giovedì, 8 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

LA NOTTE DEI FALCHI
Pubblicato il 07-07-2015


Grecia-debito-UE
Sette miliardi e mezzo. È questa la cifra che separa la Grecia dal default. Atene ha bisogno di questo aiuto entro giovedì per far fronte all’emergenza, indipendentemente dalle trattative in corso per la rinegoziazione dei debiti con i vertici di Bruxelles sulla base di proposte che avanzerà ufficialmente solo domani.

La richiesta del “prestito ponte” è stata avanzata dallo stesso premier greco Alexis Tsipras alla vigilia della serie di incontri in cui si deciderà la sorte della Grecia e la sua possibile uscita dall’euro, la Grexit.

Formalmente nessuno vuole che la Grecia lasci l’euro, sia perché il default avrebbe ripercussioni dirette sui bilanci dei singoli Stati sia perché si temono gli effetti a catena, economici e politici, di un fallimento di un Paese membro a cominciare dalla ‘credibilit’ della moneta unica.

NON VOGLIAMO UNA GREXIT
“Una Grexit – ha detto il vicepresidente della Commissione UE, Valdis Dombrovskis al suo arrivo all’Eurogruppo straordinario sulla Grecia – non è il nostro obiettivo, noi lavoriamo a un altro schema per trovare una soluzione, ma se il pacchetto di riforme” che verrà proposto nelle prossime ore dal Governo ellenico non fosse giudicato credibile “questa non può essere esclusa”.

Pugno di ferro in un guanto di educato e diplomatico velluto, al contrario del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Shaeuble che non si fa problema di nascondere la sua predilezione per una soluzione traumatica della crisi. “Chi conosce i Trattati Ue – ha detto Shaeuble ribadendo una netta chiusura alla principale richiesta avanzata da Atene – sa che il taglio del debito è vietato”.

L'eurosummit di Bruxelles con Tsipras, Merkel, Hollande, Juncker

L’eurosummit di Bruxelles con Tsipras, Merkel, Hollande, Juncker

E non è più morbido il presidente della Commissione Jean Claude Juncker che non crede possibile che già dall’Eurogruppo e dall’Eurosummit di oggi (col duo Merkel-Hollande) possa scaturire il miracolo: “Dobbiamo trovare una soluzione – ha detto – e oggi cerchiamo di mettere ordine, di ristabilire la fiducia, di riaprire il dialogo e di comprendere le posizioni reciproche”. “Il governo greco ci deve dire come si vuole districare da questa situazione”. Servono “proposte concrete” e la situazione “non si risolve in una notte”.

E ancora il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, che prima della riunione dell’Eurogruppo ha incontrato il nuovo ministro delle Finanze elleniche Euclid Tsakalotos (nella foto), ha avvertito: “Faremo di tutto per mantenere unita l’Eurozona, ma la soluzione deve essere credibile per l’insieme dell’Eurozona, deve rafforzare la credibilità dell’area monetaria”.

CHI VUOLE IL DEFAULT
Il fronte dei ‘falchi’ appare duro e compatto come non mai. Sembra prevalere una netta preferenza per l’espulsione della Grecia, sotto forma di default, sia per impartire una ‘lezione’ politica a tutti i movimenti e i partiti che in Europa sognano una politica economica comune diversa con un allentamento delle clausole dei Trattati, sia per trasformare l’Unione in un club economico più esclusivo. Senza contare le ragioni di politica interna che vedono gli esponenti dei partiti conservatori, necessariamente schierati sulla linea dell’intransigenza per mantenere la presa sui governi dei rispettivi Paesi.

LE CREPE NEL FRONTE DEI ‘FALCHI’
A indicare la rotta è stata fino a oggi l’‘Europa del nord’, guidata dalla tedesca Angela Merkel, con utili alleati come la Spagna del conservatore Mariano Rajoy (PP) e il Portogallo di Pedro Coelho (PSD), ma anche del centrosinistra come l’Italia di Matteo Renzi con la flebile opposizione della Francia socialista di François Hollande. L’esito del referendum greco però, come l’avvicinarsi della concreta prospettiva di un default greco, stanno spingendo alcuni governi – la Francia in testa – a tentare una mediazione per salvare ‘capra e cavoli’, ovvero tenere dentro la Grecia senza rinunciare, almeno formalmente, al rispetto del patto tra creditori e debitori, perché una cosa è certa, se Atene dichiara fallimento, alcuni Paesi – in testa la Germania, seguiti da Francia e Italia – dovranno inserire tra i crediti inesigibili un bel mucchietto di miliardi e prepararsi a fronteggiare la navigazione in un mare sconosciuto dove Borse e titoli di Stato potrebbero patire duramente la violenza dei marosi. Ecco allora che Parigi per bocca del premier Manuel Valls, non solo ritiene che si debba fare di tutto per impedire l’uscita di Atene dall’euro, ma ha sostenuto anche che una eventuale ristrutturazione del debito (quello che chiede Tsipras) non sia considerata un “tabù”.
Anche nel PSE la deriva merkeliana assunta dalla SPD a guida Sigmund Gabriel, comincia a essere criticata apertamente. nel suo profilo twitter, Sergei Stanishev, il presidente appena rieletto del Partito socialista europeo, ha scritto:  “Il popolo greco ha sofferto abbastanza. Rispettiamo la scelta democratica della Grecia. Ora è giunto il momento di trovare una soluzione. Per questo sono qui oggi riuniti i leader europei”.

