giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Alberto Benzoni:
a Bettini propongo
una lista civica per Roma
Pubblicato il 03-07-2015


Dobbiamo essere grati a Bettini per il suo intervento. Parlare di cose romane con un loro intelligentissimo interprete è un’occasione importante. Anche perché, nel caso specifico, il nostro interlocutore viene subito al punto centrale della discussione. Una discussione che non verte sulla crisi attuale e sul ruolo che hanno avuto, nel determinarla, Alemanno, Marino o lo stesso Pd; bensì su ciò che è avvenuto prima, vale a dire sull’esperienza del Rutelli bis e delle due sindacature di Veltroni.

Per Bettini il giudizio, anche retrospettivamente, rimane largamente positivo. Il mio, per quel poco che vale, è sempre stato critico. Il punto è che, nell’esprimerlo, partiamo da punti di vista diversi. Per il leader Pd valgono i risultati raggiunti in termini di “immagine della città”e della sua apertura internazionale (per tacere delle opere realizzate). Per il sottoscritto conta la natura di un processo di crescita guidato da un modello (appunto il “modello 200”) di rapporto tra pubblico e privato che si è tradotto nella sostanziale subalternità del primo rispetto al secondo, fino ad intaccare alla base gli stessi elementi base della democrazia civica (un disegno di inclusione; un comune in grado di governare, in questa direzione, il processo di sviluppo della città; e, infine, un popolo pienamente partecipe e perciò sostenitore critico del progetto).

Un giudizio politico. Non morale. L’onestà personale non c’entra. Né in linea generale (anche perché molto spesso è una virtù sterile; se giudicassimo la politica e i politici sulla base di questo criterio, Solaro della Margarita sarebbe un esempio di virtù civiche e Cavour un losco trafficante…); né in riferimento al ruolo di Bettini. Non riusciamo quindi a capire la sua reazione. Tanto più in quanto questa lo porta a giudizi politicamente e intellettualmente poco convincenti : negando l’esistenza del “modello 200”e il ruolo da lui avuto nella sua messa in campo; asserendo che il “conoscere”si riferiva non ai rappresentanti dei poteri forti della città bensì a singole energie da chiamare in causa per sostenere l’azione del sindaco; e, infine, sostenendo, almeno implicitamente, che l’unica nota stonata nelle Grandi armonie della pax veltroniana era stata il Pd.

Su ognuna di queste tesi ci sarebbe molto da dire. Basterà però dire che, nel loro insieme, non ci consentono di rispondere a queste due domande: se per quindici anni tutto era andato per il meglio perché Alemanno? E, soprattutto, perché, dopo Alemanno, non c’è il ritorno alla normalità ma il collasso?

Come risalire? Ora più che mai la scelta è tra vari modelli di “governance”. O, più concretamente, tra due opposte interpretazioni del “modello 200”; l’unico rimasto oggettivamente in campo dopo l’evaporazione dello schema petroselliano e l’autodistruzione di quello (1.0) patrocinato da Ignazio Marino.

Su questi ultimi due punti, pochi e sintetici cenni. Lo schema petroselliano- che è poi quello della democrazia civica- è scomparso financo dal nostro ricordo: niente risorse per l’inclusione (all’orizzonte meno servizi e maggiori tariffe…); il comune e l’intervento pubblico circondati dal discredito generale; il rito della partecipazione collettiva annullato per l’assenza di partecipanti.

Difficile poi che Marino possa sostenere a lungo il ruolo di Cavaliere solitario in lotta contro tutto e tutti: anche perché ai suoi periodici annunciati assalti hanno sempre fatto seguito precipitose ritirate (vedi vertenza sulla linea C della metro, questione vigili, abbandono della polemica con la destra in nome dello sport che affratella).

Rimangono, allora, i due “modelli 200”: ambedue, tra l’altro, riferibili a Bettini (nella nostra e nella sua versione).

Il primo è, oggi, l’unico concretamente in campo. Con l’unica, ma fondamentale, variante di vedere, come interlocutore politico dei poteri forti non più il Campidoglio bensì palazzo Chigi. Scompaiono in questo quadro le figure collettive: politiche (un Pd in coma farmacologico e, anche, per questo, incapace di essere protagonista) e istituzionali (un’amministrazione sotto tutela). Rimangono i personaggi. Renzi; i rappresentanti dell’economia; e, infine, il sindaco “in pectore”, “super partes” anche nella sua dimensione personale di socio di qualche circolo fluviale e, insieme, di sincero populista.

Possibile, però, un progetto alternativo. Niente chiusure partitiche o logiche in partenza minoritarie. Niente contestazioni al dettaglio di tagli accettati all’ingrosso. La capacità di porre al centro della propria riflessione, da sinistra, il tema dello Stato e della qualità della spesa pubblica. Il recupero della capacità di governo da parte dell’ente locale come premessa necessaria per attuare nuove e selettive politiche di inclusione. Una corruzione attaccata nelle sue radici strutturali (dall’assenza di regole e di controlli sino all’opacità voluta dei comportamenti). L’uso di tutte le risorse disponibili nella città esistente in alternativa alla sua espansione dissennata e al ricorso a scatola chiusa a forze esterne. Un progetto d’insieme da discutere con la città, promosso da figure segnate da una comune passione civica e da una antico impegno su Roma. La traduzione di questo disegno in una lista civica destinata a portarlo avanti, secondo gli impegni. E, infine, a coronare il tutto, un candidato. Non l’ennesimo salvatore della patria. Ma un garante.

Un primo fondamentale passaggio per il recupero della democrazia civica. E, insieme, a qualche anno data, una discesa in campo degli intellettuali molto simile a quella descritta da Bettini (e che, allora, non si verificò…).

Alberto Benzoni

Il primo intervento di Benzoni
La lettera di Goffredo Bettini

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