giovedì, 8 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Scrive Luca Cefisi:
Crisi del PSE? No, dell’Europa
Pubblicato il 13-07-2015


Mauro Del Bue mi invita a discutere il suo articolo, importante e interessante, sulla crisi dei socialisti in Europa. Io parlerei piuttosto della crisi dell’Europa: il progetto dell’Europa unita è a un punto davvero critico della sua storia, forse sull’orlo di un fallimento epocale. In questa crisi, vi è un’innegabile difficoltà del socialismo europeo, ma per onestà intellettuale, non si può non riconoscere che in un momento storico così difficile, la nostra famiglia europea non è maggioranza, né nel Parlamento di Strasburgo né nel Consiglio dei Capi di Stato e di Governo. Siamo infatti minoranza, in Europa: e potremmo dire che anche per questo l’Europa va male, e anche ricordare che comunque molte delle cose positive ed utili messe in campo a livello europeo in questi anni derivano direttamente da nostre richieste, proposte e iniziative (sugli investimenti, sul sostegno ai bilanci degli Stati…).

In effetti, il PSE e il suo gruppo parlamentare hanno svolto una non disprezzabile azione moderatrice, in un’Europa che sembra aver perso la bussola. Tutto questo, comunque, non basta, non può bastarci. Esiste un deficit di impatto della nostra azione politica, che solo in parte si può far risalire alla sfortuna, alle cattive annate elettorali, e a un populismo aggressivo, che raccoglie consensi proprio tra le fasce popolari grazie a precise e violentissime campagne mediatiche, trasversali in tutta Europa. Tutte cose vere, ma quando mai nella storia non abbiamo conosciuto difficoltà e ostacoli, e non abbiamo dovuto combattere contro avversari che ci contendevano le menti e i cuori del popolo?

Dobbiamo riconoscere che il socialismo europeo soffre di una crisi di leadership, di visione, di proposte. Facciamo un passo indietro, per capire. Anche perché Mauro Del Bue parte, lo si vede bene, dagli anni ‘80 per quasi ogni suo ragionamento. Quando si cominciò a parlare di una crisi della socialdemocrazia europea, ed erano appunto gli anni ‘80, iniziava a scricchiolare il felice compromesso del dopoguerra, l’“età dell’oro” dei consumi crescenti e del progressivo consolidamento e ampliamento dei diritti sociali. Era un modello talmente egemone, che anche i governi conservatori nordeuropei, o i nostri governi democristiani, non avevano osato, fin lì, metterlo in discussione. Questa era l’essenza della socialdemocrazia: andare al governo per via democratica, per impiegare gli strumenti di governo, il bilancio statale, la leva fiscale, le leggi sul lavoro, la sanità, gli enti locali, per tutelare i propri elettori dall’intrinseca ingiustizia dell’economia. E creare una tale egemonia attorno a questo programma, che né i conservatori inglesi, quando si alternavano al potere (quelli svedesi il potere non lo vedevano proprio), né i democristiani italiani o tedeschi, che anzi ci mettevano del loro grazie alla dottrina sociale della Chiesa erano, in verità, in grado di proporre una vera alternativa.

L’idea di un’economia socialista era stata accantonata, lasciata alla fallimentare macchina sovietica e a qualche utopia tropicale: si lasciava l’economia al gestore capitalista, ma si occupava lo spazio del Governo e dello Stato, come contropotere esercitato in nome del popolo contro il “muro del denaro”, per usare una classica espressione del socialismo.

Due elementi hanno messo in crisi quest’egemonia: uno fattuale, la crescente difficoltà dello Stato nel governare un’economia sempre più irriducibile alle politiche nazionali, e un ritorno di fiamma di idee conservatrici (e le idee in azione sono fatti!), idee vecchie, ma moderne nel modo in cui venivano comunicate, la rivoluzione conservatrice di Thatcher e Reagan, che prima ancora di combattere la sinistra imposero un cambiamento in senso radicale e aggressivo alla destra, trasformando per esempio il partito conservatore britannico, il partito della ‘gente perbene’, delle tradizioni, della moderazione, col suo paternalismo verso i poveri, in un movimento di adesione ai valori del mercato, di esaltazione del successo individuale, e di indifferenza verso i perdenti, più radicale e più trasversale tra ceti sociali che alla funzione domenicale avevano sostituito il centro commerciale.
Il passaggio dalla Democrazia Cristiana a Forza Italia non ha avuto dinamiche troppo diverse. Una nuova egemonia venne quindi creata, e la sinistra iniziò a passare il tempo a chiedere scusa di esistere.

