giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Bobo Craxi:
Rafforzare la visione internazionalista
del socialismo europeo
Pubblicato il 14-07-2015


Mauro Del Bue s’interroga sulla crisi del socialismo europeo alla luce dello shock provocato dalla Crisi Greca, non è difficile intuire che l’insieme delle ragioni che portato l’Europa sull’orlo del collasso politico e la piccola nazione mediterranea alla bancarotta investono la più grande forza della sinistra organizzata. Se è vero come è vero che ad essere in crisi prima ancora del Socialismo Europeo sono le stesse istituzioni europee e se all’interno di esse, come giustamente ha sottolineato Luca Cefisi, il PSE non rappresenta che una parte minoritaria, se si fa eccezione della Francia e dell’Italia (con tutte le riserve e le obiezioni del caso che ben conosciamo) ciò che ha messo da tempo con le spalle al muro le teorie politiche consolidate della tradizionale socialdemocrazia sono gli imprevedibili cambiamenti con gli imprevedibili esiti che hanno prodotto i processi di globalizzazione internazionale che hanno modificato radicalmente i pesi e gli equilibri degli Stati e dei Continenti ed all’interno degli stessi i rapporti di forza fra le istituzioni politiche e quelle finanziarie.

Ad essere in crisi non è tanto la visione sempiterna e temperatrice della socialdemocrazia politica in grado di contenere le spinte aggressive e cannibali del capitalismo (che come avrebbe detto Palme rimane pur sempre una pecora da tosare) quanto la capacità di dotare le istituzioni comuni di strumenti bilanciatori del peso della finanza e degli Stati all’interno di un’Unione che si pretende possa essere fissata oltre che su comuni ideali di democrazia e libertà su elementi regolatori della economia. Il Contratto sociale salta nel momento in cui il cartello di forze che trainano l’Europa hanno come elemento catalizzatore e trainante la spinta propulsiva del rigore finanziario stressato fino all’eccesso, e la Storia delle singole nazioni non può essere indifferente anche dall’impronta che s’intende dare alle comuni politiche di sviluppo. Va da sé che i prodotti interni lordi degli Stati del Nord e quelli del Sud possono essere comparati in termini numerici, ma sono pur sempre figli di un’economia produttiva profondamente diversa che compete sui mercati internazionali in forme assai diverse. Basti pensare alla stessa competizione interna che oppone gli Stati sulle quote agricole o su quelle del mercato ittico.

Il collasso delle posizioni ortodosse della socialdemocrazia internazionale non nasce dalla vetustà delle idee ispiratrici di fondo che rimangono quelle della giustizia sociale e redistributiva nonché delle libertà civili e democratiche quanto dell’incapacità di essere corpo politico unico in un contesto internazionale fortemente integrato fondato su istituzioni realmente comuni nelle quali la cessione di sovranità nazionale è compensata da un’effettiva ragionevole redistribuzione di risorse all’interno dell’Unione. I socialisti si sono sentiti spiazzati dall’incedere delle forze della finanza internazionale senza essere riusciti a contenerne la forza con delle misure redistributrici, non si tratta di invocare per forza nuove forme di tassazione ma di applicare i principi sui quali si è fondata l’Unione ovvero attraverso i valori della reciprocità.

Non c’è una misura sufficiente che tassi le transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin tax), non si è finanziata (neanche a debito) una politica di difesa e sicurezza comune, non c’è che un relativo investimento europeo sulla cooperazione indirizzata verso il Sud del Mondo oggi divenuto un asse prioritario per ragioni di interscambio e di sicurezza interna, non c’è una politica che i socialisti siano in grado di orientare in modo comune e la loro debolezza politica, non strutturale né ideale, ha lasciato il campo alla destra conservatrice ed ha aperto la strada a nuove forme di massimalismo politico, siano esse di destra o di sinistra, che accontentano e producono speranza a milioni di cittadini europei impoveriti o frustrati dalla mancanza di prospettive di vita e di realizzazione.

