venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

UKASE A TSIPRAS
Pubblicato il 12-07-2015


Tsipras-Debito-UE

Il 15 luglio è mercoledì, ed entro questa data il governo Tsipras dovrebbe concretizzare non solo gli impegni contenuti nell’ultimo piano, ovvero le modifiche all’IVA, al sistema pensionistico e le privatizzazioni ma in aggiunta l’Eurogruppo chiede la reintroduzione dei licenziamenti collettivi e la rinuncia alla contrattazione nazionale “in linea con le ‘best practice’ europee”, come si legge nel documento sul tavolo dei leader. Inoltre ad Atene dovrebbero tornare gli ‘uomini in nero’ cioè i rappresentanti della troika (BCE-UE-FMI) per vigilare sul rispetto dell’accordo. Il Governo, dice il documento, deve “normalizzare completamente il metodo di lavoro con le istituzioni, compreso il necessario lavoro sul campo ad Atene, per migliorare il monitoraggio e l’attuazione delle riforme”. Insomma un commissariamento in piena regola che, anche alla luce di quanto avvenuto con le ricette imposte negli anni precedenti dalla troika, appare come un ukase, un ultimatum per una resa incondizionata che è politica, prima che economica. Il cielo è tornato a oscurarsi sopra Atene.

Sono queste le condizioni che l’Eurogruppo starebbe per imporre per evitare che già dalla settimana entrante la Grecia, impossibilitata a pagare le rate del debito estero in scadenza, vada in default ed esca dall’euro.

Nella sostanza le richieste sono peggiorative rispetto al piano presentato da Tsipras, nel senso di un indurimento della linea ultraliberista che sembra ormai prevalente nell’Eurogruppo, ma la sensazione di una condizione capestro è data dall’insieme delle condizioni con cui la richiesta viene posta e rappresentano una prova molto dura per il governo ellenico. Tsipras ha ottenuto appena due giorni fa il via libera al negoziato con una larghissima maggioranza, ma ha perso per strada alcuni parlamentari della sua maggioranza. In 17 dell’ala sinistra di Syriza con 8 astensioni non hanno votato e dunque Tsipras non ha più i 151 voti su 300 che aveva al momento del suo insediamento. Per continuare nel negoziato e impedire il default, deve accettare di fatto un cambio di maggioranza, ingoiare il sostegno dei conservatori di Nea Demokratia – il partito maggiormente responsabile del disastro della Grecia – del Pasok, i socialisti ellenici, o di To Potami, il nuovo partito di centro. Consegnarsi, in una parola, politicamente ai suoi oppositori all’interno e all’estero.

A questo alla fine hanno portato le pressioni dei ‘falchi’ all’interno dell’Eurogruppo con un ricatto incrociato sulle maggioranze interne di diversi Paesi a cominciare dalla Germania, dove Angela Merkel ha il fiato sul collo di Wolfagang Shaeuble, o dell Finlandia, il cui governo si regge grazie ai voti di un partito dichiaratamente antieuropeista.

Ad Atene si parla già, per domani o martedì, della possibile nascita di un governo di unità nazionale con Antonis Samaras, predecessore di Tsipras al Governo, ex leader di Nea Dimokratia, che sarebbe pronto non solo a un appoggio finalizzato all’accordo con l’Eurogruppo, ma a un vero e proprio cambio di maggioranza.

Secondo il ministro finlandese delle finanze, il ‘falco’ Alex Stubb, sono stati fatti molti progressi sulle “condizionalità” del programma di aiuti, c’è un “documento che chiede alla Grecia riforme da fare in Parlamento entro il 15 luglio come pensioni e Iva e privatizzazioni”.

Tra le ipotesi venute a galla nelle ultime 24 ore anche quella propugnata dal tedesco Shaeuble di una “uscita temporanea” della Grecia dalla zona euro, un proposta che equivale a una cacciata del Paese dall’area dell’euro, ipotesi respinta da molti governi, ma che continua a pendere sulla testa di Tsipras.

Intanto fonti europee hanno spiegato che la cancellazione del vertice a 28, che era previsto in serata, è stato deciso perché “si sta lavorando al Piano A e non più a una Grexit per cui era necessaria una preparazione a 28”. “L’obiettivo è raggiungere un accordo già stasera a livello di Capi di Stato e di Governo dell’Eurozona per avviare i negoziati” con la Grecia è la formula diplomatica usata per indorare la pillola dell’ultimatum.

A margine della trattativa, c’è stato anche un scontro tra Mario Draghi e Wolfgang Schaeuble. Il presidente della Banca Centrale Europea è disponibile a esaminare la principale richiesta del Governo ellenico, sostenuta anche dal Fondo Monetario Internazionale, di un taglio del debito che, come tutti sanno, la Grecia non sarà mai in condizione di restituire per quanti sacrifici facci e per quante privatizzazioni – leggi svendite degli asset dello Stato – venga obbligata a fare mentre il ministro delle finanze tedesco non vuole neppure sentirne parlare. Draghi parlava della sostenibilità del debito pubblico greco e dell’‘haircut’ – il taglio di una parte del debito che fa capo alle banche per un totale di 107 miliardi – già avvenuto nel 2012, quando Schaeuble lo avrebbe interrotto chiedendogli se lo stesse prendendo per “uno stupido”. Fonti della Bce hanno detto che “non c’è stato nessuno scontro” fra il presidente della Bce, Mario Draghi, e il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schauble, ma “solo uno scambio di vedute durante il dibattito”.

Comunque una decisione dovrebbe arrivare entro domattina. Dopo altre cinque ore di negoziato i ministri delle Finanze della zona euro hanno infatti nel pomeriggio interrotto la loro riunione, rinviando ai Capi di Stato e di Governo dell’area euro la decisione finale sul futuro della Grecia in Europa. Toccherà a loro sostenere o emendare il documento messo a punto con le condizioni ultimative al Governo ellenico. In un caso come nell’altro, appare come una vittoria dell’ala oltranzista rappresentata dal tedesco Shaeuble che, com’è noto, sostiene da tempo un euro ‘forte’ in cui non c’è posto per la Grecia, tanto meno per un Grecia guidata da un partito di sinistra. Se Tsipras accetta l’ukase, è politicamente sconfitto e la Grecia ‘commissariata’ da Berlino, Se non l’accetta, secondo Shaeuble, tanto meglio, vuol dire che esce dall’euro. Inoltre comunque, sconfigge anche la sua Cancelliera, imponendogli la sua linea politica molto meno europeista e filoatlantica di quella che la Merkel sembrerebbe preferire.

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