lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Liste civiche, ma solo di nome
Pubblicato il 15-07-2015


Prima di entrare nel merito, e per capirci qualcosa, proviamo a paragonare i diritti del cittadino elettore a quelli del cittadino consumatore.

Quest’ultimo deve avere una serie di informazioni su ciò che compra: che si tratti di un barattolo di tonno o di una medicina. Per chi si appresta a votare (una facoltà, non un obbligo) non c’è invece alcun diritto ad essere informato. Tutto viene, giustamente, lasciato alla libertà della politica e del rapporto tra elettore ed eletto.

Per altro verso, il consumatore è sempre in grado di verificare in qualche modo la qualità dei suoi acquisti; mentre l’elettore lo è sempre di meno. E non solo, come è ovvio, nelle grandi questioni che sfuggono alla sua competenza e al suo controllo; ma anche in quelle tematiche locali cui è direttamente interessato.

In questo caso, l’assenza di informazioni tende a minare alla base lo stesso esercizio della democrazia civica. Mai come oggi, almeno nel nostro Paese, sarebbe necessario il “controllo democratico”sulla gestione della spesa pubblica; mai come oggi questa possibilità viene di fatto sottratta alla cittadinanza. Pressochè scomparso il vecchio voto di appartenenza, cresce il peso del voto di opinione, di per sé sempre più volatile; mentre quello di scambio, oggetto di un’attenzione assai sospettosa da parte di una magistratura guardiana della virtù, è sempre più legato ad una dimensione puramente personale anziché essere il corrispettivo dei vantaggi arrecati ad una determinata collettività.

Gli enti locali si sono resi conto dell’esistenza del problema. Ma a partire da una crisi contingente: gli scandali e la necessità di “fare luce”per prevenire la loro ripetizione. Di qui le varie delibere sulla “trasparenza”, con la creazione dei relativi assessorati, l’obbligo di rendicontare patrimoni ed entrate; e, per altro verso, le norme sull’accesso agli atti e la “partecipazione”. Tutto ciò ha promosso, anche con il concorso dei “media”, una maggiore attenzione per i comportamenti individuali del personale politico locale: chi continuasse ad acquistare, con i fondi pubblici, mutande colorate o romanzi osé difficilmente potrebbe farla franca in futuro. Mentre, per altro verso, la conoscenza di ciò che accade nelle “stanze del potere”continua ad essere del tutto inadeguata: anche perchè politici e funzionari fanno a gara nel negarla.

Un esito paradossale per i teorici, fondatori della seconda repubblica. Con l’elezione diretta dei sindaci, essi avevano voluto colpire al cuore il sistema dei partiti con le sue mediazioni oscure e paralizzanti. Al suo posto una politica personalizzata e perciò più efficace e visibile e l’entrata in campo della “società civile”con un rapporto finalmente virtuoso con il potere.

Sarà però quest’ultima a mancare all’appuntamento. Come testimoniato dall’uso improprio di quelle liste civiche che avrebbero dovuto essere il segnale del suo nuovo protagonismo.

Certo, la presenza di liste senza etichetta partitica cresce in modo esponenziale. Fino ad acquistare, nel panorama locale (stiamo parlando dei centri medio-grandi in cui vige il sistema proporzionale), un ruolo assolutamente preminente. Ma, per altro verso, questa fioritura non è autonoma, ma è piuttosto chiaramente etero diretta. A coltivare i cento fiori della suddetta società civile sono infatti le cure amorevoli dei sindaci e/o presidenti e/o aspiranti tali.

Inizialmente si punta ad allargare in ogni direzione la ricerca del consenso. Così Veltroni promuoverà la lista dei “moderati per Veltroni” (e, se potesse, non disdegnerebbe nemmeno una lista di “anticomunisti per Veltroni”). Mentre i berlusconiani, irrimediabilmente condannati alla volgarità politica e culturale, raschieranno il fondo del barile con le liste “Forza Roma”e “Forza Lazio” (all’epoca, il Frosinone non era ancora in serie A).

Oggi, poi,non si tratta infatti più, o non si tratta soltanto, per i candidati o per gli eletti in attesa di riconferma, di creare “contenitori integrativi”rispetto a quelli dei partiti; ma piuttosto di costruire contenitori privilegiati in aggiunta e, in prospettiva, in sostituzione di quelli dei partiti stessi.

A manifestarsi è la logica dell’“uomo solo al comando”. In forma equilibrata nelle aree del centro e del nord Italia, dove il sistema dei partiti regge in modo più o meno soddisfacente; con effetti assolutamente dirompenti al Sud e nella stessa capitale dove la disgregazione della società politica e, aggiungiamo da subito, civile ha raggiunto forme assolutamente preoccupanti.

Questo per dire che l’uomo solo al comando è parte del problema della democrazia civica e non certo la sua soluzione. Non foss’altro perché le “liste del presidente” sono uno strumento passivo perché totalmente promosso dall’alto. Di civico c’è il nome. Ma non la cosa. C’è la lista. Ma non la società.

Perché questa si manifesti, e con la volontà di “aprire le porte”degli enti locali per guardando per capire le ragioni del degrado e per contrastarlo, dovranno accadere due cose.

La prima è che la principale forza di opposizione, il M5S, esca dalla contraddizione sempre più stridente tra una pratica riformista e la cultura, settaria e autoreferenziale, del “noi e loro”.

La seconda è che la famosa “borghesia riflessiva”( o “sensibile”) cessi di guardarsi l’ombelico e di coltivare la propria superiorità morale, per cominciare a occuparsi di ciò che accade nella sua città.

E, allora, le liste civiche verranno da sé. E il ritorno della democrazia civica coinvolgerà anche i partiti.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Resto sempre del parere che i partiti dovrebbero contrastare le liste civiche. Anche il nostro, benché siamo quattro gatti, deve rifiutare le liste civiche perché trtoppo spesso sono espressione di famiglie numerose in cerca di affari.

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