venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Pluralismo,
non multiculturalismo
Pubblicato il 22-07-2015


Sul Corriere della Sera del 21 luglio 2015 Pierluigi Battista ricorda che “la battaglia contro il multiculturalismo non ha nulla in comune con le ruspe invocate da Matteo Salvini” richiamando la “lezione” del premier inglese Cameron che interviene in maniera più accorta e intelligente sulla questione. E aggiunge che sarebbe un esempio da seguire per la destra italiana. Ora, sul multiculturalismo, noi che siamo parte e partecipi della sinistra riformista europea non abbiamo aspettato Cameron per imparare qualcosa. C’è ad esempio un libro scritto per la scuola nel 2010 dal prof. Giovanni Sartori  “La democrazia in trenta lezioni” dal quale abbiamo ricavato utili avvertimenti per la nostra vita collettiva, tutti di vibrante attualità.

Per Sartori la democrazia è infatti innanzitutto demoprotezione, “protezione del popolo dalla tirannide”. Demoprotezione vuol dire garantire il pluralismo, che significa tolleranza, un principio basato su tre criteri. “Primo: rifiuto di ogni dogma e di ogni verità unica. Io devo sempre argomentare, dare ragioni per sostenere quel che sostengo. Secondo: rispetto del cosiddetto harm principle: Harm vuol dire ‘farmi male’, ‘farmi danno’. Il principio è allora che la tolleranza non comporta e non deve accettare che un altro mi danneggi. E viceversa, s’intende. Terzo: il criterio della reciprocità. Se io concedo a te, tu devi concedere a me: do ut des. Se non c’è reciprocità, allora il rapporto non è di tolleranza”. Col rifiuto di ogni potere monocratico e uniformante, il pluralismo difende il dissenso e così facendo lo rende meno dirompente, “lo civilizza, lo modera, lo trasforma in un lievito benefico o anche in una discordia che si trasforma, alla fine, in accordo e concordia: punta su una diversità che produce integrazione, non disintegrazione”. Il multiculturalismo invece promuove la separazione, “l’identità separata” di ogni gruppo, anziché la “diversità integrata” come fa il pluralismo. “Il risultato – conclude Sartori – è una società a compartimenti stagni e anche ostili, i cui gruppi sono molto identificati in se stessi, e quindi non hanno né desiderio né capacità di integrazione: il multiculturalismo non supera il pluralismo, lo distrugge”: ciò comporta un grave pericolo per la democrazia.
Declinare in azioni concrete ed efficaci i criteri proposti da Sartori è compito di tutti i democratici, e in primo luogo di una sinistra riformista che non voglia soccombere di fronte ai barbari di qualsiasi fatta.

Nicola Zoller
consigliere nazionale Psi

 

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Commenti all'articolo
  1. Io rischio di perdermi nelle distinzioni tra pluralismo e multiculturalismo, ma credo che entrambe queste casistiche o “dottrine” dovrebbero riguardare soprattutto quelle nazioni “nuove” e per così dire in “evoluzione”, che si stanno cioè costruendo e dove confluiscono gruppi di diversa etnia e cultura, come poteva essere la stagione dei pionieri.

    Il nostro è invece un Paese ormai consolidato, il quale, dopo essere stato attraversato per secoli da altri popoli, con intenzioni pacifiche e non, dovrebbe aver acquisito una propria identità, che andrebbe salvaguardata e difesa, come si fa coi propri confini, a meno che non la si voglia mettere continuamente in discussione, e ripartire sempre da capo, ma mi sembrerebbe il modo di destabilizzare il sistema (ed è, a mio avviso, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno).

    In buona sostanza, e a mio parere, qui come altrove dovrebbe valere il primato della cultura autoctona, e dei principi autoctoni, che non possono equivalere a quelli di chi viene in casa nostra, pur se meritano tutto il dovuto rispetto, perché se così fosse significherebbe che siamo disposti a mettere nel cassetto tutta la nostra storia, e non mi pare giusto anche nei confronti delle generazioni passate.

    Io sono quasi sicuramente in errore, ma il pluralismo e il multiculturalismo mi danno l’idea della equiparazione, che, come dicevo, non mi sento di condividere, mentre altra cosa è l’assorbire pian piano qualcuna delle abitudini di chi arriva da fuori, filtrate dalla mentalità locale, la cosiddetta “contaminazione”, che immette un qualche innesto nell’esistente e lo arricchisce senza purtuttavia snaturarlo, come è da sempre avvenuto vicendevolmente nel corso dei secoli, o addirittura dei millenni..

    Paolo B. 24.07.2015

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