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Opinioni e commenti
 

Senato, ripartono le riforme con un occhio ai numeri
Pubblicato il 02-07-2015


Senato-riformeIl disegno di legge per la riforma dell’assetto costituzionale del nostro paese, è stato incardinato al Senato. Si comincerà il 7 luglio dalla Commissione Affari Costituzionale. Lo ha deciso l’ufficio di presidenza della commissione. La senatrice Anna Finocchiaro del Pd, in qualità di presidente, presenterà il testo uscito dalla Camera poi verranno indicati i relatori. Il giorno successivo l’ufficio di presidenza si riunirà di nuovo per decidere il calendario dei lavori.

Questo pomeriggio i senatori della minoranza del Pd Vannino Chiti e Miguel Gotor hanno presentato un documento sottoscritto, al momento, da 25 senatrici e senatori democratici, con delle proposte di modifica. Un numero non elevato di per sé, ma in una situazione particolarmente delicata con una maggioranza spesso sul filo, sufficiente per poter creare qualche grattacapo al Presidente del consiglio.

Gli spazi per il testo del Ministro Boschi non sono particolarmente agevoli e di conseguenza Renzi dovrà muoversi con cautela e non potrà fare sempre le orecchie da mercante. Su qualcosa dovrà pur contrattare. Renzi vuole chiudere il percorso delle riforme con il Referendum costituzionale a giugno 2016. Manca un anno, tempi quindi stretti visto il sistema di doppia lettura prevista dalla Costituzione.

Sul documento della minoranza Pd è intervenuto il capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati Renato Brunetta per il quale “Dopo il documento dei 25 della minoranza Pd del Senato, e con il nostro voto contrario, Renzi non ha i voti per approvare la riforma costituzionale del bicameralismo paritario”. “Non ha i voti, a meno che non cambi. Cambi sulla base delle nostre indicazioni: vale a dire elettività dei Senatori ed altro, e se ne può parlare. Ma bisogna cambiare anche l’Italicum, in parallelo, con il premio di maggioranza alla coalizione, fin dal primo turno, e non alla lista”. Anche dai Senatori di Gal è arrivato un primo avviso e un invito a rivisitare alcuni punti controversi del testo e allo stesso tempo ricordano che se queste aperture venissero meno si “Complicherebbe nettamente il percorso legislativo”.

Vannino Chiti, presentando la proposta di modifica del ddl di riforma costituzionale, ha affermato che “Con l’approvazione della legge elettorale è cambiata di fatto la forma Governo. I cittadini italiani eleggono un Primo ministro che avrà il 55% in Parlamento. Per questo riteniamo che i cittadini debbano eleggere direttamente i Senatori in concomitanza con le elezioni regionali”. “Noi – ha detto ancora Chiti – riteniamo che il superamento del bicameralismo paritario sia assolutamente necessario”. “Abbiamo bisogno di democrazia moderna con istituzioni rinnovate. Solo la Camera dei deputati darà la fiducia al governo e approverà quei provvedimenti per i quali non è prevista la votazione del Parlamento in seduta comune. Inoltre pensiamo che la camera dei deputati possa essere formata da meno di 500 deputati. Su questo ci può essere larga convergenza alla Camera e al Senato”. La governabilità “È un valore, ma senza la rappresentanza non si avrebbe quel sistema di pesi e contrappesi di cui anche il Presidente del Consiglio ha sottolineato la necessità”.

Il senatore Miguel Gotor, sempre della minoranza del Pd, ha aggiunto che “la prossima Camera sarà costituita per la maggioranza da deputati nominati. Quindi serve un Senato composto da senatori eletti”. Per Gotor si va verso “un presidenzialismo costruito attorno al presidente del consiglio di fronte al quale serve un giusto sistema di controllo, equilibrio, verifica e garanzia”. Gotor ha indicato una serie di temi, cinque, “che per loro natura devono essere sottratte alla potestà della maggioranza di Governo”. Questi sono “il fine vita, l’amnistia e l’indulto, i diritti delle minoranze, la dichiarazione di guerra, la tutela della libertà religiosa. Infine, fra i temi da compartecipare, Gotor cita la legge elettorale. “La legge elettorale è la legge di tutti e anche in questo caso sarebbe importante un coinvolgimento del Senato. Se il Senato deve essere ridotto a un dopolavoro, è preferibile e più dignitoso chiuderlo”.

Il Senatore socialista Enrico Buemi, Capogruppo Psi in commissione Giustizia, ha invitato a porre l’attenzione sulle schede di lettura dell’articolo 39, comma 6 del testo: “La lettura data dai tecnici del Servizio studi del Senato è che sarà il nuovo Parlamento e, quindi, il nuovo Senato dei cento consiglieri regionali e sindaci, ad approvare la legge sulle modalità di elezione del Senato stesso. Se qualcuno aveva fatto affidamento su quella legge, per ripristinare un carattere diretto della rappresentanza nella seconda Camera, viene amaramente disilluso – ha commentato il senatore socialista – si ricadrebbe nell’alternativa, che questo Governo e questa maggioranza hanno saputo evitare un anno fa, dei tacchini a cui si chiede di anticipare il Natale. Molto più razionale sarebbe anticipare la possibilità di votare quella legge, attribuendola all’attuale Parlamento”, ha aggiunto Buemi.

“Potrebbe apparire soltanto un avvertimento amichevole ai Senatori della minoranza PD, a vedere prima il tappeto e solo dopo dare il cammello. Ma fa parte del complessivo invito che i socialisti, forti dell’autorevole parere del presidente emerito della Corte costituzionale, Enzo Cheli, rivolgono alla Presidenza ed al Senato tutto – ha concluso Buemi – affinché le regole della navetta siano interpretate più flessibilmente quando si tratta di modificare la Costituzione”.

Ha accolto con favore il documento dei 25 senatori anche l’ex capogruppo Pd Roberto Speranza: “Va nella direzione giusta. Il Paese non deve perdere la straordinaria opportunità di completare il percorso di riforme avviato. Il superamento del bicameralismo perfetto è un obiettivo condiviso da realizzare al più presto ma senza creare squilibri istituzionali. L’Italicum determinerà purtroppo una Camera dominata dal partito vincente e composta prevalentemente da parlamentari nominati. Dinanzi a tale sistema elettorale è necessario un Senato delle autonomie che abbia anche selezionati ma autorevoli poteri di garanzia e di controllo pienamente investito dalla diretta volontà popolare”.

A vedere delle “asimmetrie” nella riforma immaginata per il Senato è anche il presidente della Conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino. “Devo ammettere – ha detto – che quando penso ad una Camera delle Regioni, il mio pensiero va al Bundesrat tedesco, il quale non si regge su equilibri politici ma sulle scelte degli esecutivi regionali e delle città-Stato. Ma soprattutto quell’istituzione ha un vincolo di mandato territoriale che consente a ciascun eletto di votare per il proprio collegio elettorale e non per un partito di appartenenza”. Secondo Chiamparino la formula Bundesrat “potrebbe facilitare l’aggregazione delle Regioni, con un maggior equilibrio per quanto riguarda le competenze da esercitare, lasciando allo Stato gli ambiti di indirizzo generale, di controllo ed eventuali surroghe per le inadempienze. Sono favorevole al modello Bundesrat anche perché – ha concluso – consentirebbe l’eliminazione delle Conferenze, che a mio giudizio sono una vera e propria iperbole amministrativa”.

Ginevra Matiz

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