domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Vent’anni fa la strage
di Srebrenica: 8 mila morti
Pubblicato il 10-07-2015


Srebrenica_strageVent’anni fa venivano trucidate a Srebrenica più di 8mila persone. Accadde l’11 luglio del 1995, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina. I musulmani bosniaci che risiedevano a Srebrenica furono vittime del peggior massacro in Europa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. I responsabili furono le truppe serbo-bosniache guidate da Ratko Mladić, con l’appoggio dei gruppi paramilitari di Željko Ražnatović e senza che il contingente olandese dell’ONU in missione di pace, intervenisse tanto da essere accusato di omissione di intervento in difesa dei civili.
Dopo un’offensiva serba nel 1993, Srebrenica fu dichiarata una zona protetta, controllata dall’UNPROFOR, la Forza di protezione delle Nazioni Unite. Sul posto confluirono un gran numero di profughi musulmani, si stima intorno ai 60mila, provenienti dalle zone limitrofe, in cerca di riparo. Il 9 luglio le truppe della Vojska Republike Srpske, l’esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, attaccarono Srebrenica. Due giorni dopo, l’11 luglio entrarono nella città.

Le truppe olandesi, che non avevano un mandato per intervenire, si affrettarono a lasciare Srebrenica in direzione Potocari, dove si trovava la base miliare dell’ONU. Vernticinquemila musulmani, in preda al panico, per fuggire si aggrapparono anche ai blindati dell’ONU: solamente in cinquemila riuscirono ad entrare nel quartier generale. Non tutti coloro che confidavano nell’aiuto delle truppe ONU trovarono la via di fuga: molti di essi, in quella situazione di caos e terrore comune, morirono schiacciati dagli stessi camion dei caschi blu.

Altre quindicimila persone si misero in marcia verso la città di Tuzla in cerca di salvezza, ma di loro ne giunsero a destinazione meno di cinquemila. Molti trovarono la morte lungo il tragitto nei continui agguati dei serbi-bosniaci nascosti tra i boschi. I testimoni descrivono brutalità inimmaginabili: stupri, decapitazioni, mutilazioni, uomini bruciati vivi e figli massacrati di fronte ai genitori.

Per quanto riguarda la sorte di coloro che rimasero a Srebrenica, l’esercito serbo smistò i bosniaci, separando gli uomini di età compresa tra i 12 e i 77 anni, dalle donne e dai bambini. Questi furoino uccisi tutti e sepolti in fosse comuni. Tra i responsabili morali di questa pulizia etnica, vi sono anche i 600 ‘caschi blu’ dell’ONU con le tre compagnie olandesi Dutchbat I, II e III.

Una recente inchiesta del domenicale britannico The Observer ha accusato i ‘caschi blu’ di aver consegnato i bosniaci agli uomini di Mladić, destinandoli a morte certa e di avergli fornito anche 30mila litri di benzina per i camion che trasportarono le vittime nei luoghi di sterminio e per i buldozer che servirono a scavare e ricoprire le fosse comuni.

The Observer non risparmia dalla accuse neanche Usa, Gran Bretagna e Francia. I governi di questi Paesi si astennero dal fornire aiuto ai bosniaci per non porre ostacolare le relazioni con i serbi. Di lì a poco si sarebbe infatti giunti agli accordi di Dayton e poi a quelli di Parigi, che posero fine alla guerra in Bosnia durata tre anni e mezzo.
Ma Srebrenica, dopo vent’anni, non riesce ancora a trovare pace. Mercoledì scorso la Russia ha opposto il veto al progetto dell’ONU che riconosce tale strage come genocidio mentre altri quattro membri del Consiglio di Sicurezza si sono astenuti: Angola, Cina, Nigeria e Venezuela.

Tra i carnefici, solo in pochi sono stati condannati. Il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, ha accusato Mladić, Ražnatović e altri ufficiali serbi di genocidio, persecuzione e deportazione. Mladić è stato arrestato solo nel 2011. È attualmente sotto processo al tribunale dell’Aja, accusato di genocidio. La sentenza definitiva nei confronti dell’ex leader militare è attesa per la prima metà del 2017. Ražnatović è stato assassinato nel 2000. Proprio quest’anno il Tribunale penale internazionale ha confermato la condanna all’ergastolo per Vojadin Popovic, tenente colonnello dei Drina Corps (un corpo speciale delle milizie serbo-bosniache) e per Ljubisa Beara, colonnello dello stesso corpo. Nikolic, ex capo della sicurezza della “Brigata Zvornik” dell’esercito serbo, è stato condannato a 35 anni per complicità nel genocidio, sterminio, persecuzione, omicidio. Pandurevic, comandante della “Brigata Zvornik”, è stato condannato a 13 anni per complicità in persecuzione, atti inumani, trasferimenti forzati. Miletic, ex assistente del generale serbo-bosniaco Ratko Mladić, è stato riconosciuto colpevole di omicidi, persecuzioni e trasferimenti forzati di persone provenienti da Srebrenica e Zepa. La sua pena è stata però ridotta da 19 a 18 anni di carcere.

Francesca Fermanelli

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