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Opinioni e commenti
 

NO ICI, OPERE DI BENE
Pubblicato il 27-07-2015


Scuola cattolica-ICI

Giorgio Santacroce, primo presidente della Corte di Cassazione, ha tentato di frenare le polemiche sulla sentenza che ha dato ragione al Comune di Livorno che chiedeva alle scuole cattoliche locali di pagare le tasse sulla casa come qualunque altro proprietario visto che, incassando rette per circa un milione e trecentomila studenti, erano né più né meno attività commerciali. Sono “in larga parte fuor d’opera” le polemiche suscitate dalla sentenza ha detto il magistrato, rilevando, in una nota, che si tratta di “una questione” oggetto di indagine Ue per sospetti aiuti di Stato agli enti della Chiesa. In parole povere ha ricordato che l’Unione Europea – che si è mossa su iniziativa dei radicali – accusa l’Italia di discriminare tra soggetti economici a vantaggio di quelli del Vaticano: insomma ‘concorrenza sleale’ senza neppure entrare nel merito delle questioni ideologiche.

Santacroce ricorda appunto che in Vaticano “sembrano dimenticare come la questione sia stata oggetto di un’indagine comunitaria per sospetti aiuti di Stato agli enti della Chiesa, che sarebbero potuti derivare da una interpretazione della predetta esenzione non rigorosa e in possibile contraddizione con i principi della concorrenza”. Sarà, insomma, il giudice di merito a dover decidere.

UNA VALANGA DAL SASSOLINO
La sentenza della Corte di Cassazione – un sassolino che può trasformarsi in valanga – che ha ribaltato quanto stabilito nei primi due gradi di giudizio, ha riconosciuto la legittimità della richiesta dell’Ici avanzata nel 2010 dal Comune di Livorno e, come spiega una nota dell’ufficio stampa del Comune “questo genere di pronunciamento da parte della Corte di Cassazione è il primo in Italia sul tema specifico”.

Le proteste della Chiesa non si sono fatte attendere anche perché adesso tutti i Comuni sono obbligati a chiedere il pagamento dell’ICI a meno di non incorrere nei rigori della legge e di essere costretti a rifondere direttamente quanto non incassato, anche perché il patrimonio immobiliare della Chiesa cattolica è enorme – circa il 20% di tutto quello che c’è nel Paese secondo il gruppo Re, che da sempre fornisce consulenze a preti e suore – e le scuole, dagli asili nido ai licei, sono decine di migliaia.

Il primo a attaccare duramente la sentenza è stato il presidente della Fidae, la Federazione che associa la quasi totalità delle scuole cattoliche italiane, don Francesco Macrì, secondo cui ora “si rischia realmente la chiusura di queste scuole” e che “qui bisogna parlare di “scuole pubbliche paritarie”. Subito dopo è intervenuto il segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, che l’ha buttata in politica senza entrare nel merito. Per Galantino quella della Cassazione è una “sentenza pericolosa”, “ideologica”, che intacca gravemente “la garanzia di libertà di educazione richiesta anche dall’Europa”, mettendo fortemente a rischio la “sopravvivenza” degli istituti paritari. Che la sentenza sia ideologica sembra davvero una boutade.

IDEOLOGIA? QUELLA DELLA CEI
Per Riccardo Nencini è esattamente il contrario: “Proprio noi siamo oggetto di una campagna ideologica sulla scuola scatenata dalla stampa ecclesiastica” ed è – secondo il Segretario del Psi (vedi intervista a ‘il Messaggero’ – “un onore”. “La posizione socialista è chiara: tutela della libertà di insegnamento, consapevolezza che spesso, in molti comuni italiani, le scuole paritarie colmano disservizi dovuti a carenza di strutture statali, nessun privilegio circa il pagamento delle tasse”.

“Monsignor Galantino teme – minaccia?- la chiusura delle scuole paritarie cattoliche, insidiate – cito – ‘dall’ideologia che acceca’”. Non è il mio pensiero – fa notare Nencini – perché “le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico, talvolta colmano lacune dovute a carenza del servizio statale, adempiono al principio della libertà formativa. Bene. Altra cosa però è il pagamento delle tasse”. A questo punto il leader socialista però entra un po’ nel merito e ricorda che nelle scuole “vengono pagate le rette, fino a circa 3000 euro annui a studente. Nel tempo, le paritarie hanno goduto di finanziamenti di varia natura: circa 500 milioni l’anno dallo Stato, fondi per singoli progetti, sgravi fiscali, contributi speciali con specialissime convenzioni. Non sempre, invece, al sostegno alle paritarie ha corrisposto un investimento cospicuo per l’istruzione ‘obbligatoria e gratuita’, come recita la Costituzione. Resta infine il nodo, anch’esso costituzionale, del ‘senza oneri per lo Stato’. Interpretazione enigmatica? Non penso. Quanto alla qualità dell’insegnamento – non un pericoloso sovversivo, ma OCSE Pisa, sostiene che vi siano solo tracce di eccellenza nelle superiori paritarie – converrebbe discuterne. Il ministro Giannini ha suggerito una riflessione. D’accordo, qualità del l’insegnamento inclusa”.
Sì insomma, saranno anche utili a colmare i vuoti della scuola pubblica (a cui lo Stato peraltro lesina fondi e assesta un taglio dopo l’altro anno dopo anno), ma non è certo un insegnamento di qualità, ma mediocre e ‘controllato’ – questo sì ideologicamente – dal ‘padrone’, che è il Vaticano sia nella gestione quotidiana delle materie che nella scelta degli insegnanti (e qui bisognerebbe aprire un dolorosissimo capitolo su contratti e stipendi).