Fino a oggi il fronte dei ‘falchi’ è stato compatto per non lasciare troppi margini di manovra al premier greco Alexis Tsipras, ma da domani, di fronte al peggio, potrebbe esserci un disconoscimento del ruolo assunto dalla Merkel e la richiesta di una concreta collegialità rispetto all’asse franco-tedesco (molto più tedesco che franco). D’altra parte il nuovo piano che Tsipras si appresta a presentare a Bruxelles gode non solo della forza che gli ha dato il secco verdetto referendario col 61,3% di NO al piano dell’Eurogruppo, ma anche del sostegno dei tre principali partiti dell’opposizione interna, Nuova Democrazia, Pasok e To Potami.
Le opposizioni infatti dopo la sconfitta nelle urne, oggi firmano il piano assieme al leader di Syriza in un’assunzione di responsabilitàò corale che non può essere ignorata.
A questo si aggiungono le pressioni esplicite e forti a favore dell’accordo che arrivano dall’Amministrazione Obama – oggi c’è stata anche una telefonata tra il Presidente Usa e il premier greco – e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) con le ripetute affermazioni del suo Direttore generale Christine Lagarde.

GLI ESITI POSSIBILI
Intanto la Borsa di Atene resta chiusa fino a domani e non è detto che la data, come per gli sportelli bancari, non venga prorogata in attesa che la situazione si chiarisca.
Comunque al di là delle dichiarazioni tutti gli scenari sono possibili, dall’accordo alla Grexit passando per un’‘amministrazione controllata’ del fallimento e ci si chiede quali possono essere le conseguenze economiche e politiche a seconda delle soluzioni.
A oggi il governo Tsipras continua a ribadire che il suo obiettivo principale è, e resta, una rinegoziazione del debito, con un taglio del suo valore nominale (haircut). Un’alternativa però potrebbe essere nell’allungamento delle scadenze e/o nella rimodulazione degli interessi. Se la soluzione è questa, la trattativa uscirà allo scoperto solo ad accordo raggiunto.

RESPONSABILITÀ DIFFUSE
Nessuno però può ignorare quanto è avvenuto fino a oggi perché se è vero che la Grecia porta sulle sue spalle la maggior parte delle responsabilità, è altrettanto vero che in Europa le sue Istituzioni e molti dei suoi Paesi membri, hanno commesso errori gravi, o peggio, hanno speculato sul dissesto di Atene.

Dopo sei anni di recessione, due ‘pacchetti di salvataggio’ amministrati dalla troika in rappresentanza dei creditori internazionali (UE, BCE, FMI), il debito pubblico della Grecia è cresciuto ininterrottamente fino a toccare la cifra di circa 324 miliardi di euro, pari al 175% del suo odierno PIL (Prodotto interno lordo).

Nel frattempo l’austerity imposta ai Governi che si sono alternati al potere – prima di centrosinistra col Pasok e poi di centrodestra con Nuova Democrazia – hanno provocato una notevole compressione dei redditi interni, con tagli feroci allo stato sociale, agli stipendi, alle pensioni e un mare di disoccupazione spingendo al successo la federazione dei movimenti di sinistra, Syriza. Ecco perché tra i primi atti del Governo Tsipras c’è stata proprio la richiesta a Bruxelles di far scomparire la denominazione di ‘troika’ che agli occhi dei greci si è associata a un forte senso di umiliazione e di ingiustizia.

Grafico debito Grecia

Come è ripartito il debito greco

UN DEFAULT RINVIATO
La verità però è, parrebbe di capire, che la Grecia se doveva fallire avrebbe dovuto dichiarare default già tre anni fa, ma se fosse accaduto questo allora, i debiti che oggi sono in capo alla BCE e agli Stati sovrani, sarebbero stati delle banche greche ed europee e questo lasso di tempo, con il fiume di miliardi pompato dalla BCE, è servito solo a rendere ‘pubblici’ debiti ‘privati’. Un conto che verrà saldato dal contribuente europeo con le sue tasse anziché dagli azionisti degli istituti di credito che hanno lucrato cospicui guadagni prestando soldi a un debitore chiaramente insolvente. Ecco perché oggi la Merkel – e non solo lei – può permettersi di mostrarsi così intransigente …

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento