domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

ULTIMI IN EUROPA
Pubblicato il 21-07-2015


Matrimoni gay-Italia-UE

Mentre il testo base sulle unioni civili (il cosiddetto disegno di legge Cirinnà, dal cognome della senatrice democratica, ndr) resta arenato in Commissione Giustizia al Senato, la Cedu (Corte europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, ndr) – all’unanimità – ha accolto il ricorso di tre coppie omosessuali contro la possibilità di sposarsi in Italia o di vedersi riconoscere una unione civile. Ivan Scalfarotto, sottosegretario alle riforme costituzionali e ai rapporti con il Parlamento lo scorso 2 luglio aveva intrapreso lo sciopero della fame per protestare contro l’ostracismo degli emendamenti (circa duemila) sul ddl e per «spiegare che non avere una legge sulle unioni gay era un grave imbarazzo per l’Italia», rimasta l’unico Paese dell’Europa occidentale a non regolamentarle. Oggi, dopo la sentenza di Strasburgo, Scalfarotto ha auspicato: «Avere una legge entro la fine dell’anno è la sola possibile risposta a questa censura che davvero non fa onore al nostro Paese». Sulla questione si sono espressi gli esponenti socialisti, Riccardo Nencini e Pia Locatelli. Per il segretario socialista la sentenza attribuisce «la maglia nera all’Italia in tema di diritti civili». Per la deputata Psi «è una una vergogna indegna di uno Stato laico e moderno».

CEDU: VIOLATI DIRITTI E BISOGNI – La Cedu ha esortato il nostro Paese a introdurre il riconoscimento legale per le coppie dello stesso – condannandolo alla violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare (previsto dall’articolo 8 della Convezione europea dei diritti umani, ndr) – poiché considera che «la protezione legale disponibile attualmente a coppie dello stesso sesso non solo non garantisce i bisogni fondamentali per una coppia che sia in una relazione stabile, ma non da’ neanche sufficienti certezze».

IL RICORSO ALLA CORTE UE – A presentare ricorso alla Corte europea dei diritti umani sono state tre coppie di omosessuali di Trento, Milano e Lissone (in provincia di Milano) che vivono insieme da anni, in una relazione stabile. Tutte e tre hanno chiesto ai loro Comuni di fare le pubblicazioni per potersi sposare, ma si sono viste respingere la possibilità. Con la sentenza odierna, la Corte europea ha stabilito che lo Stato dovrà versare a ognuno di loro 5 mila euro per danni morali. Inoltre, la sentenza diventerà definitiva tra tre mesi se i ricorrenti o il governo non chiederanno e otterranno un rinvio alla Grande Camera per un nuovo esame della questione.

NENCINI (PSI): NO A PAESE CHE VÌOLA I DIRITTI E LE LIBERTÀ  «Un’altra bacchettata dall’Europa. La sentenza della Corte Europea certifica il clamoroso ritardo dell’Italia sul riconoscimento delle unioni gay e ci consegna la maglia nera dei diritti» ha reso noto Riccardo Nencini, segretario del Psi. «Non devono essere le sentenze a garantire i diritti e il riconoscimento delle unioni civili, ma scelte politiche ormai non più rinviabili» ha aggiunto il segretario socialista. “Si rispetti l’urgenza dovuta. Non vogliamo vivere in un Paese che viola i diritti e non rispetta le libertà di scelta di ognuno»  ha concluso Nencini.

LOCATELLI (PSI): SUI DIRITTI NUOVA CONDANNA DALL’EUROPA  Sulla questione è intervenuta anche la deputata Psi, Pia Locatelli secondo cui «ancora una volta è la Corte europea a bacchettare l’Italia sui nostri ritardi nel campo dei diritti civili. Siamo tra gli ultimi Paesi dell’Unione a non avere una legge che riconosca un’unione civile tra coppie dello stesso sesso: una vergogna indegna di uno Stato laico e moderno». «Nonostante le numerose proposte di legge presentate nei due rami del Parlamento, in questa e nelle precedenti legislature – aggiunge l’esponente socialista – ancora non siamo riusciti ad avviare una discussione in Aula: quando si parla di diritti ci viene sempre detto che le urgenze sono ben altre. La realtà è che si trova sempre un motivo per rinviare, come sta avvenendo al Senato, nella fantomatica difesa della famiglia. Capisco che è difficile, ma qualcuno dovrebbe far capire a certe forze politiche che non solo il Paese e le famiglie sono cambiate, ma anche che in Vaticano non c’è più Pio IX, ma Francesco».

Silvia Sequi

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