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Opinioni e commenti
 

7 luglio 1960. I morti di Reggio Emilia
di Mauro Del Bue
Pubblicato il 06-07-2015


E’ possibile tentare una versione condivisa dei fatti del 7 luglio che finalmente fuoriesca dalle strumentalizzazioni di parte? Che rilegga gli avvenimenti per quel che sono stati e che individui le gravissime responsabilità delle forze di polizia che spararono e uccisero, senza per questo negare quelle, certo meno gravi, ma evidenti, dei manifestanti che nei giorni precedenti sprangarono e ferirono decine di poliziotti? Senza sottacere quelle del governo Tambroni che quel clima aveva ispirato e senza negare quelle del Pci e della locale Camera del lavoro che quanto meno sottovalutarono l’incipiente tragedia? Spero che cinquantacinque anni dopo finalmente si possa uscire dalle solite visioni manichee e di parte che hanno ingessato da allora la politica reggiana e nazionale.

Il 4 luglio erano cominciati gli scontri anche a Reggio, il giorno prima dei fatti di Licata (un morto e diversi feriti tra i manifestanti) e dopo quelli di Genova (per il programmato congresso del Msi spostato in seguito a Nervi). Il 6 luglio la polizia effettuava violente cariche a Roma, che coinvolsero anche alcuni parlamentari tra cui Giorgio Amendola. Più tardi anche i morti in Sicilia. Il clima si era fatto incandescente per la permanenza in carica del governo Tambroni, appoggiato dal voto determinante del Msi. Anche Reggio si mobilitò. Già il 4 luglio i manifestanti, i giovani con le magliette a strisce, avevano assediato la sede del Msi di via Roma e ne erano nati numerosi scontri con le forze dell’ordine, che poi erano proseguiti in un cantiere di fianco al nuovo Isolato San Rocco, ove i manifestanti avevano aggredito gli agenti con sassi. I feriti, 28 da parte della polizia e cinque da parte dei dimostranti, erano stati ricoverati all’ospedale di Reggio. Alcuni agenti versavano in condizioni critiche. Non si placherà l’odio verso la polizia dopo i tragici avvenimenti del 7 luglio, tanto che uno di loro, Paolo Eboli, già partigiano e antifascista, padre del consigliere comunale Marco, verrà aggredito in pieno centro-storico all’altezza della Banca agricola e commerciale (attuale Credem), portato in un portone e bastonato alla testa. A causa di queste ferite perderà la vista.

La manifestazione del 7 luglio era stata vietata. Ma gli organizzatori (la Cgil reggiana) decisero di forzare il divieto. La polizia atterrita e mal preparata, o scientemente determinata a uccidere (al processo di Milano si sentenzierà che non vi fu premeditazione anche se un agente venne fotografato mentre prendeva di mira i bersagli umani) sparò. Nessuno l’aveva messo in conto? Nessuno pensava forse si potesse arrivare a tanto? Ma andiamo con ordine. L’unico spazio consentito (la sala Verdi, seicento posti) era troppo piccolo per contenere i manifestanti: un gruppo di circa trecento operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio del 7 luglio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione. Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia che tentano di disperdere la folla anche utilizzando gli idranti.

Anche i carabinieri partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d’acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio in uno stabile vicino all’isolato San Rocco, dove c’era un cantiere, e raccolgono assi di legno, sassi e altri oggetti contundenti. Altri manifestanti buttano le seggiole dalle distese dei bar della piazza. Respinti dalla sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare anche ad altezza d’uomo. Uno dei manifestanti, Giuliano Rovacchi, racconta: “Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole”, dice Rovacchi, “e noi ci ritirammo sotto l’isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall’autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d’uomo” (1). In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli, operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. Un agente estrae la pistola, s’inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Tondelli era stato partigiano della 76esima Sap (nome di battaglia Bobi), quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Davanti alla chiesa di San Francesco è Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Lo chiamavano Modugno, grazie alla vaga somiglianza con il cantautore del momento. Era uscito di casa con pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi: ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti sono a cento metri da lui: lo colpiscono in pieno petto.

