lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Goffredo Bettini:
Benzoni sbaglia, un altro
il mio ‘modello Roma’
Pubblicato il 03-07-2015


Caro direttore,
sono rimasto davvero sorpreso dall’articolo di Alberto Benzoni apparso sull’Avanti online. Benzoni lo conosco da tantissimi anni ed è una persona che ho sempre stimato, considerandola con tanta simpatia e amicizia. Francamente non mi sarei mai aspettato che potesse definire la stagione di Veltroni come una sorta di affarismo dal volto umano; tanto meno potevo pensare che egli ritenesse che la straordinaria esperienza riformatrice della Giunta Rutelli, fondandosi sul “modello 200” (che non so davvero che cosa significhi), abbia funzionato solo a vantaggio dei privati e, in definitiva, a danno della città. Non entro nel merito di queste affermazioni perché sarebbe troppo lungo spiegare il senso del Modello Roma, che io ho contribuito a affermare, e in che cosa ha trasformato Roma, che in quei 15 anni è rifiorita ed è diventata più civile. Ricordo solo che quel modello nasce sulla base di un’alternativa secca rispetto al pentapartito, prima a guida di Giubilo e poi di Carraro, che avevano portato la Capitale nei gorghi di Tangentopoli. Fu la discontinuità la nostra bussola fondamentale: per realizzarla nel modo più chiaro io stesso rifiutai la proposta dei Socialisti dell’epoca di fare il sindaco, sostituendo nel governo il PCI alla DC di Sbardella. Ritenni molto più aderente alle necessità di Roma una candidatura più civica e che contenesse di per sé (allora Rutelli era capogruppo dei Verdi) un carattere innovativo dal punto di vista dei programmi. Qui mi interessa solamente precisare che il virgolettato che mi si attribuisce “chi vuole governare Roma deve conoscere 200 persone” non è una formula pronunciata da me e l’interpretazione che ad essa dà Benzoni è abissalmente lontana dal mio pensiero autentico e dalle mie convinzioni.
Tutto nasce, forse, da una conversazione con Concita De Gregorio apparsa su Repubblica, che contiene una mia espressione anch’essa diversa da quella riportata da Benzoni, nell’ambito di un articolo che riferisce liberamente il colloquio svolto dalla giornalista con me. Questo concetto delle 200 persone l’ho espresso invece direttamente, avendo anche controllato il testo, in un’intervista fattami da Cazzullo sul Corriere della Sera. La frase dice: “A Marino servirebbe quel che aveva Rutelli: 2 o 300 persone – imprenditori, intellettuali, sindacalisti, lavoratori – che portino avanti la sua idea di città”.
Che cosa c’entra questa affermazione con l’idea che se si vuole governare Roma si deve costruire un rapporto organico con i poteri che contano e in particolare con quelli economici, dall’edilizia alle banche, con i relativi organi di stampa? Il mio invito a Marino era di non rimanere isolato con il suo staff, di aprirsi, di costruirsi un largo gruppo dirigente, politico e amministrativo. Parlo di imprenditori, sindacalisti, intellettuali, operai. Con i quali stabilire non un rapporto di dare-avere ma una collaborazione, un ascolto reciproco, in modo da dare gambe efficaci alla visione della città che si vuole portare avanti. Rutelli e Veltroni sono riusciti in questo e per questo hanno raggiunto un consenso che mai un sindaco ha avuto nella storia di Roma. Naturalmente non basta un gruppo dirigente: occorre conoscere e mettere in moto l’universo della città, e non solo quello della sinistra. Questa precisazione potevo anche risparmiarmela e risparmiarvela, ma il rapporto con i socialisti in questi anni per me è stato sempre importante. Tanti socialisti hanno aderito all’associazione Campo Democratico che, molto in solitudine, ha combattuto per un rinnovamento della repubblica e dei partiti. Quando, dopo le dimissioni di Veltroni nel 2009, tutti applaudivano le magnifiche sorti della “ditta”, io scrivevo queste cose:
(da pagg. 77-79 di “Oltre i partiti”- 2011)

‘Si manifesta così uno strano fenomeno. Nella destra il partito personale si unifica attorno al leader, il cui comando assoluto è effettivo. Certo, anche lì vive una costellazione di presenze influenti; ma il sole attorno al quale ruotano è riconosciuto e indiscusso. A sinistra, dove si deve mantenere una parvenza di rispettosa democraticità, il partito personale genera una rete diffusissima e infinita di partiti personali. In alto e in basso. Al centro e in periferia. Nessuno risponde più a nessuno; si viaggia tranquillamente dentro uno sciame di leader, leaderini, personalismi, capibastone; tutti autocentrati, con una sorprendente capacità di cambiare collocazione, alleanze e con l’assillo, ormai argomento decisivo di ogni conversazione, di occupare o non perdere una posizione elettiva. Rimangono spazi importanti di responsabilità e di impegno civile e politico sincero e di qualità. Ma occorre essere franchi: il tono generale lo dà questa girandola di ambizioni di potere; questo combinarsi continuo di strategie individuali e di ansie per il proprio futuro. L’effetto è micidiale. Il corpo del partito è balcanizzato. Gli stessi tentativi di riattivare una partecipazione – come le primarie non di rado, basta pensare al caso di Napoli – sono divorati da questi meccanismi e producono un’eterogenesi dei fini. Diventano le occasioni per rafforzare cordate e catene di comando. L’assenza di nuove «forme» politiche, dunque, non è indolore. Il vuoto, in politica, non esiste; per cui, l’esaurimento di qualcosa che muore si accompagna alla nascita e alla crescita di pratiche inedite che, prive di una visione e di un rapporto vivo con la società, inevitabilmente entrano in confidenza con le mode, le subculture, gli strumenti del campo dominante. L’autonomia tende a svanire e la manovra tattica a staccarsi dai convincimenti seri, profondi, meditati. In questa arena dilaga la «marmellata» stucchevole del cinismo venduto per realismo, per saggezza, per esperienza distaccata di chi sa come vanno le cose del mondo. Così si giustifica tutto: il cambio di casacca, l’incoerenza più plateale, il passaggio a un’altra corrente, a un altro partito e il tradimento verso se stessi o verso l’idea professata fino al giorno prima. Non c’è più la forza del leone, ma della volpe, più della furbizia, rimane l’appetito. È un quadro esagerato? Forse. Ma meglio così. Perché il campanello d’allarme va suonato. I lamenti, che si sentono ovunque, non devono restare fuori da un ragionamento politico più di fondo ed esplicito. La questione del partito sta diventando la priorità; la condizione per pensare qualsiasi tentativo di ripresa politica e di governo del paese. Le risposte possono essere diverse. Cercherò di suggerirne alcune. Ma le domande non possono essere reticenti. Anche la sinistra rischia di essere parte della crisi democratica che tocca ormai livelli di emergenza. Ai giudici il compito di colpire in modo giusto, sobrio, equilibrato i corrotti. Eppure non ci vogliono i giudici per comprendere che la corruzione è tornata come forma normale di rapporto tra politica e impresa; che nessuno può pensare che si fermi sulla soglia del centrosinistra’.

Purtroppo allora non venni ascoltato e, ancora purtroppo, quegli allarmi si sono trasformati in realtà fino alla drammatica vicenda di Mafia Capitale.

Goffredo Bettini

L’articolo di Benzoni: Roma. Dimmi chi frequenti e ti dirò chi sei

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