OLTRE IL CONCORDATO
La vicenda fa tornare però alla ribalta il rapporto Stato-Chiesa (intendendosi solo quella cattolica) così come regolamentato dal Concordato e soprattutto dalla miriade di leggi e leggine che ne hanno profondamente modificato la portata, spesso stravolgendola, per quanto concerne gli aspetti fiscali.

L’affermazione di Monsignor Galantino può stimolare un riso irrefrenabile quando afferma che “mentre gli istituti paritari ricevono contributi per 520 milioni di euro, lo Stato risparmia sei miliardi e mezzo”. Il calcolo del risparmio è evidentemente sul numero degli studenti iscritti, ma sul fronte delle entrate ha davvero un vuoto di memoria perché grazie a leggi, leggine e interpretazioni favorevoli, la Chiesa – dal gettito dell’8 per mille che supera il miliardo di euro l’anno grazie allo stratagemma voluto da Tremonti che estese la volontà donatrice dell’ignaro contribuente anche ai non dichiaranti – ha una valanga di contributi diretti e indiretti a carico del cittadino. Cominciando dallo stipendio degli insegnanti di religione – scelti dall’episcopato, ma a carico di Pantalone – fino alle decontribuzione di impegati e addetti alla galassia delle associazioni ‘benefiche’ e alle esenzioni che raggiungono l’Iva, l’Ilor, i lasciti testamentari, le donazioni e perfino le tasse sulla nettezza urbana passando per i ‘bonus’ scolastici di certe Regioni a trazione clerico-leghista. Fare la somma dei vantaggi di questa infinita lista (qui c’è un istruttivo compendio) è difficile, ma si aggira sui 2 miliardi e mezzo a essere miopi, molto miopi. Altro che 520 milioni …

1/5 DEL PATRIMONIO IMMOBILIARE
E sullo sfondo di questo calcolo è davvero difficile dire che la Chiesa cattolica è povera visto che possiede, in Italia, un quarto, almeno, dell’intero patrimonio mobiliare italiano, che supera i 6.400 miliardi di euro, come registrato dal rapporto sugli immobili in Italia realizzato dall’Agenzia del territorio e dal dipartimento delle Finanze, e che basta dichiari che si tratta di edifici destinati al culto, o giù di lì, per non pagare un cent di tasse.

Per non dire dei beni al sole che possiede su scala planetaria che ne fa una multinazionale potentissima con un patrimonio valutato in “quasi un milione di complessi immobiliari composto da edifici, fabbricati e terreni di ogni tipo con un valore che prudenzialmente supera i 2mila miliardi di euro”. La fonte è quella dell’“Annuarium statisticum ecclesiae”, la ‘bibbia’ dei beni terreni della Santa Sede, compulsata sei mesi fa da Il Sole 24 Ore.

Il quotidiano della Confindustria, rileva che questo Paese virtuale “può contare sullo stesso numero di ospedali, università e scuole di un gigante come gli Stati Uniti. Ha oltre 1,2 milioni di ‘dipendenti’ e quasi un miliardo e duecento milioni di ‘cittadini’”.

“Questo Paese immaginario” è fatto di “congregazioni, ordini religiosi, confraternite sparse ovunque nel mondo che, direttamente o attraverso decine di migliaia di enti morali, fondazioni e società, possiedono e gestiscono imperi immobiliari immensi che nessuno forse è in grado di stimare con precisione e che sono sempre in costante metamorfosi”.

E dentro c’è di tutto: ospedali, chiese, parrocchie, orfanotrofi, alberghi, pensioni, agenzie turistiche e naturalmente anche asili, scuole, università.
“Un patrimonio immenso che però non si ferma appunto alla sola capitale dove ci sono circa 10mila testamenti l’anno a favore del clero e dove i soli appartamenti gestiti da Propaganda Fide – finita nel ciclone di alcune indagini per la gestione disinvolta di alcuni appartamenti – valgono 9 miliardi. La Curia vanta possedimenti importanti un po’ ovunque in Italia e concentrati, tra l’altro, in gran numero nelle roccaforti bianche del passato come Veneto e Lombardia”.

In definitiva si può dire che il Convento è ricco e i frati poveri, ma non il contrario.

Carlo Correr

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Commenti all'articolo
  1. Finalmente! E ora speriamo che questa presa d’atto si trasformi in proposte politiche. Il popolo italiano è consapevole di questa rete speculativa che frena lo sviluppo del paese. La modifica del titolo V della Costituzione personalmente l’ho vista e vissuta come l’applicazione delle proposte di V.Gioberti fatte nel XIX secolo. Questo è uno dei motivi che mi fanno ripetere, a vuoto, che bisogna eliminare regioni, modificare le province e distruggere il catto-comunismo.

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