di età inferiore agli 8 anni, la richiesta continua ad essere trasmessa in modalità telematica. Attenzione, l’inoltro delle domande cartacee,  per i genitori interessati da questa modalità, è consentita per il solo mese di luglio 2015. Con apposito, successivo messaggio pubblicato su Internet si darà notizia dell’aggiornamento della procedura di presentazione della richieste on line. Importante, a seguito dell’aggiornamento della procedura non sarà pertanto più possibile utilizzare il predetto modello cartaceo. Con specifiche circolari interne sono già state date istruzioni operative alle Sedi periferiche sulle modalità di acquisizione e gestione delle domande cartacee nei sistemi.

Anche le organizzazioni sindacali sono intervenute sulla particolare materia esprimendo un giudizio sostanzialmente positivo sull’iniziativa in generale, che – secondo i rappresentanti dei lavoratori – si inquadra nella delicata problematica della conciliazione delle esigenze e dei tempi del lavoro con quelli della vita personale e della cura della famiglia. Tuttavia, si nutrono delle forti perplessità sulla circostanza – oggettiva – che sulla sopravvivenza di queste normative, per gli anni successivi al 2015, non vi sia alcuna certezza. Nel momento in cui queste norme pongono in essere dei diritti individuali in capo a soggetti che su di essi possono organizzare la propria vita sociale e personale, andando quindi ad incidere sugli elementi di socialità fondativi della collettività, non è tollerabile presumere che si tratti di diritti “a tempo”, la cui sopravvivenza è legata alla compatibilità finanziaria del momento.

Cassazione. Il dipendente pubblico può rifiutare lo straordinario 

La Cassazione, con sentenza nr. 17582/2014 ha dichiarato legittimo il rifiuto del dipendente pubblico a svolgere lavoro straordinario, in occasione del Consiglio Comunale indetto di sera, fuori dagli orari lavorativi. Il caso ha riguardato un dipendente comunale che si è visto irrogare una sanzione disciplinare per essersi rifiutato di partecipare ad un Consiglio Comunale indetto fuori dagli orari di lavoro. La Corte d’appello, rigettando la sentenza di primo grado, annullava le sanzioni disciplinari inflitte al lavoratore per non aver partecipato ai predetti consigli. In merito alla normativa applicabile, si precisa che, essendo i fatti oggetto di causa, anteriori al marzo 2000, agli stessi non sono applicabili le disposizioni successive a tale data. In ogni caso, la privatizzazione del pubblico impiego comporta che, anche ai dipendenti pubblici si applichino le norme in materia di orario di Lavoro, fissate dal R.D. 15 marzo 1923 n. 692, art. 5 bis, nel testo di cui al D.L. 29 settembre 1998 n. 335, convertito, con modificazioni, nella legge 27 novembre 1998 n. 409. Secondo tale normativa, “le prestazioni di lavoro straordinario sono rivolte a fronteggiare situazioni di lavoro eccezionali e non possono essere utilizzate come fatto ordinario di programmazione del tempo di lavoro e di copertura dell’orario di lavoro.

La prestazione di lavoro straordinario è disposta sulla base delle esigenze individuate dall’amministrazione, rimanendo esclusa ogni forma generalizzata di autorizzazione. L’art. 5-bis del R.D. n. 692 del 1923 dispone, al secondo comma, che il ricorso al lavoro straordinario deve essere contenuto e che, “in assenza di disciplina ad opera dei contratti collettivi nazionali”, esso “è ammesso soltanto previo accordo tra datore e prestatore di lavoro”. Il ricorso al lavoro straordinario “è inoltre ammesso, salvo diversa previsione del contratto collettivo”, tra l’altro, nei “casi di eccezionali esigenze tecnico-produttive e di impossibilità di fronteggiarle attraverso l’assunzione di altri lavoratori”. Quest’ultima fattispecie, precisa la Corte, non può riguardare il caso in oggetto poichè, nella specie, le convocazioni in orario serale erano divenute la regola e non erano quindi dettate da esigenze straordinarie ed occasionali. Il rifiuto della dipendente, il cui orario di servizio era dalle ore 7,30 alle 13,30 e che nelle precedenti occasioni aveva assicurato la sua presenta durante le sedute del Consiglio comunale non risultava pertanto illegittimo.

Cassazione. Recupero assegni familiari indebitamente percepiti 

Con la sentenza n. 8873 dello scorso 4 maggio 2015 la Corte di Cassazione ha stabilito che il datore di lavoro, in caso di erogazione di assegni per il nucleo familiare non spettanti, è obbligato al recupero delle somme trattenendole su quelle dovute al lavoratore a qualsiasi titolo in dipendenza del rapporto di lavoro. La disciplina degli Anf è contenuta nel DPR n.797 del 1955, il all’articolo 37, comma 1, stabilisce che gli assegni familiari sono corrisposti agli aventi diritto a cura del datore di lavoro alla fine di ogni periodo di pagamento della retribuzione. L’articolo 43, del medesimo Decreto del Presidente della Repubblica, stabilisce, al primo comma, richiamando quanto previsto dall’articolo 42, che se l’ammontare dei contributi dovuti risulta superiore all’ammontare degli assegni corrisposti, il datore di lavoro provvedere, entro dieci giorni dalla fine di ciascun mese, a versare l’eccedenza all’INPS, e al successivo terzo comma, che se l’ammontare degli assegni corrisposti risulta superiore all’ammontare dei contributi dovuti, l’Inps provvederà a rimborsare l’eccedenza al datore di lavoro. In pratica gli Assegni per il nucleo familiare vengono pagati dall’Inps ma sono versati dal datore di lavoro in busta paga, il quale poi porta l’importo degli stessi a conguaglio nel Dm10 contenuto nella delega di pagamento F24 da saldare entro il 16 del mese successivo a quello di paga. Per gli Ermellini questo meccanismo di sostituzione deve operare anche nel senso opposto.

Ciò significa che nel caso in cui il datore abbia pagato delle somme a titolo di Assegni per il Nucleo Familiare indebitamente, ovvero senza che il lavoratore ne avesse i titoli, lo stesso datore è tenuto a recuperare le relative somme, trattenendole su quelle da lui dovute al lavoratore medesimo a qualsiasi titolo in dipendenza del rapporto di lavoro e versandole attraverso il meccanismo del Dm10. L’art 24 del d.P.R. n. 797 del 1955, art. 24 stabilisce infatti che in caso di indebita percezione di assegni da parte dei lavoratori le somme da restituire sono trattenute in ogni caso sull’importo di qualsiasi credito derivante dal rapporto di lavoro. Pertanto, alla luce di quanto sopra esposto, l’Inps può richiedere le somme dei contributi erroneamente portati in compensazione, nel caso in cui lo stesso datore di lavoro li abbia compensati con Assegni Familiari non dovuti anche se gli stessi dovranno ancora essere recuperati al lavoratore.

Carlo Pareto 

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