venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Reato Tortura. Dopo due anni si attende ancora
Pubblicato il 08-07-2015


Reato torturaÈ dalla primavera del 2013 che va avanti il ‘rimpallo’ sul testo del reato di tortura tra i due rami del parlamento. Ieri infatti la Commissione Giustizia al Senato ha concluso l’esame del testo approvato lo scorso 9 aprile alla Camera con alcune modifiche, quindi si attende che il testo ripassi al Senato per essere approvato ancora una volta alla Camera. Sono cinque gli emendamenti approvati in commissione Giustizia nella seduta di ieri, tutti proposti dai relatori Buemi (Psi) e D’Ascola (Ap).

“Chiunque con reiterate violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da tre a dieci anni”. È questa la nuova fattispecie del reato di tortura che, dopo le modifiche apportate dalla commissione Giustizia del Senato, approderà nell’aula di palazzo Madama.

Rispetto al testo uscito da Montecitorio (dove il ddl dovrà tornare per il suo quarto passaggio parlamentare) le differenze apportate dall’approvazione degli emendamenti dei relatori – Enrico Buemi (Psi) e Nico D’Ascola (Ap)- sono sostanziali: non si parla più di “violenza o minaccia grave” bensì, al plurale, di “violenze o minacce gravi”. Inoltre è stato aggiunto anche l’aggettivo “reiterate” rendendo necessaria la “crudeltà” dell’azione. Al posto delle sofferenze psichiche della precedente formulazione qui si parla di “verificabile trauma psichico”. Cancellati poi i possibili moventi presenti nel vecchio testo: “al fine di ottenere, da essa o da un terzo, informazioni o dichiarazioni o di infliggere una punizione o di vincere una resistenza, ovvero in ragione dell’appartenenza etnica, dell’orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose”. La pena minima viene poi abbassata a tre anni dai quattro precedenti.

Nel comma riguardante i pubblici ufficiali la pena massima viene riportata, come nel testo uscito più di un anno fa dal Senato, a dodici anni (dai precedenti quindici). Abrogato del tutto il comma che rendeva necessaria, per la commissione del reato, una sofferenza “ulteriore rispetto a quella che deriva dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti”. Anche in questo caso il testo è stato riportato alla formulazione originaria del Senato.

Identico il comma riguardante l’aumento delle pene in caso di lesione personale o grave. Nel caso in cui dal fatto derivi involontariamente la morte la pena viene invece fissata a 30 anni (prima si parlava di un aumento due terzi). Immutata la pena dell’ergastolo in caso di morte causata volontariamente. Altri emendamenti approvati hanno riportato il testo alla formulazione approvata dal Senato oltre un anno fa, anche rispetto all’articolo sull’istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura: “il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio il quale, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, istiga altro pubblico ufficiale o altro incaricato di un pubblico servizio a commettere il delitto di tortura, se l’istigazione non è accolta ovvero se l’istigazione – si legge nella nuova formulazione – è accolta ma il delitto non è commesso, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”.

Anche in questo caso le pene sono state abbassate, visto che la Camera le aveva portate a 1-6 anni. Identico l’articolo che prevede l’inservibilità delle informazioni ottenute attraverso tortura. Soppresso invece l’articolo che prevedeva il raddoppio dei tempi di prescrizione per la nuova fattispecie. Nell’articolo che vietava il respingimento, l’espulsione o l’estradizione verso uno Stato dove la persona può essere sottoposta a tortura è stato eliminato – sempre con un emendamento dei relatori – il caso di un soggetto che, qualora venga respinto, possa essere oggetto di anche “persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali”.

Ma le modifiche hanno scatenato numerose proteste, soprattutto per quanto riguarda la riduzione delle pene per il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che commette il reato di tortura: la minima rimane di 5 anni mentre la massima passa da 15 a 12 anni (rispetto al testo licenziato alla Camera). Cambia anche l’aggravante del reato commesso “con abuso di poteri”, nel testo della Camera era stato infatti specificato: “Se i fatti sono commessi da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso di poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio si applica la pena della reclusione da cinque a quindici anni”. Ora invece l’emendamento approvato prevede invece: “Se tali fatti sono commessi da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle funzioni o da un incaricato di un pubblico servizio nell’esecuzione del servizio, la pena è della reclusione da cinque a dodici anni”.

Tortura in carcere – Viene “contestualizzato” anche il reato di tortura in carcere e punito con una pena da 3 a 10 anni. Pena all’ergastolo per chi uccide, con la tortura, mentre le pene arrivano a trent’anni anche per chi uccide involontariamente, ma torturando. Novità anche per il tema immigrazione, “non sono ammessi il respingimento o l’espulsione o l’estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura”.
Il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi ha evidenziato come il cammino della legge in parlamento sarebbe stato sabotato al punto che ora la proposta di legge è diventato incompatibile con la Convenzione contro la Tortura siglata dal nostro paese. “Si è materializzato lo scenario peggiore. Si è scelto di modificare il testo approvato alla Camera, rendendo necessario un altro passaggio parlamentare e dunque difficile l’approvazione di una legge prima della fine della legislatura”, ha affermato Marchesi.

“E ciò è avvenuto – ha evidenziato il presidente di Amnesty – allo scopo non di migliorare ma di peggiorare notevolmente il testo in discussione che, così com’è, è incompatibile con la Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite che l’Italia, in quanto Stato parte, ha l’obbligo giuridico di rispettare”.

L’Italia ha infatti visto l’approvazione del reato di tortura nel codice penale in prima lettura a Montecitorio solo a seguito dell’eco della condanna da parte della Corte europea dei diritti umani per il blitz alla scuola Diaz. Il nostro Paese annota numerosi casi di violazioni e torture da parte delle Forze dell’Ordine, come il caso Aldrovandi, dove dopo dieci anni di iter giudiziari Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi, ha pubblicato un lungo messaggio in cui spiega di aver ritirato le querele per diffamazione contro Carlo Giovanardi (senatore di NCD), Paolo Forlani (uno dei quattro agenti condannati per l’uccisione di suo figlio) e Franco Maccari (presidente del sindacato di polizia COISP). Federico Aldrovandi è stato ucciso il 25 settembre del 2005 da quattro agenti di polizia, poi condannati in via definitiva per l’omicidio.

Maria Teresa Olivieri

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