lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’intervento di Goffredo Bettini
Pubblicato il 09-07-2015


Siamo grati al Gruppo Pd della Camera dei deputati per averci dato la possibilità di organizzare questa bellissima mostra su Giacomo Matteotti.

Bellissima, perché unisce una capacità di ricostruzione storica ad una notevole potenza visiva.

Giacomo Matteotti è stata una grande personalità della politica italiana.

Ma in verità, è una felice coincidenza, che di lui parliamo al Parlamento europeo.

Perché egli ha attraversato con occhi assai vigili e animo sensibile gli avvenimenti che sconvolsero tutto il Vecchio continente nel primo quarto del secolo scorso.

Dunque, le cose che ha detto e le azioni che ha compiuto si inseriscono in un contesto internazionale più ampio.

I suoi, sono gli anni dell’affermazione faticosa delle idee socialiste in un Paese arretrato come era l’Italia di allora e in una democrazia difficile ancora notabilare e fortemente classista. Sono gli anni in cui divampa la prima grande Guerra mondiale, che scaturisce da varie ragioni, non ultima quella che gli attori istituzionali e politici delle varie nazioni non furono all’altezza delle problematiche nazionali e degli sconvolgimenti sociali prodotti dall’impetuoso sviluppo industriale e economico dei primi anni del novecento.

La guerra divampo’, come fosse una palla di biliardo che una volta spinta nessuno avrà la forza e la lungimiranza di fermare, così come nessuno comprenderà fino in fondo perché essa continuasse a rotolare.

Infine, quelli di Matteotti furono gli anni nei quali cominciò a sperimentarsi il pensiero totalitario; che aveva, in fondo, fatto le sue prove generali nell’epoca dell’imperialismo quando tutti i paesi europei, anche se in forme diverse, cominciarono a dividere gli esseri umani tra quelli di serie A e quelli di serie B.

Il fascino di Matteotti sta nel fatto che di fronte a questi avvenimenti, egli si colloco’ sempre dalla parte giusta, con forza quasi profetica.

Difese il riformismo socialista contro il massimalismo e la dittatura del proletariato.

Si oppose con tutte le sue forze alla guerra, non aderendo a quelle idee nazionaliste corrutrici, anche di una parte della sinistra e vedendo bene sia per i vincitori, che per i vinti, le conseguenze catastrofiche.

Si accorse prima di altri della deriva fascista verso un regime totalitario e violento e da quella consapevolezza trasse il coraggio per il vibrante intervento alla Camera sui brogli dei fascisti alle elezioni del 1924 che poi gli costò la vita.

C’è un aspetto mitico della sua personalità, perché la sua morte è stato uno spartiacque nella storia europea e chi si poteva illudere che Mussolini in fondo era un misto tra uno statista e un capobanda, dovette constatare che l’anima del capobanda prevaleva su qualsiasi interesse della nazione.

È interessante come il dittatore stesso sentisse quel drammatico episodio dell’uccisione di Matteotti come una macchia fastidiosa rispetto al suo profilo di capo del Governo; e come egli cercò di eliminare, attraverso i suoi apparati di polizia, quegli esecutori materiali del delitto ancora in vita e riparati in Svizzera.

Oggi certamente è solo un’occasione per ritornare su questi temi e approfondirli con l’aiuto di politici e studiosi di grande valore.

Ma non è un’occasione da perdere, perché a ben vedere ancora oggi la democrazia ha di fronte il tema di una classe dirigente non sufficientemente adeguata per affrontare le violenze, il pensiero razzista e populistico, che i grandi problemi del mondo ci pongono dinnanzi.

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