domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Le nuove opere d’arte
nel mercato delle ‘app’
Pubblicato il 27-07-2015


facebook_whatsappLa Silicon Valley di Mark Zuckerberg potrebbe essere la nuova Firenze di Lorenzo de Medici. Il teorema vincente sostituisce però le opere d’arte dei vari artisti rinascimentali con il mercato delle App – abbreviazioni di applicazioni o applicativi (ndr) – dato il valore di queste, spesso “inestimabili”. Iniziando proprio dal gigante blu, il social network che ha fatto la storia, e che continua a investire nella Mecca tecnologica di Palo Alto, di recente ha comprato l’applicazione di messaggistica istantanea ‘Whatsapp’ per la cifra record di 19 miliardi di dollari, di cui 4 in contanti e il resto in azioni. Valutata in borsa a marzo di quest’anno, l’app più scaricata del 2013, ‘Candy Crush Saga’, arriverebbe a superare i 7 miliardi di dollari mentre ‘Twitter’, altro social network “rivale” di ‘Facebook‘, ma molto seguito soprattutto in America, varrebbe più di 23 miliardi di dollari con rispettiva app per smartphone.

Opere d’arte di inestimabile valore? Il potenziale di questo mercato dipende però dalla comunicazione dei suoi stessi utenti. Ed è una gara tra likes, condivisioni e iscrizioni che accrescono il valore di mercato. Che è un po’ come se la Monna Lisa fosse valutata per il numero di scatti fotografici in un giorno. Ma il punto comune a questi due mondi neanche tanto lontani, sono i programmatori, veri e propri “artisti hi-tech” che usano i pc al posto delle tele, e codici binari al posto dei pennelli. Leonardo da Vinci come il nonno dei nerd? Dalla Toscana alla California coast to coast, l’accostamento estremo, nelle sue ripercussioni, fa tremare persino il mondo politico.

In questi giorni negli Stati Uniti fa tanto discutere la mossa di ‘Apple’ nel tentativo di “monopolizzare” il mercato dello streaming musicale, imponendo ai propri consumatori tariffe che vincolano pesantemente la scelta sulla app da scaricare. Il senatore democratico Al Franken ha scritto una lettera all’Antitrust americano per avere spiegazioni «Il recente lancio di ‘Apple Music’ – spiega Franken – ha portato alla luce un numero di restrizioni che Apple impone agli sviluppatori, inclusi i suoi stessi concorrenti sul mercato dello streaming musicale, che si rivolgono ai sistemi operativi Apple con i loro prodotti e servizi».

In altre parole la ‘Moby Dick’ creata da Steve Jobs, divora fette di entrate delle altre app presenti sullo store, ma ne vincola la promozione sullo stesso. Ma in questo mondo non ci sono giganti buoni. E l’arte musicale potrebbe uscirne ancora più frammentata di quanto già avvenuto. Ostaggio prediletto degli store come i-Tunes, le grosse major si sono “adeguate” al nuovo trend del mercato, che lascia sugli scaffali i vecchi cd-rom e dvd – neanche fosse la preistoria dell’era hi-tech – per convertire i vari artisti, e non l’hanno fatta franca nemmeno gli U2, al mondo del web 2.0. Oggi persino Mozart porterebbe con sé un ottimo i-pad per riascoltare la sua musica in streaming, mentre Leonardo da Vinci potrebbe facilmente trovare molte delle sue realizzazioni architettoniche e ingegneristiche nei vari videogame scaricabili su smartphone. L’industria culturale di Adorno non ha più limiti, spazio e tempo sono diventati concetti decisamente “underground”.

Santi Cautela

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