domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Niccolò Musmeci:
Maturità e Immaturità
Pubblicato il 17-07-2015


Dopo il termine dell’esame di maturità posso liberamente dire che si è trattato di un esame dell’assurdo. I risultati sono stati l’esatto contrario dei miei voti in cinque anni di studio e non solo per me, ma per l’intera classe o quasi. Oltre che assurdo questo esame può avere molti aggettivi. Lo posso definire “patetico”, per il fatto che sia studenti sia professori esprimevano un pathos a dir poco imbarazzante. Immaginatevi un misto di scene assai sgradevoli, dove una ragazza piange, un professore interno suda freddo, chi batte la penna nervosamente ed io che come tutti aspettavo nervosamente le prove. Comico si può definire questo esame, dove i suggerimenti planano da un banco all’altro, dove non sai se i professori fanno finta di non guardare o se in un ultimo atto di pietà coprono la visuale fra te e i professori esterni.

Poi l’esecuzione degli esami è nevrosi pura, dove ti ricordi date di grandi azioni storiche, ma non cosa accadde. Ti ricordi di formule basilari che poi non ti servono a nulla. Isterismo collettivo se nessuno nel raggio di dieci metri non si ricorda il titolo di un’opera di Wilde o di D’Annunzio. Comica e nervosa la prima prova di italiano, dove non si è letto una frase di Italo Calvino in tutto l’anno, dove non c’è nulla riguardo l’EXPO o l’attuale scena politica, argomenti molto attesi. Deludenti queste tracce, due che parlano della Resistenza, uno vagamente del Mediterraneo o uno della libertà di possedere un libro in un Paese dove il potere politico nasce dalla canna di un fucile. Tracce che potevano sfociare facilmente nella banalità o nella ripetitiva condanna delle solite orride azioni del Mondo. Senza poi contare il fatto della presenza di plateali errori grammaticali nei testi del Ministero o di titoli errati nelle opere d’arte proposte nello stesso testo ministeriale. L’unica che appariva un poco intrigante era quella sulla comunicazione globale. L’esame di matematica da Roma in giù è stato fatto con il tablet in bagno, da Roma in su con lo smartphone sotto il banco.

Dei due problemi, per una parte non si capiva il testo, per l’altra l’esecuzione era terrificante. I quesiti: se uno li sapeva selezionare risultavano facili, peccato valessero quanto il due di picche.

La terza prova è stata il capolavoro massimo di arrampicate sugli specchi, risposte nello stile del “mercante partenopeo”, suggerimenti e passaggi di nozioni artistiche e pittoresche, colpi di tosse improvvisati per distogliere l’attenzione di sguardi  dal tuo compagno di classe. Poi sei all’orale, circondato da gente che non conosci o che conosci troppo bene. Passa veloce, un piccolo duello fra te e i docenti, per vedere se sai restare gelido davanti a loro, poi si può sempre giocare la carta del “Ma prof. giuro, mi ricordavo ogni cosa!” oppure “Scusi è che fa un caldo infernale e sto un po’ a disagio e…”. Atto finale di salvataggio estremo è gettarsi in un aperto pianto. Tale tattica è fortemente sconsigliata per tutti coloro che sono appartenenti al sesso maschile. La tesina con tutte le sue ore di lavoro serve ad indirizzare le domande successive è un po’ la chiave di tutto.

Questa maturità alcuni la vivono anche come la fine di tutto, io la vedo come l’inizio dell’età universitaria, dove il voto finale vale veramente qualcosa e inizi a specializzarti in un mondo sempre più intricato. Altri intrepidi si avviano verso il mondo del lavoro, dove inizi a vivere veramente da persona matura, dove per la prima volta vedi un risultato pratico del tuo lavoro, una paga. Deprimente, per chi sceglierà la seconda, e forse non avrà la soddisfazione di una paga o di una sicurezza per il futuro. Triste che alcuni di loro non andranno per le precedenti strade rimanendo immobili.

Così si forma l’idea della staticità liceale, della paura di continuare a vivere.

Una paura che uccide silenziosamente ogni determinazione, in un’epoca senza valori, senza obiettivi, senza una speranza.

Niccolò Musmeci

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