Ebbene, noi socialisti italiani negli anni ‘80 avevamo elaborato due linee di risposta ai tempi che cambiavano: Mauro Del Bue le ripropone oggi, ma soltanto in parte a ragione, perché i tempi sono ulteriormente cambiati e siamo già altrove. La prima linea di risposta, che aveva radici profonde nella cultura antifascista italiana, era quella eurofederalista: di fronte ai limiti crescenti dello stato nazionale nel governare l’economia, apparve evidente la necessità di alzare a livello sovranazionale il livello di governo, e quindi costruire un’Europa politica. Questo è un tema ancora valido, anzi sempre più urgente, e se c’è un merito storico di Craxi primo ministro è quel vertice di Milano del 1985 che lo vide contrapposto alla Thatcher nel propugnare un nuovo trattato europeo che fosse politicamente più ambizioso.

Nel recente congresso di Budapest del PSE noi socialisti italiani abbiamo non per caso sostenuto il candidato spagnolo alla presidenza, Enrique Baron Crespo, un convinto eurofederalista, uno che sa trovare Ventotene sulla mappa. È un dato di fatto che la maggioranza dei partiti socialisti europei, specialmente del nord e dell’est, non prevedono un salto di qualità dell’integrazione politica, l’Unione Europea per loro è quella che è, definita dal Trattato di Lisbona, un’associazione tra Stati sui generis, dove il rispetto delle regole e dei trattati è un fine in sé, senza una particolare visione unitaria. Ecco perché l’Europa muore di regole. Senza dubbio, una grande visione di governo europeo è indispensabile, e pensare agli Stati Uniti d’Europa, con istituzioni simili a quelle degli Usa, una necessità evidente dopo le difficoltà con cui le fragili e squilibrate istituzioni europee attuali hanno affrontato la crisi economica dal 2008 in poi.

La seconda linea di risposta che sostiene Mauro Del Bue è però meno convincente, anzi non lo è per niente, quando propone un’ulteriore dose di liberalismo economico. Visione social-liberale o modernizzante o come la si voglia definire, visione storicamente giustificata e nient’affatto, di per sé, espressione di un tradimento, dando per obsoleto il ruolo di contropotere del mercato svolto dal governo, si prefiggeva di partire da un dato della realtà, appunto il trionfo dell’economia di mercato rispetto ad ogni altro modello alternativo, per indicare ai riformisti, con l’esempio di Schroeder, di Blair, di Clinton, il compito non più di imbrigliare e dominare il capitalismo, ma di farlo funzionare al massimo, garantendo non tanto la scomoda “redistribuzione”, che a un certo punto è parsa persino un po’ azzardata, ma piuttosto le “pari opportunità” di accesso ai benefici del mercato, benefici sentiti come potenzialmente illimitati. Da qui la curiosa torsione che hanno avuto parole come “riforme”, con cui si è cominciato a intendere tutto ciò che rende l’economia meglio funzionante, non più giusta, secondo una convinzione che, per dircela tutta, ha avuto la sua massima espressione non in Blair o Clinton, ma nel nuovo corso del Partito comunista cinese (non ci avevate mai pensato ?). L’idea di modernità ha creato un equivoco attorno a cosa sia progresso: se è “moderno” è buono, anche se porta a un regresso di condizioni sociali (la modernità liquida del precariato). Si deve dire che questa visione, abbastanza utile in Cina, ma molto meno in Occidente,ha ormai mostrato i suoi limiti, potremmo dire la sua ottimistica ingenuità. L’economia capitalistica (per chiamarla con il suo nome) non è un ascensore meraviglioso di benessere che si deve soltanto acchiappare. Innanzitutto ha i suoi cicli, e quando iniziano quelli di crisi, come quello del 2008, chi possiede risorse e capitali non è portato a stringere la cinghia, ma, finchè può, opera per farla stringere agli altri (Carlo Marx avrebbe parlato di gestione della caduta del saggio di profitto, e la reazione ideologica di austerità e tagli ai salari e al welfare ditemi voi se non è un modo per garantire la stabilità del sistema in una fase di risorse decrescenti, in cui chi ha la forza per farlo toglie a chi non ce l’ha). Ora, siccome sono un bravo riformista anche io, non sto sognando che la crisi che stiamo attraversando porti alla catastrofe e alla rivoluzione, ma no ! Verranno poi altri cicli espansivi, ma quello che voglio dire è che il capitalismo non è un ballo di gala, dove il compito dei riformisti è solo di portare quanti più proletari ben pettinati a ballare. Occorreva, occorre, mantenere la consapevolezza che il capitalismo è intrinsecamente un avversario della democrazia; privilegia l’efficienza, ma non la giustizia; persegue una visione di modernità fatta di velocità e disincanto, affascinante ma tecnica e potenzialmente disumana, distinta dal progresso della persona; occorre governarlo, combatterne le manifestazioni intollerabili, dire di no. Mauro parla addirittura di “privatizzazioni”, rispolverando un termine desueto per troppo successo. Ma francamente, è difficile dire cosa sia rimasto da privatizzare, in termini tradizionali di industrie e servizi pubblici. Rimane il campo dei servizi di welfare, sanità e istruzione: non è un settore privatizzabile, per esempio la sanità privata non è un’alternativa attendibile a quella pubblica, e non solo per ragioni di giustizia ma anche di efficienza economica; la sanità americana funziona peggio e costa di più di quella europea. E il futuro potrebbe ben altre minacce: davvero, in una condizione di crescita di popolazione e di riscaldamento globale, noi vogliamo lasciare al gioco dell’economia privata l’acqua e il cibo ? E’ in vista un tempo in cui la produzione di cibo tornerà ad essere strategica, e sarà vista come un elemento essenziale della sicurezza dei popoli. E’ questo, tra l’altro, il tema vero attorno all’avversione verso gli Ogm, sovente presentato come una ridicola reazione antimoderna: il punto non è la scienza, ma la giustizia, un futuro dove il contadino non possa seminare traendo la semente dal raccolto perché il suo grano è sterile in nome dei diritti di proprietà è un futuro da incubo.