Intanto l’operaio Marino Serri, 41 anni, partigiano della 76esima brigata, si affaccia urlando di rabbia oltre l’angolo della strada. Cade immediatamente, colpito da una raffica di mitra. Nato in una famiglia contadina e montanara poverissima di Casina, con sei fratelli, non aveva frequentato nemmeno le elementari: lavorava sin da bambino pascolando le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni, era stato in Jugoslavia. Abitava a Rondinara di Scandiano, con la moglie e i figli. In piazza Cavour c’è Ovidio Franchi, un ragazzo, operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile all’addome. Cerca di tenersi su, aggrappandosi a una serranda: “Un altro”, racconta un testimone, “ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due” (2). Franchi è la vittima più giovane (classe 1941, nativo della frazione di Gavassa): figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, dopo la scuola di avviamento industriale era entrato come apprendista in una piccola officina della zona. Nel frattempo frequentava il biennio serale per conseguire l’attestato di disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Morirà poco dopo a causa delle ferite riportate. Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all’età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144esima Brigata dislocata nella zona della Val d’Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene ucciso sotto i portici dell’Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non era ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria.

Polizia e carabinieri sparano con mitra e moschetti per quasi tre quarti d’ora, contro manifestanti armati solo di sassi. I morti sono cinque, i feriti centinaia. Drammatica anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: “In sala operatoria c’eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c’era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l’apprensione e il dolore dei parenti” (3). I nomi dei morti verranno cantati nella canzone di Fausto Amodeo. Ai funerali partecipò Palmiro Togliatti con a fianco Nilde Iotti. L’emozione fu immensa. Il sangue di Reggio Emilia era un nuovo richiamo e una nuova giustificazione a un impegno militante. Per alcuni diverrà anche una giustificazione per nuove imprese di sangue. Prendeva anche coloro che alla politica non avevano mai dato importanza e rimanevano per minuti sulle foto delle pozze di sangue pubblicate da “l’Unità” e su quelle meno trucide de “Il Resto del Carlino”, mentre la radio esaltava l’impresa di Nencini al Tour de France e Umberto Bindi cantava “Il nostro concerto”, una canzone che diveniva così quasi una colonna sonora di quei tragici avvenimenti. Vi furono responsabilità dei manifestanti e soprattutto del sindacato e del partito che li ispirò?

In una situazione analoga, nel 1915, Prampolini volle individuare le responsabilità dei manifestanti per la “sassata” (4) alla polizia e non condannò a senso unico la spietata reazione delle forze dell’ordine che spararono uccidendo due giovani dinnanzi al teatro Ariosto, dove parlava l’interventista Cesare Battisti. Nel 1960 la condanna fu a senso unico. Tra i fatti del 1915 e quelli del 1960 c’erano però stati il fascismo e la lotta di resistenza. E il clima era divenuto più avvelenato anche a seguito dei numerosi morti provocati dalle forze dell’ordine durante la fase di Scelba. Vi furono responsabilità certo giustamente riconosciute da parte delle forze dell’ordine e soprattutto del governo che quell’acceso clima di revival della lotta antifascista aveva saputo far resuscitare. In fondo la decisione di sparare e di uccidere non poteva essere giustificata e ricondotta solo alla semplice paura. I due giornali reggiani (La “Gazzetta di Reggio” e il Resto del Carlino”) furono in trincea nel denunciare le violenze e le responsabilità dei dimostranti, del Pci e della Cgil a senso unico. Aveva scritto la “Gazzetta” il 6 luglio con un titolo eloquente: “Indignazione di tutta la città per la violenta dimostrazione comunista” (5), riferendosi agli incidenti del 4 luglio: “Ventinove feriti fra le forze dell’ordine e due tra i dimostranti. Vibranti protesta dei giovani liberali e dei partigiani cristiani. Nessun comunicato emesso dalla segreteria della Dc” (6).

