venerdì, 9 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Scrive Leonardo Scimmi:
La socialdemocrazia può fare
ancora tanto
Pubblicato il 16-07-2015


Abbiamo già discusso abbondantemente della crisi greca, oramai non si parla d’altro ed il fiorire di nuovi e vecchi pregiudizi è a volte imbarazzante perché certifica inesorabilmente la mancata evoluzione della coscienza europea e la scarsa conoscenza della cultura delle altri nazioni europee.
Abbiamo già detto che la Germania non ha legittimità democratica a decidere e parlare a nome degli altri stati, ma non è colpa della Germania, semmai la colpa sta nella debolezza del Parlamento Europeo e del progetto federale europeo (debolezza che senza dubbio non può essere imputata solamente alla Germania).
Abbiamo già detto che Tsipras ci sta simpatico e che ha usato in modo audace uno strumento democratico su base nazionale cercando di sfruttare l’unico vero punto a suo favore, che è la mancata legittimità democratica della Troika. Pensate se la Merkel lanciasse un referendum in Germania cosa voterebbero i tedeschi!
Ed abbiamo anche detto che la Grecia va salvata assolutamente, sia per spirito di solidarietà mediterranea culturale ed umana verso il popolo greco fratello, sia per salvare il progetto e l’idea stessa di Europa, è necessario garantire alla Grecia la possibilità di riprendersi e ricostruirsi un futuro europeo.
Cio detto, crediamo che l’austerità non sia la chiave o il problema della Grecia, ma che il vero problema stia nelle inefficienze nelle corruzioni nelle evasioni che tanto ci somigliano e cui nessuno ancora ha dato soluzione o tentato di dare soluzione vera.
Dal caso greco si è sviluppato un interessante dibattito sul ruolo della socialdemocrazia.
L’accusa alla socialdemocrazia è di essere irrilevante, schiacciata su posizioni filogermaniche e conservatrici per la SPD e, in generale, che la socialdemocrazia ha terminato il suo ruolo storico, incalzata a destra dai rigoristi conservatori ed a sinistra dai movimenti contestatori radicali che si oppongono con più determinazione al pensiero unico raccogliendo – forse – più consenso.
Le soluzioni prospettate per risolvere la crisi della socialdemocrazia vanno dalla meritocrazia (modello Schroeder) al rilancio del ruolo regolatore ed interventista dello stato sul mercato, al ritorno al primato della politica, al rafforzamento dei legami del socialismo internazionale fino alla nuova Bad Godesberg del socialismo europeo e la lega dei socialismi mediterranei. Dibattito in corso sull’Avanti che vi invitiamo a seguire perché molto interessante.
A nostro avviso la socialdemocrazia – quale sinistra pragmatica razionale e gradualista – non ha esaurito affatto la sua spinta egalitaria verso la giustizia sociale e la libertà, come insegnava già Pertini.
Il modello socialdemocratico fondato sulla razionalità, sul pragmatismo, sul compromesso fra mercato e stato sociale, fra proprietà e lavoro, fra classi sociali, fra pubblico e privato e soprattutto sulla Mitbestimmung è ancora valido ed attuale e lo vediamo in Germania, dove negli ultimi decenni ha governato si la Merkel ma anche e sopratutto il socialdemocratico Gerhard Schroeder (nonostante la rituale polemica contro la agenda 2010 oggi la Germania non ci pare soffra particolari problemi sociali).
Quindi la socialdemocrazia funziona.
Quello che a nostro avviso manca alla socialdemocrazia europea è la fiducia nel modello socialdemocratico stesso ed un tema forte per riprendere la leadership del dibattito, invece di inseguire i conservatori da un lato o i vari movimenti sorti sulle ceneri del comunismo dall’altro.
Noi del Collegio europeo proponiamo da tempo un’idea concreta per ridare fiducia alla socialdemocrazia europea: la Democrazia industriale, che aumenta la responsabilizzazione dei lavoratori e del popolo in generale rendendolo partecipe del progetto comune, sia esso l’impresa o lo Stato.
La crisi economica ha dimostrato che i poteri nazionali e statali sono deboli verso i poteri privati e sovranazionali.
Allora come ricondurre il mercato ad un controllo che impedisca crisi ed ingiustizie sociali? Statalizzare o nazionalizzare tutto non ci sembra praticabile.
Ed allora si deve agire su base negoziale, fra le parti, fra lavoratori e proprietà, si fanno iniezioni di democrazia industriale, costringendo i proprietari a venire a patti con i lavoratori dipendenti, che sono poi i cittadini per lo più.
La chiave è negoziale, lo scopo è la democrazia industriale, il fine ultimo è la mitigazione degli effetti collaterali del capitalismo finanziario internazionale. Non è il tutto, ma è un buon inizio. Stile socialdemocratico.

Leonardo Scimmi

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. “Il modello socialdemocratico fondato sulla razionalità, sul pragmatismo, sul compromesso fra mercato e stato sociale, fra proprietà e lavoro, fra classi sociali, fra pubblico e privato e soprattutto sulla Mitbestimmung è ancora valido ed attuale e lo vediamo in Germania….”, sono parole dell’Autore che possono trovare ampia condivisione, quantomeno sul piano concettuale.

    C’è però da dire, restando a casa nostra, che noi, per carattere e storia, non siamo la Germania, dove probabilmente sono riusciti a tradurre in pratica quei principi, mentre noi, così almeno mi sembra, siamo rimasti ancora sul “generico”, cioè agli enunciati, quando credo che il liberal-socialismo nostrano dovrebbe, per guadagnare credibilità e consenso, e dunque riprendere quota, e forse ce n’è oggi l’occasione, avanzare proposte più concrete, che suscitino interesse per il loro realismo.

    Per fare un esempio, pur se limitato, la “negoziazione” è certamente un grande strumento, ma andrebbe poi detto a quale quota del trattamento salariale sarebbe da applicare, se di trattamento economico si parla, perché non mi sembra che il tutto debba essere lasciato alla negoziazione.

    Ci stanno senz’altro anche le parole finali “Non è il tutto, ma è un buon inizio”, visto che molti cambiamenti si costruiscono strada facendo, e nello stesso modo si possono anche ottenere buoni e soddisfacenti risultati, ma sono dell’avviso che i liberal socialisti dovrebbero prospettare fin da subito soluzioni più precise, in questo come in altri settori “critici”, i quali andrebbero fatti uscire dall’emergenza in cui da troppo tempo si trovano, attraverso giustappunto le scelte più appropriate.

    Se la politica si sottrae a questo compito, impegnativo e arduo ma “alto”, viene meno al suo ruolo, e perde mano a mano la sua ragion d’essere, almeno così mi sembra.

    Paolo B. 22.07.2015.

Lascia un commento