sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’ALTALENA
Pubblicato il 01-07-2015


Merkel-Tsipras-debito

Un’altra giornata sull’altalena con scambio di lettere, ipotesi di accordo, mezzi impegni e dichiarazioni pubbliche in un rimpallo che ormai si svolge solo tra Atene e Berlino.

Nel pomeriggio il primo ministro greco Alexis Tsipras ha confermato, in un discorso alla nazione, il referendum di domenica 5 luglio. Anche se a questo punto non si capisce più bene se i greci sono chiamati a pronunziarsi sulla prima edizione delle ‘Tavole di Juncker’, i 10 punti dell’accordo proposto dalla Commissione a nome della troika, oppure su una delle successive variazioni presentate da ambo le parti.

“Il no – ha detto Tsipras che si dimostra un abilissimo negoziatore – è un passo decisivo per un accordo migliore al quale miriamo da lunedì, dopo il referendum”. “Questa situazione non durerà per molto. Salari e pensioni non andranno persi. Da parte nostra noi cercheremo di rifiutare ciò che il memorandum ci chiede, cercheremo di fare il possibile, per avere condizioni migliori, più positive”. Il governo, ha aggiunto, “resta al tavolo delle trattative” e “risponderà immediatamente all’Eurogruppo se ci sarà un risultato positivo”. Insomma, sembra di capire che Atene non ha nessuna voglia di assecondare il tentativo di far passare il governo greco come quello che ha fatto saltare il banco.

Stamane nuove controproposte ai creditori con una lettera. Il premier ellenico ha inviato una nuova lettera dove si mostra disponibile ad accettare, con alcune modifiche, alcune delle condizioni poste nella scheda dei dieci punti. In particolare accetta l’intero impianto di riforma dell’Iva, che di fatto fa aumentare il prelievo facendolo salire a 1 punto percentuale di PIL, mantenendo però lo sconto del 30% per le isole. Ok anche alla riforma delle pensioni, da far partire però a ottobre, con l’innalzamento progressivo dell’età pensionabile prevista a 67 anni entro il 2022.

Dall’altra parte il vicepresidente dell’Eurogruppo, Valdis Dombrovskis, ha parlato di “apertura a discutere sul debito” da parte dei ministri economici dell’Unione. Inutile dire che anche le Borse hanno seguito l’altalena, facendo salire i listini a mano a mano che arrivavano dichiarazioni di apertura.

Come nei più scontati polizieschi, c’è però chi negli interrogatori fa la parte del ‘cattivo’. Così se il poliziotto ‘buono’ si mostra possibilista, quello ‘cattivo’, Angela Merkel, si preoccupa di rendere difficile l’accordo. Così da Berlinoè arrivata una frenata secca: “Nessun negoziato sui nuovi aiuti prima del referendum in Grecia”. Alla Cancelliera tutto sommato il referendum va bene perché se Tsipras lo vince, la Grecia viene buttata fuori dall’euro e lei può dire che non ha tutte le colpe; se invece lo perde, è Tsipras che è costretto ad abbandonare il campo infliggendo però anche una ‘lezione’ epocale a tutti i ‘movimenti antisistema’, come vengono definiti comodamente dall’establishment della destra europea, che insidiano sempre più da vicino i Governi di destra e di sinistra del Vecchio Continente. Comunque la Cancelliera ha anche un ‘problemi’ di politica interna. Se si mostra troppo morbida, rischia anche lei di pagare un prezzo politico sull’altare dell’austerità e c’è già, Wolfgang Schaeuble, il suo ministro delle Finanze, che è pronto a buttarla giù dalla poltrona.

Il prezzo, in termini economici e di prospettiva futura è elevatissimo, anche per una ‘tosta’ come la Merkel. In gioco c’è il suo futuro politico, quello della Grecia e quello dell’Europa, come dimostrano le dichiarazioni che arrivano da Washington come da Mosca. Ecco dunque che al ‘no’, Angela ha aggiunto una postilla: “Il negoziato con la Grecia resta aperto”. Insomma, su è giù sull’altalena in un gioco continuo di parole che insegue o precede, quelle di Tsipras.

