mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Lanciata l’idea
degli “Stati generali
dell’arte contemporea”
Pubblicato il 29-07-2015


Stai generali arteMario Michele Pascale, responsabile cultura della federazione del PSI di Roma scrive ai galleristi della capitale, lanciando l’idea degli “Stati generali dell’arte contemporanea”. 
E’ stata resa pubblica la classifica, redatta da ‘Artnet’, voce più che autorevole del panorama dell’arte contemporanea, delle migliori 55 gallerie d’Europa. La fanno da padrone Londra e Berlino, Parigi tiene, la lontanissima Islanda ha qualcosa da dire. L’Italia è rappresentata dalla inossidabile Lia Rumma di Napoli/Milano, dalla galleria Kaufmann Repetto e la Massimo De Caro di Milano. Viene segnalata anche la Franco Noero di Torino. La madunnina fa la sua discreta figura. E Roma? E’ presente con la sola galleria Frutta di via Giovanni Pascoli. La città eterna, tanto per cambiare, fa una figura barbina.

 

Evidentemente c’è qualcosa che non va nel cosiddetto “sistema dell’arte” della Capitale. E va bene che, complice la crisi, tutto il mercato rappresentato dal ceto medio alto, quindi dirigenti della pubblica amministrazione e d’impresa, si è affievolito fin quasi a scomparire. I privati hanno smesso di acquistare opere d’arte dando un taglio alla loro vanità e preferendo forme di investimento più sicure. E va bene che le fondazioni di origine bancaria hanno stretto i cordoni della borsa e acquistano sempre con maggiore riluttanza. D’accordo anche sul fatto che la pubblica amministrazione ha una visione patriarcale, pigra e museale, complice un catto-comunismo neo conservativo che pervade ideologicamente sia la struttura politica che quella amministrativa. Ma queste contraddizioni sono universali: la crisi è crisi sia per l’alto dirigente del comune di Roma che per quello di Parigi. Parigi però tiene alta la sua bandiera, Roma l’ha già messa a mezz’asta, rinunciando a combattere.
C’è anzitutto un problema culturale. L’arte contemporanea non è Picasso, non è Wahrol. Può essere anche quella, ma è anzitutto quella fatta da artisti viventi, che dialogano con noi e sono parte integrante del nostro tempo. Eppure si trova sempre il gallerista che vuole rifilarti l’ennesima copia dell’opera già di per sé seriale di un Andy Wahrol. Questo facendo leva su di un provincialismo gretto che vede nel nome un affare. Dubito che la marmitta scassata di una Ferrari, anche con il marchio in bella vista, sia un affare.. Di mio preferirei, con il dovuto rispetto per l’artista americano di cui si parlava, avere nel mio studio un Raffaele Bafetit. Perchè l’artista è giovane e l’opera, comprata a dieci, tra vent’anni potrebbe valere duecento rivelandosi un grandioso investimento. Terzo, un Bafetit (che qui prendiamo solo a titolo di esempio) costa relativamente poco. Con una modica cifra si possono avviare anche ceti non propriamente ricchi verso il collezionismo, ridando energia al settore. La litografia di Wahrol ha un prezzo stabile, che non aumenta nel tempo, a meno di non dare fuoco, di notte, a tutte le altre copie in circolazione.
Secondo: l’arte contemporanea non è un orticello da custodire gelosamente. Ma un grande giardino da curare tutti insieme. L’atteggiamento delle fondazioni e delle pubbliche amministrazioni è un grave problema. Se le gallerie vanno singolarmente, ognuno con il suo piccolo quadro sottobraccio, torneranno indietro con le pive nel sacco. Il problema non è di pregare il santo affinché faccia la grazia di comprare. Questa è elemosina. Bisogna avere norme certe a protezione dell’arte contemporanea, magari destinando, in maniera obbligatoria, piccole porzioni di bilancio all’acquisto di opere di artisti contemporanei viventi.
Anche qui non è un problema di furbizia contadina, ma di rivendicazione culturale, imprenditoriale e “politica”.
Le gallerie devono fare la loro parte, stimolando i nuovi talenti, cambiando radicalmente impostazione, smettendola di ragionare in termini di “particulare”. La proposta è semplice: ragioniamo insieme su come cambiare le cose a Roma. Quali strategie intraprendere per rivitalizzare il settore e dare dignità sia alle imprese che ai giovani artisti.
Riunirsi, in autunno, per discutere in maniera organica sul destino dell’arte contemporanea a Roma non sarebbe una cattiva idea…
Mario Michele Pascale
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