martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La crisi dei socialisti in Europa
Pubblicato il 11-07-2015


Alle forti difficoltà di tenere l’elettorato a vantaggio di movimenti più radicali, come avvenuto in Grecia, in Spagna, per taluni aspetti anche in Gran Bretagna, i socialisti europei stanno sommando l’incapacità di uscire dalla logica dell’esclusivo interesse nazionale. Era già avvenuto questo fenomeno a fronte del primo conflitto bellico mondiale e anche allora furono i socialdemocratici tedeschi i primi a votare a favore delle spese belliche, aprendo un forte divario coi partiti fratelli. Poi ognuno si rinchiuse a casa sua e con l’unica eccezione dei socialisti italiani, allora nelle mani dei neutralisti, ogni partito votò a favore dell’intervento con una giustificazione di carattere patriottico. Così i socialisti europei si trovarono gli uni contro gli altri mandando in frantumi la Seconda internazionale.

Anche oggi i socialisti sono in preda alla stessa questione, alla necessità di restare europei e di superare una visione puramente nazionale. Per di più con la pressante esigenza di costruire davvero un’Europa che ancora non c’è. D’altronde gli interessi nazionali si pesano al momento del voto e per presentarsi credibili alle elezioni politiche di ciascun paese occorre mostrarsi oltremodo sensibili ai suoi interessi. Se l’Spd poi governa con la Merkel è anche giustificata una particolare attenzione ai programmi governativi. Così, finché non si creerà una sorta di Confederazione europea, sulla scorta dell’esperienza degli Stati Uniti, finché l’Unione europea sara un mosaico di stati nazionali autonomi, difficilmente i partiti diverranno davvero europei e sapranno anteporre gli interessi collettivi dell’Europa a quelli di ciascuno stato.

I socialisti europei hanno però un’altra necessità, ora. Mentre si affaccia una sinistra più radicale che dopo la vittoria di Tsipras si fa anche più forte, anche se già all’interno di Syriza si annuncia un’ala più dura dopo le recenti proposte per un’intesa con l’Ue (in base al vecchio detto: “C’è sempre un puro poi più puro che ti epura”), mentre la Germania ribadisce la sua vecchia politica di austerità e di prosperità solo interna, sarebbe necessario che i socialisti lanciassero la loro sfida unitaria fondata sull’obiettivo di costruire l’Europa politica, un continente armonico fondato sulla democrazia, sullo sviluppo economico e sulla giustizia sociale.

Occorrerebbe un progetto del socialismo liberale che rilanciasse una vecchia tradizione continentale sulla scorta del nuovo mondo che chiede il superamento degli Stati nazionali attraverso la formazione di una Confederazione europea, un programma di investimenti contro la disoccupazione, meno vincoli alla ripresa, meno statalismo e più privatizzazioni, una nuova coscienza solidale, l’affermazione di un’accoglienza sempre rigorosamente ancorata alla difesa dei principi liberali, una politica estera capace di fronteggiare il terrorismo islamista. Privatizzazioni, difesa dei principi liberali, lotta al terrorismo islamista? Sì, lo sottolineo, anche questi sono punti che devono essere fatti propri dai socialisti. Ecco perché parlo della nuova prospettiva del socialismo liberale. Perché mai come oggi questa diventa oltretutto una necessità. Un’idea di futuro alla quale votarsi.

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Commenti all'articolo
  1. E’ proprio vero; oggi i socialisti europei, e in particolare i socialisti tedeschi, devono rivedere i propri programmi alla luce delle nuove problematiche cui si trova davanti l’europa intera. Una nuova prospettiva di socialismo liberale o una nuova Bad Godesterb come ricorda Nencini.

  2. Caro Direttore l’aver abbandonato le politiche sociali, economiche e civili che hanno contraddistinto nel passato i socialisti europei, per sposare “nuove” filosofie basate sul liberismo (presunto..)volto buono del capitalismo. hanno determinato marginalità e ininfluenza politica. Logico poi rintanarsi entro i propri confini nazionali! quando si è subalterni è facile cadere in questa trappola mortale.. Il segretario Nencini in un’altro post ha ben evidenziato i pericoli per i socialisti Europei invocando una nuova Bad Godesberg. questo vale per il PSE, ma vale sopratutto per l’Italia, dove è noto, non esiste un Partito Socialista di massa. E francamente, pena il ridicolo, insistere che il PD è un partito socialista perchè ha aderito al PSE,è pura fantasia! Nel nostro Paese la parola stessa”socialismo” è stata sbranata proprio dai demo-cumunisti del PD, dai socialisti conformisti accasati a destra e a manca, ed infine ma non per ultimo dal potenti che gestiscono l’informazione in funzione dei loro esclusivi interessi. Ed in questi “interessi” ovviamente va benissimo i Renzi e Berlusconi, i Grillo e i Salvini, i Fassina e i Ventola, come già ieri i Di Pietro e i Bossi, ma non i socialisti! questo ci dovrebbe far riflettere tutti! invece di seguire sogni scissionisti (vedi Bartolomei) ma anche rassegnazioni o fusionisti filo PD.

  3. Per un socialismo liberale i socialisti europei dovrebbero uscire dalla logica cattocomunista/nazionalista che oggi permea la maggior parte dei paesi aderenti.
    Per farlo servirebbe coraggio anche se ciò comporterebbe una riduzione a “pane ed acqua” dei nostri rappresentanti, cosa che mi pare hanno poca intenzione di fare.
    Non si può quindi essere mosche cocchiere e sognare di essere i cavalli.
    Torniamo alle nostre DIMENTICATE ORIGINI!

  4. Il punto visivamente più basso di questa crisi, a mio avviso, è stato lo sguardo – tra ostile e impaurito – di Schulz, quando Tsipras è entrato nell’aula del Parlamento europeo.
    I socialisti sono rimasti ai nazionalismi della prima guerra mondiale ed in più, avendo abbandonato lo studio del
    Ed il pensiero socialistacapitalismo – che invece hanno creduto di far proprio, limitandosi a correggerlo – non hanno le basi teoriche per l’aggiornamento del pensiero.
    la mondializzazione non è una novità: sotto il giogo delle potenze imperiali, agli inizi del ‘900,
    essa era già in atto. Ci volle la nascita dell’URSS per dividere il capitalismo ed i mercati.
    Dall’89, ci risiamo. I socialisti europei (negli USA è da tempo che non ci sono più…) non si sono accorti del risorgente schiavismo al quale in molte realtà costituisce i rapporti tra datore di lavoro ed operaio (cfr. l’azienda della Apple, in Cina, dove sono state messe – come al circo – le reti di salvataggio all’immobile, per impedire i suicidi degli operai-schiavi).
    Quanto c’è da fare, per salvare un’anima ai socialisti del mondo”!

  5. Mi sembra che il Direttore abbia scritto liberale, non liberista. Liberismo economico e Socialismo sono, se non inconciliabili, quanto meno difficili da coniugare. Sono però complementari, l’uno correttore e moderatore dell’altro.
    Quanto al liberalismo, lì credo siamo tutti d’accordo. Diritti dell’individuo, libertà civili, difesa dell’aspetto privato della vita dei cittadini, ebbene tutto questo si sposa bene con l’idea socialista.
    Saluti, Mosca.

  6. La crisi dei socialisti europei è la crisi del socialismo europeo, dovuta esclusivamente, in un’epoca radicalmente nuova, all’assenza di un PENSIERO NUOVO..
    Quello avanzato nel suesposto fondo, consolidandosi sul terreno puramente e classicamente liberaldemocratico, non è la soluzione ma la causa della degradante irrilevanza socialista.

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