domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

PD, perché è mancata la ‘fusione’
Pubblicato il 16-07-2015


In sé non sarebbe un guaio se il Pd riuscisse a mettere insieme le cose migliori del PSI, del PCI e della DC. In fondo questo partito nasce proprio con l’ambizione di unire le migliori culture della tradizione politica italiana.

Il Socialismo democratico e riformista, le cui idee hanno vinto nella storia, la difesa e la promozione di grandi masse di diseredati da parte dei Comunisti italiani, nel quadro di una ispirazione democratica e nazionale, l’attenzione e la valorizzazione della persona e della sua libertà da parte della Democrazia Cristiana.

Il guaio è che non è avvenuto, nel profondo e in un processo radicale di rinnovamento rispetto alla Prima Repubblica, questo incontro-sintesi, risultando il tutto una composizione per giustapposti strati, piuttosto che un organismo unitario e vivo.

Perchè? A mio avviso, dopo la fase iniziale e il voto politico del 2008, che fu malamente interpretato come una sconfitta, c’è stato il tradimento delle ipotesi e delle speranze che furono alla base della nascita del Pd. Ad un partito che, seppure con limiti ed errori, aveva elaborato l’esigenza di un nuovo rapporto tra partito, istituzioni, democrazia e cittadini, ha fatto seguito, fino a imporsi definitivamente, un partito fondato sulle correnti, sui notabili nei vari territori, su un tesseramento muscolare, sul predominio degli amministratori e degli eletti.

Ben prima dell’allarme lanciato da Marianna Madia o da Barca nel 2010 in un mio libro, “Oltre i Partiti”, descrivevo così la situazione:
In alto e in basso. Al centro e in periferia. Nessuno risponde più a nessuno; si viaggia tranquillamente dentro uno sciame di leader, leaderini, personalismi, capibastone; tutti autocentrati, con una sorprendente capacità di cambiare collocazione, alleanze e con l’assillo, ormai argomento decisivo di ogni conversazione, di occupare o non perdere una posizione elettiva. Rimangono spazi importanti di responsabilità e di impegno civile e politico sincero e di qualità. Ma occorre essere franchi: il tono generale lo dà questa girandola di ambizioni di potere; questo combinarsi continuo di strategie individuali e di ansie per il proprio futuro. L’effetto è micidiale. Il corpo del partito è balcanizzato. L’autonomia tende a svanire e la manovra tattica a staccarsi dai convincimenti seri, profondi, meditati. In questa arena dilaga la «marmellata» stucchevole del cinismo venduto per realismo, per saggezza, per esperienza distaccata di chi sa come vanno le cose del mondo. Così si giustifica tutto: il cambio di casacca, l’incoerenza più plateale, il passaggio a un’altra corrente, a un altro partito e il tradimento verso se stessi o verso l’idea professata fino al giorno prima. Non c’è più la forza del leone, ma della volpe, più della furbizia, rimane l’appetito. È un quadro esagerato? Forse. Ma meglio così. Perché il campanello d’allarme va suonato. La questione del partito sta diventando la priorità. Le risposte possono essere diverse. Cercherò di suggerirne alcune. Ma le domande non possono essere reticenti. Anche la sinistra rischia di essere parte della crisi democratica che tocca ormai livelli di emergenza. Ai giudici il compito di colpire in modo giusto, sobrio, equilibrato i corrotti. Eppure non ci vogliono i giudici per comprendere che la corruzione è tornata come forma normale di rapporto tra politica e impresa; che nessuno può pensare che si fermi sulla soglia del centrosinistra.

Stiamo ancora dentro, come dimostra ‘Mafia Capitale’ e non solo, questa spirale negativa e pericolosa. Renzi, non è questa la sede per poter approfondire, ha rappresentato e rappresenta secondo me una scommessa politica positiva, che ha rimesso in moto il Paese; e tuttavia, proprio sul terreno della trasformazione del soggetto politico e dell’affermazione di una nuova, solida classe dirigente, pare non aver concentrato l’attenzione dovuta, commettendo così anche degli errori. Se nel campo progressista non si abbattono veramente gli steccati, scuotendo ogni rendita di posizione, burocratica e di apparato o ideologica, la crisi democratica che ci investe non potrà che peggiorare.

Per questo, da anni, mi batto per un ampio, unitario, contendibile campo democratico fondato su forme di democrazia partecipata e diretta che dia la possibilità alle persone, ai singoli iscritti, di confrontarsi, di mescolarsi e di decidere, sconfiggendo gruppi consolidati di potere, posizioni strumentali, ricatti interni, lotte irriducibili che servono principalmente alla conservazione di brandelli di gruppi dirigenti poco rappresentativi. Se non si riaccendono nell’animo dei cittadini le passioni, in un processo nel quale essi sentono realmente di contare e di contribuire a decidere i destini del Paese, saremo chiusi nella tenaglia già in atto, anche in Europa, tra estremismo e populismo di destra, razzismo e nazionalismo. Avere un partito che va a calcomania sulla vita delle persone serve anche a ridefinire il profilo ideale e programmatico di una sinistra adeguata all’oggi. Ciò che nella storia ci ha sempre distinto dalla destra è che, mentre quest’ultima opera per rinsaldare le gerarchie, la sinistra si identifica in un movimento incessante teso ad accorciare le distanze tra la forza e la debolezza, tra chi sta sotto e chi sta sopra. La vera questione, a mio avviso, è che una certa pigrizia, ripetitività e interesse a mantenere vecchie abitudini e vecchi involucri, ci ha fatto perdere di vista dove è veramente, oggi nella società globalizzata, la vera debolezza, il vero conflitto, il vero dolore. Esso si trova sempre meno negli schemi consolidati del passato, nella ripetizione stanca di parole che rischiano di diventare consolatorie come “sinistra”, “sindacato” o “popolo”. Il conflitto va cercato nella vita nuda delle persone, nella loro solitudine ed esposizione al gioco oscuro, imprevedibile e spesso maligno di forze che non riescono a controllare e contrastare.

