venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Libia. Silenzio e attesa per gli italiani rapiti
Pubblicato il 21-07-2015


Mellitah-Italiani rapiti

Silenzio e attesa. Non c’è altro purtroppo attorno alla sorte dei quattro italiani rapiti ieri in Libia, mentre rientravano dalla Tunisia, diretti agli impianti gestiti dalla Bonatti, un general contractor che si occupa di costruzione gestione degli impianti petroliferi per conto dell’ENI.

I quattro connazionali, Gino Pollicardo (ligure), Fausto Piano, Filippo Calcagno e Salvatore Failla, residenti in Sicilia (Enna e Siracusa) e nelle province di Roma e Cagliari – sono stati presi a un posto di blocco nella zona di Mellitah, a 60 km di Tripoli, nei pressi del compound della Mellitah Oil Gas Company, il principale socio dell’Eni che mantiene in Libia, nonostante il caos del dopo-Gheddafi, aperti gli impianti di estrazione e trasferimento verso l’Italia, di gas e petrolio.

Per ora attorno ai tecnici c’è soltanto una ridda di ipotesi, più o meno fondate. Si parte dal rapimento a fini di estorsione – un affare redditizio anche perché l’Italia di solito paga i riscatti senza fare grandi difficoltà a difrenza di quanto avviene con americani e inglesi – al gesto di ritorsione politica per l’avvicinamento del Governo italiano alle posizioni del Governo riconosciuto di Tobruk e il recente accordo, promosso dall’inviato dell’ONU, Bernardino Leon, con i capi tribù e i rais locali, nonostante l’opposizione del Governo islamista di Tripoli, la regione dove si trovano gli impianti e i pozzi petroliferi. Ma sono solo ipotesi e nessuna esclude completamente l’altra.

Per ora gli sforzi maggiori sono soprattutto legati alla velocità con cui si riuscirà a contattare gli autori del rapimento per scongiurare l’ipotesi peggiore, ovvero quella di un intervento dei tagliagole dell’ISIS, il sedicente Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, che avrebbe certamente interesse a impossesarsi degli ostaggi per meglio ricattare il Governo italiano.

Il ministro degli esteri Gentiloni ha ribadito anche oggi che è “difficile dopo poche ore capire natura e responsabili”, e che si tratta di una “zona in cui ci sono dei precedenti” e che quindi “concentrarsi sul terreno per reperire informazioni”. Il rapimento di ieri arriva a poco più di un mese dal rilascio di Ignazio Scaravilli, il medico catanese che era stato sequestrato a luglio.

Gasdotto GreenstreamGentiloni comunque tende a escludere che si tratti di una ritorsione per l’appoggio dato dall’Italia, anche in sede ONU, al governo in formazione che si bazsa sugli accordi raggiunti con la mediazione di Bernardino Leon. In realtà in Libia esistono diplomazie parallele e non tutte viaggiano sugli stessi binari. Se l’Italia ufficiale sostiene il Governo di Tobruk, riconosciuto a livello internazionale, e tenta di trovare un’intesa con le varie milizie e con il Governo islamico di Tripoli, l’ENI che occupa un posto di primissimo piano nella disastrata economia libica del dopo-Gheddafi, riesce a operare nella regione controllata da Tripoli. Ci riesce perché dà lavoro e genera entrate preziose con la produzione petrolifera che è tutt’ora quasi al massimo della sua capacità con 300 mila barili di greggio al giorno. Ecco dunque che tra le ipotesi si affaccia anche quella che potrebbero essere state le bande di miliziani dell’Esercito delle tribù, Jeish al Qabali, che sono ostili alla fazione islamista, Fajr Libya, contigue al governo tripolino. Un guazzabuglio in cui fa capolino anche un’altra ipotesi ovvero che si tratti di un’azione di ritorsione per le iniziative italiane sul fronte degli scafisti. Potrebbero essere stati i trafficanti di esseri umani che organizzano le migrazioni con i barconi proprio per segnalare quanto può avvenire se l’Italia si impegnasse concratamente nell’organizzare e gestire missioni in territorio libico per individuare le navi destinate a salpare dalla Libia prima ancora che lascino i porti locali.

L’ambasciatore libico in Italia, Ahmed Safar, comunque tende a minimizzare l’accaduto e a tranquillizzare autorità e opinione pubblica italiana. In un’intervista ad all’agenzia di stampa Adnkronos ha sostenuto la tesi che dietro l’azione ci siano “motivazioni criminali” e che questi atti “vengono di solito risolti pacificamente una volta che i responsabili sono accuratamente identificati”. Ovviamente l’ambasciatore, che rapprsenta il Governo di Tobruk, esclude evidentemente pro domo sua la pista politica per non indebolire il rapporto con Roma.

Resta da chiarire infine l’aspetto della sicurezza degli italiani, alcune migliaia, che operano in Libia dove è stata chiusa anche l’ambasciata. Ci si chiede se i quattro tecnici rapiti avesso o no una scorta ad accompagnarli nel viaggio di rientro dalla Tunisia. Viaggiare senza scorta sembra una leggerezza imperdonabile anche alla luce degli avvertimenti della Farnesina.

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