lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’eredità di un grande Presidente
Pubblicato il 20-07-2015


“Meglio meno ma meglio”. Fu uno degli slogan usati da Lenin ai tempi della Nep. E’ il principio base strategia internazionale perseguita di Obama. Alla base, la convinzione che l’egemonia Usa non fosse una condizione naturale, ma piuttosto una condizione che andava difesa e, all’occorrenza, riconquistata.

Sempre secondo l’attuale presidente, la partita dell’egemonia si gioca sul terreno economico. Qui l’alternativa è netta: o l’America saprà ridiventare il garante di ultima istanza, il centro del “sistema mondo”; oppure è destinata al declino e alla crisi. In questo quadro, l’unico rivale con cui misurarsi è la Cina. Perché solo la Cina è in grado di mettere in campo un sistema e un modello alternativo a quello americano.

Si apre dunque con Pechino un conflitto senza esclusione di colpi. Parafrasando e ribaltando la formula di Clausewitz, “una guerra condotta con altri mezzi”. Un confronto di lunga durata, con possibili fasi di intesa e di collaborazione e in cui l’America dovrà impegnare tutte le sue energie.

Ora, l’insistenza sulla dimensione economica dell’egemonia pone, di per sé, in secondo piano quella militare. Con delle conseguenze sulle quali Obama è stato molto netto. Le guerre, e in particolare quelle asimmetriche che sembrano ormai diventate le norma, sono da evitare a qualsiasi costo. E non solo per i loro costi che il paese non è più in grado di sopportare. Ma anche per i loro effetti collaterali (“mai impegnare l’America in un conflitto il cui effetto sarà quello di crearci un numero di nemici superiore a quello che siamo in grado di eliminare”: così il Presidente; e davanti ai cadetti di West Point !).

Come evitare, allora, che questo disimpegno – e in aree di crisi – le aggravi e dia un segnale di via libera ai Nemici?

In prima battuta c’è stato il ricorso al piano B: un usato sicuro nella strategia internazionale degli Stati Uniti.

Da una parte, il ricorso allo strumento alternativo delle sanzioni. Secondo molti, queste non hanno mai funzionato. E invece funzionano eccome; soprattutto in un mondo dove i rapporti con l’esterno sono  una assoluta necessità. Colpiscono seriamente i Reprobi. Ma non gli uccidono. E il costo, per chi le impone, è assolutamente sostenibile.

Dall’altra, la valorizzazione delle “prime linee”. L’Ucraina e i paesi baltici nei confronti della Russia; Israele e l’Arabia Saudita contro l’Iran; all’occorrenza il Giappone contro la Cina. A loro il compito di bloccare il Nemico; agli Usa il ruolo di moderatore/garante di ultima istanza.

E però, alla lunga, il piano B non funziona; o, come dicono i foglietti di avvertenza nelle scatole dei medicinali, “può avere effetti indesiderati, anche gravi”.

Non funzionano, alla lunga, le sanzioni. Il loro compito è infatti quello di indurre il Reprobo a mutare condotta; non quello di destabilizzarlo con conseguenze imprevedibili; senza contare il danno collaterale, sempre più pesante, degli alleati chiamati a sostenerle.

Accade, poi, sempre alla lunga che le “prime linee”prendano la mano. Ostacolando i progetti Usa (vedi Israele) e soprattutto (vedi Arabia Saudita e nascita dell’Isis) sviluppandone dei propri, con effetti devastanti per la regione e gravi pericoli per le aree limitrofe (vedi Europa mediterranea). Mentre la stessa Ucraina tende ad andare fuori controllo, invocando entrate nella Nato ed evocando nuovi conflitti mondiali.

Per Washington, un livello di rischio inaccettabile. Il suo piano B prevedeva la gestione “da dietro” di conflitti a bassa intensità. Oggi, si trova risucchiata in crisi, potenzialmente gravi, che non ha determinato e che non è in grado di controllare.

Per Obama un potenziale disastro; anche perché contiene in sé la fine di qualsiasi politica internazionale minimamente razionale.

Ma il Nostro sembra riuscito ad uscire dall’angolo. Sparigliando le carte attraverso la cancellazione del Nemico e, in particolare, con il suo coinvolgimento e la sua neutralizzazione.

Si comincia con Cuba e, attraverso il dialogo con l’Avana, con la fine della fantasmagoria delle rivoluzioni latino-americane.

Si continua con l’Iran: rinuncia alla corsa verso la bomba; e contestuale reingresso nel consesso delle nazioni civili.

Domani sarà la Russia: il suo prezioso contributo ad una risistemazione negoziale in Medio-Oriente accompagnato dal congelamento della crisi ucraina.

Scomparsa del Nemico come categoria. Abbassamento generale della temperatura delle crisi. Ripresa del grande confronto sull’economia.

E’ il ritorno al Grande disegno di Obama. Che però il presidente si è ben guardato dal proclamare sui tetti. Niente “dottrine”. Niente toni profetici. Piuttosto fredde esposizioni in termini di costi/benefici.

A prima vista un errore. Ad una attenta riconsiderazione, una scelta corretta. E perché consona alla natura del Nostro: un grande intellettuale, non un profeta. E perché, sul terreno dei costi-benefici l’accordo con l’Iran ha e avrà sempre più dalla sua il consenso della “gente che conta” (ivi compresi gli esperti della sicurezza americani e, udite udite, anche israeliani) e anche della pubblica opinione.

Sul terreno dei Miti, vincono ancora gli altri. Un partito repubblicano ridotto, in politica estera, ad un machismo imbecille e totalmente dimentico degli insegnamenti di Nixon, Reagan e Bush padre. E un partito democratico che in nome della Missione e della lotta tra Bene e Male ha promosso praticamente tutte le guerre del Novecento.

Razionalità contro Mito, insomma. Speriamo che vinca il migliore. Qualche volta succede…

Alberto Benzoni 

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