Indagare con occhio limpido e organizzare una risposta sul campo a questa nuova condizione moderna che spesso mette in contrapposizione diverse debolezze o disperazioni (basti pensare all’immigrato e alla vecchietta che nei quartieri popolari ne ha paura, all’autista della metropolitana che lotta per il salario o per i turni e agli utenti disperati, già carichi di una rabbia esistenziale che li deriva da una città difficilissima da vivere, potrei continuare con altri mille esempi) è il compito fondamentale che abbiamo di fronte.

Se non ripartiamo da lì, non ha alcun senso aggrapparci a categorie politiciste (essere più di sinistra o più di centro), perché avremmo smarrito la nostra ragione di essere e quindi la possibilità di contare e di cambiare realmente le cose.

Goffredo Bettini

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Commenti all'articolo
  1. Il male di questa epoca ha una sola definizione: INDIVIDUALISMO RADICALE.
    Ha radici nel nichilismo culturale, pervade la società, caratterizza la politica.
    La sua antitesi, oggi come ieri, concettualmente e semanticamente, culturalmente e politicamente, al di là di sovrastrutture metafisiche, è: SOCIALISMO.

  2. Ringrazio Goffredo Bettini che ha voluto rispondere al mio fondo sul PD pubblicato dall’Avanti. Come sempre egli interviene nel merito senza fughe dai problemi suscitati. E anche con una dose di pesanti critiche che vanno al di là di quelle che avevo formulato. Personalmente resto convinto che uno dei limiti dal quale sono poi scaturite quelle deviazioni di cui parla Bettini sia il deficit d’identità. Ma su questo avremo modo di confrontarci magari a settembre al prossimo festival dell’Avanti nazionale. Intanto mi sento in dovere di ringraziare Bettini, divenuto ormai un collaboratore della nostra gloriosa testata.

  3. vedi Bettini. da vecchio riformista ex PCI non avevo aderito al PD veltroniano perché nel 2007 volevo finalmente un grande partito socialista anche italia, non craxiamo né massimalista, all’interno dell’Ulivo.
    C’erano è vero alcune generose volontà di ‘fusione’ ma è prevalso il minestrone culturale ( e quindi lo scontro per gruppi di potere ecc). Ma era già tutto piuttosto chiaro. Ad es. rileggiti di G.Salvaggiulo FLOP (2009) dove si evidenziava come il nuovo partito non avesse definito un orizzonte ideale adeguato ecc.
    Ed oggi il PD ‘di sinistra’ non esiste più: con Renzi e i suoi pasdaran ha dimezzato gli iscritti storici, è un minestrone tra fanfanismo 2.0, spregiudicatezza berlusconiana e superficialità. Basti pensare alle brutture istituzionali (figlie del nazareno renzusconiano ) o alle incongruenze del cd.Jobs Act. Per non parlare del conformismo intellettuale che anima i renziani sostenuti da media mai così succubi del potere. A questi si è purtroppo aggiunta l’Unità di oggi che è solo l’ennesimo megafono del turbospregiudicato vostro caporione.
    Così a noi – che teniamo la schiena dritta dal 1968 – il renzismo non ci becca e andiamo (obtorto collo) a sinistra.

  4. Egregio Signor Bettini come Socialista dovrei seguire gli insegnamenti di Nenni che con i “risentimenti non si fa politica”, essendo un semplice militante e un cittadino “uomo della strada” gli ricordo che se siamo arrivati a questa situazione la responsabilità è dei comunisti e del PCI che ha inquinato la politica con il “moralismo” e che ha voluto eliminare attraverso tangentopoli l’idea stessa di Socialismo Democratico arrivando ad avere un governo di ragazzini “arroganti e incompetenti”, governo che ho soprannominato “terza C” che lei giudica “lodevolmente”. Vorrei ricordarle che la buona scuola è una “schifezza” antidemocratica si legga Tullio De Mauro su Internazionale. Il Jobs act, perché l’italiano non lo conoscono i nostri politici essendo dei “balbuzienti italo-inglesi”, non creerà un posto di lavoro in più. Scuola e lavoro sono strettamente collegate più formazione seria e approfondita più lavoro. Nel suo articolo le domande non devono essere reticenti senz’altro ho voluto commentare senza reticenze e gli confermo che non voterò “mai” il PD ma annullerò caso mai la scheda se non troverò il simbolo del PSI. Comunque gli esprimo i mie più cordiali saluti. Luigi Proia compagno Socialista dal 1968.

  5. Bettini l’ho potuto conoscere quando si occupava dell’AICCRE, anni fa. Mi parve sincero e benevolente.
    Oggi però, mi pare che sia in orbita. Certo il PD, dopo che Veltroni doveva andare in Africa, non ha saputo tenere la barra.
    Io sono di Viareggio: si diverta, si informi di quello che è diventato, in tre anni, il PD viareggino. Mi pare che anche quello nazionale, renziano, vada nella stessa direzione.
    Auguri.

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