Quanto a Schaeuble, ha una straordinaria capacità di ignorare la realtà dei fatti perché è arrivato a dire che l’attuale esecutivo di Atene ha peggiorato la situazione nel Paese, facendo finta di non sapere che in tre anni di ‘ricette’ rigoriste modello FMI (Fondo Monetario Internazionale) tutti gli indicatori dell’economia greca sono peggiorati drammaticamente, il debito pubblico è cresciuto del 50%, il PIL è decresciuto proporzionalmente mentre la popolazione è tornata a conoscere la fame dei tempi della guerra. E al governo c’erano i suoi amici, quelli di Nuova Democrazia, gli stessi che hanno truccato i conti per entrare nell’euro facendo affari d’oro con la Germania e la Francia per l’acquisto di armamenti tanti inutili quanto costosi. Ecco dunque il nostro rimarcare che il governo Tsipras si è tirato indietro rispetto agli impegni del precedente esecutivo guidato da Samaras. Sì, proprio quel governo che ha reso possibile il disastro lasciato in eredità a Tsipras e che è servito solo a trasferire i debiti privati delle banche, non solo quelle greche, alla BCE e ai Governi europei, cioè a tutti i cittadini dell’Unione così che se la Grecia dovesse fallire, non fallirebbero né le banche né i loro azionisti, ma aumenterebbe solo il debito pubblico europeo.

Quanto al presidente francese Hollande, che fino a oggi ha fatto da spalla alla Merkel, si è limitato ancora una volta ad ‘auspicare’. Ha auspicato “un accordo, anche prima del referendum, se possibile”. “Il nostro dovere è quello di mantenere la Grecia nell’Eurozona, ma ciò dipenderà sia dalla Grecia sia da noi”. Evviva.

L’unico, fino a oggi in Europa, che ha speso qualche parole di buon senso in difesa dei greci, non del Governo di Atene o dei crediti della BCE, è stato il Papa che già nell’‘eco-enciclica’ ha stigmatizzato il potere assurdo e insensato della finanza internazionale e che oggi ha chiesto che “la dignità della persona” rimanga al centro di ogni “dibattito politico e tecnico” e della “assunzione di scelte responsabili”. E sì, perché tutti parlano di debito, percentuali, punti di PIL e depositi bancari, e quasi nessuno dei cittadini che vivono sempre più faticosamente la crisi giorno dopo giorno.

Neppure il nostro Presidente del Consiglio ha fatto eccezione e da Berlino, in una lectio magistralis all’Università Humboldt, ha ripetuto il ritornello merkeliano: “Se le regole si rispettano si devono rispettare dappertutto. Condivido integralmente la necessità che il governo greco segua la strada maestra delle riforme strutturali”. Quanto al referendum ha sottolineato che “quella greca è una scelta politica di Tsipras, a mio giudizio molto azzardata. Perché non è detto che, in caso di vittoria, le condizioni del popolo greco e le misure saranno migliori”. Poi, bontà sua, ha aggiunto anche che “la sola visione economica per l’Europa” non può bastare e che “dobbiamo avere il coraggio di ammettere che questa visione economica, tutta incentrata sull’austerità e sul rigore, in questi anni non ha funzionato. Forse, forse, ha funzionato per la Germania. Ma non per l’Europa”. E, con una punta di orgoglio come forse si confarebbe a un politico che vuole raccogliere il voto della destra più che al segretario di un partito membro del PSE, ha aggiunto che “dopo il Jobs act, in Italia oggi il mercato del lavoro è più flessibile che in Germania”.

Comunque Renzi ha anche riconosciuto alla Germania di Angela Merkel che il suo ruolo “oggi è assolutamente cruciale” sopratutto “nella costruzione in un’idea di Europa orientata sul cambiamento”. Basta ovviamente intendersi sul significato della parola.

Qualcuno intanto – Enrico Marro, su ‘Il Sole 24 Ore’ – ricorda che la Germania di Merkel e Shaeuble ha la memoria davvero corta perché “quando fu la Germania ad andare in default (per ben due volte)” il più grande debito cancellato del Novecento fu proprio quello tedesco. “Senza l’ultimo default, quello del 1953, Berlino oggi non sarebbe certo la locomotiva d’Europa”. Senza dimenticare neppure cosa avvenne nel 1990, al momento della riunificazione”.

Armando Marchio

 

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