Ma anche dopo la morte dei cinque dimostranti, l’8 luglio, la “Gazzetta di Reggio” non cambiò d’un rigo la sua impostazione. E scrisse: “Cinque morti e diciassette feriti durante i gravi disordini di ieri” (7). A seguito dello sciopero proclamato dalla Cgil, una folla di alcune migliaia di persone si è radunata nel centro cittadino nonostante il divieto delle autorità. La polizia ha cercato di disperdere i dimostranti con lancio di candelotti lacrimogeni e successivamente sparando in aria. Poi la situazione è precipitata. Strette dalla folla che continuava a lanciare sassi e corpi contundenti le forze dell’ordine hanno sparato a più riprese” (8). La “Gazzetta” pubblicava anche un comunicato della Dc che sottolineava la responsabilità dei comunisti e della Cgil e che, dopo la strage, ugualmente affermava: “I tumulti di oggi sono avvenuti nel corso di uno sciopero che la Cgil aveva indetto senza intesa con le altre organizzazioni sindacali, anzi falsamente affermando che lo sciopero era stato concordato con la Cisl e la Uil” (9). La Dc reggiana vedeva solo due responsabili: il Pci e la Camera del lavoro. Non le forze dell’ordine che pure avevano sparato e ucciso.

Siamo così nel pieno del bipolarismo assoluto, quello che tendeva a falsificare la verità manipolandola. Se Pci e sinistre, da un lato, vedevano solo le responsabilità delle forze dell’ordine, Dc, Pli e giornali locali vedevano solo quelle del Pci e della Cgil. Non si riusciva a interpretare un episodio così drammatico con l’esclusivo amore per la verità. Per quale motivo non si poteva ammettere che vi erano stati ingiustificati e gravissimi atti di violenza (scatenata con sassi e altri corpi contundenti che avevano ferito e anche gravemente diversi agenti) da parte dei manifestanti e nel contempo ammettere che le forze dell’ordine avevano sparato per uccidere e la loro responsabilità, e quelle di chi li aveva diretti e istruiti, era gravissima e certo superiore? Lo stesso atteggiamento assunse “il Resto del Carlino che dell’edizione dell’8 luglio titolò: “Cinque morti e decine di feriti a Reggio Emilia” (10), e poi “gli agenti di polizia hanno fatto ricorso alle armi per difendersi da gruppi di dimostranti muniti di pietre, sassi e corpi contundenti. Barricate con materiale divelto da una casa in costruzione” (11). Anche da parte de “il Resto del Carlino” nessun accenno a qualche responsabilità da parte delle forze dell’ordine. Un avvenimento che aveva insanguinato la città non riuscì mai a trovare una versione comune e dal clima della guerra fredda e dello scontro politico più crudo solo Pietro Nenni tentò di uscire appoggiando il governo Fanfani che seguì le dimissioni di Tambroni e aprendo la strada al centro-sinistra. Era necessario per chiudere la fase della guerra fredda.

Note

1) Vedi Girolamo Di Michele, I morti di Reggio Emilia, i morti del 1960, su Internet

<p style="text-align: justify;" 2) Ibidem.
3) Ibidem.
4) Vedi I sanguinosi fatti di giovedì sera. Una dimostrazione finita tragicamente, in La Giustizia quot, 27 febbraio 1915
5) Indignazione di tutta la città per la violenta dimostrazione comunista, in Gazzetta di Reggio, 6 luglio 1960.
6) Ibidem.
7) Cinque morti e diciassette feriti durante i gravi disordini di ieri, in Gazzetta di Reggio, 8 luglio 1960.
8) Ibidem.
9) Responsabilità interamente ai dirigenti del Pci e della Camera del lavoro, in Gazzetta di Reggio, 8 luglio1960.
10) Cinque morti e decine di feriti a Reggio Emilia, in il Resto del Carlino, 8 luglio 1960.
11) Ibidem.

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Commenti all'articolo
  1. La ricostruzione fa capire l’andamento dei fatti.
    Dà al tutto una dimensione cittadina, quasi paesana.
    Soltanto inquadrato nel clima di tensione creato dal governo Tambroni, dalla provocazione missina di svolgere il congresso a Genova, ed anche da un risorgente squadrismo di destra, dall’atteggiamento ambiguo di certa magistratura, può rendere, anche non completamente, il sentimento dei lavoratori e degli studenti. Per chi stava valutando di montare sul treno per andare a Genova, i “morti di Reggio Emilia” come si canterà a lungo, scatenarono rabbia e determinazione.

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