Capisco che la “ridotta” politica che oggi si vorrebbe offrire sarebbe quella di un Euro Socialismo mediterraneo opposto al rigore del Nord teutonico, ma sarebbero proprio questi ultimi a sostenere che la forza della loro economia sta oggi nell’aver fatto accettare al corpo sindacale interno delle riforme di struttura che hanno consentito in un breve periodo il recupero importante di quote di mercato industriale, ma la politica industriale mediterranea deve fare leva su altre risorse economiche e, come è accaduto nel recente accordo capestro controfirmato da uno Tsipras ondeggiante fra la sfida finale al colosso tedesco ed un realista e riluttante capo di governo di una nazione ridotta allo stremo, sarà difficile rivedere l’economia greca pressoché inesistente riprendere il proprio cammino con una tassazione nell’area del Turismo raddoppiata e con i poderosi rinnovati tagli all’assistenza e alla pubblica amministrazione.

La vicenda politica innescata da Syriza, ma già antecedentemente ci aveva provato anche Papandreou, dimostra quanto sia necessario riqualificare il patto fra cittadini ed Europa, quanto sia e sarà necessario rilegittimare le istituzioni comuni e quanto sia fondamentale riscrivere i Trattati, accelerando l’integrazione, ma anche la condivisione di un processo che continuiamo a definire irreversibile ovvio quello dell’Unione Europea e dei suoi Stati Uniti. In questo senso ritorna ad avere un ruolo ed un’importanza fondamentale il Partito del Socialismo Europeo, considerato in crisi come d’altronde lo sono le grandi tradizioni politiche democratiche come quelle cattolico-democratiche e liberali conservatrici.
Il New Deal europeo parte certamente dalla necessaria riflessione su quanto si è fatto e sbagliato nel dettaglio delle singole vicende statuali, ma non si deve interrompere, pena una crisi assai più vasta e dagli esiti francamente imprevedibili, la ricerca di una strategia politica comune che rilanci il peso e la forza della prospettiva di una politica tradizionale che investa nello spirito di un’economia pubblica e privata comune, che allontani tanto gli spiriti irresponsabili e cinici del capitalismo che schiaccia le sovranità quanto degli egoismi nazionali o dei ribellismi demagogici che sono l’anticamera delle rotture democratiche siano esse di destra che di sinistra.

Non c’è una formula data o semplice, fino ad un certo punto noi possiamo qualificare “liberale” il socialismo che già ha da tempo accettato il mercato e la competizione globale e spinge per il suo temperamento, né tantomeno è storicamente corretto invocare svolte ideologiche ” a ritroso”, non servono né Bad Godesberg, né ritorni al socialismo dei nonni, al massimo possiamo invocare l’intuizione Turatiana degli “Stati uniti d’Europa” o gli ammonimenti di Albert Camus che temeva la crisi della civiltà europea. Potremmo per una volta agire pragmaticamente, non mettendo in discussione i valori di fondo, ma lanciando la sfida politica sulle regole, invocando un nuovo referendum europeo sui trattati e sulla costituzione europea stabilendo in forme definitive “come si sta in Europa” a quali vincoli siamo disposti a sottostare e quanta sovranità nazionale siamo disposti a cedere in cambio del vantaggio di far parte di una grande comunità di interscambio commerciale e di comune visione democratica che deve tuttavia sentirsi guidata non dalla mano di una super-potenza economica, ma totalmente priva di una visione d’insieme politica ancora una volta prigioniera dei suoi fantasmi e delle sue vocazioni che già hanno fallito nei due secoli che stanno alle nostre spalle. Per questo c’è da rafforzare la visione internazionalista del socialismo europeo, ed in essa far recuperare il terreno al socialismo italiano anziché esportare come sta avvenendo la nostra crisi che oggi ha colpito i compagni greci, domani potrebbe parimenti investire la tradizione spagnola e francese.

Bobo Craxi 

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