La debolezza politica di quest’Unione Europea non è spiegabile senza prendere davvero in considerazione l’altro ordine di problemi che abbiamo qui indicato, quello di una sinistra socialista che ha pure pensato che, in fondo, l’economia, il mercato unico, l’euro avrebbero poi portato da soli anche l’Europa politica. Non è andata così. Per rendere l’Europa davvero indispensabile, davvero convincente agli occhi dei nostri concittadini, occorre tornare a spiegare che con l’Europa avremmo più giustizia e più eguaglianza, non solo una migliore governance dell’economia. L’Europa che vedono oggi gli europei e le europee non ha questo volto: macchina economica senza democrazia, suscita apprensione, specialmente in quei popoli, in Scandinavia, nel Regno Unito, anche in Germania, dove sinora lo Stato ha fatto abbastanza bene (meglio che in Grecia, meglio che in Italia). La stessa socialdemocrazia tedesca, che non è affatto al servizio della Merkel o del neoliberismo, come troppo spesso si legge, ha fortemente revisionato l’esperienza di Schroeder, e nel governo di coalizione ha ridato senso e significato al termine “riforme” con misure di minimo salariale e per pensioni migliori, sembra però voler soprattutto amministrare il successo economico tedesco. Occorre invece un programma socialdemocratico che metta assieme diritti e ragioni di tedeschi, italiani, greci, francesi e così via, un discorso comune che oggi è disperso e lacerato.

 

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Rispondo volentieri. In un vecchio articolo mi permisi di rimproverare la presenza nel piccolo nostro Psi di due atteggiamenti sbagliati: l’uno rivolto alla nostalgia, l’altro ripiegato su una sorta di dogmatismo veterosocialista. Lungi da me accusare Luca, che è persona intelligente e colta e che stimo, di veterosocialismo, ma nel contempo chiedo di evitare per me quella di nostalgismo. Io non sono affatto partito dagli anni ottanta, ma dalla crisi odierna dei socialisti europei, che devono fronteggiare un doppio avversario: la politica del rigore e dell’austerità dei poteri forti europei e il populismo demagogico, antieuropeo, spesso rifluente nel nazionalismo. Fenomeno quest’ultimo di destra e di sinistra insieme. Come del resto di sinistra e di destra è oggi il governo greco e di sinistra e di destra sono i suoi adulatori. Io ho poi sostenuto che l’Europa, senza confederazione, è difficilmente governabile. È evidente che ogni partito, compresi quelli socialisti, guardino, anche per ragioni elettorali, ognuno a casa sua. Perché sostengo l’attualità, anzi la necessità di un socialismo liberale e non del suo contrario, e cioè di un socialismo statalista? Perché oggi ritengo necessario e utile non già lo stato sociale, che ha appesantisce i governi di costi non più sostenibili, ma la società solidale, dunque un sistema misto ove il compito dello stato o delle regioni o dei comuni è quello di definire l’orizzonte, di controllare gestione e costi, ma non già quello di gestire direttamente? Perchè ritengo che la situazione odierna lo imponga, in presenza come siamo della necessità di diminuire spesa pubblica e rafforzare gli investimenti, privati e pubblici, come sostiene nel Corriere di oggi Angelo Panebianco, spostando risorse anche per abbassare la tassazione e nel contempo per sburocratizzare lo stato. Lo so che quest’ultima è una propensione liberale. Per questo io parlo infatti di socialismo liberale. E non solo non me ne vergogno, ma sono molto lieto e anche orgoglioso che questo progetto sia stata anche un’intuizione del nostro vecchio Psi.

Lascia un commento