La Festa dell’Avanti!

“Dentro il nuovo inizio dell’Italia”, è il titolo della Festa nazionale dell’Avanti! (#festapsi) che si svolgerà a Roma alla Casa del Jazz in Viale di Porta Ardeatina 55, dal 10 al 13 Settembre prossimi.

Ricco il parterre degli ospiti che si confronteranno con i dirigenti del Psi nel corso della tre giorni socialista che si articolerà in una serie di dibattiti sui principali temi dell’agenda politica nazionale.

Hanno già confermato la partecipazione alla Festa nazionale tra gli altri: Maria Elena Boschi Ministro per le Riforme e i rapporti con il Parlamento, Angelino Alfano, Ministro dell’Interno, Lorenzo Guerini, Vicesegretario del Pd, Giovanni Toti Governatore della Liguria, Piero Fassino, Sindaco di Torino, Stefano Bonaccini Governatore dell’Emilia Romagna, Gianni Pittella, Presidente del Gruppo parlamentare Socialisti e Democratici al P.E., Ivan Scalfarotto Sottosegretario alle Riforme costituzionali e ai rapporti con il Parlamento, Luca Lotti Sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giorgia Meloni Segretario nazionale di Fratelli d’Italia, Gennaro Migliore, Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza dei migranti, Sandro Gozi, Sottosegretario agli Affari Europei, Ernesto Carbone Responsabile nazionale pubblica amministrazione del Pd, Arturo Scotto, Capogruppo Sel alla Camera, Khalid Chouki, deputato del Pd, Lorenzo Dellai Capogruppo di Per l’Italia alla Camera, Michele Emiliano Governatore della Puglia, Vincenzo De Luca Governatore della Campania, Lorenzo Gay Presidente dei Giovani industriali, Francesco Delzio manager e scrittore, Susanna Camusso, segretaria generale della CGIL, Carmelo Barbagallo segretario nazionale della UIL, Giuliano Poletti Ministro del lavoro e delle politiche sociali e il leader radicale Marco Pannella

Le basi per un’alleanza col PD

Marco Di Lello, nella sua mail indirizzata ai compagni a seguito dell’ormai famosa intervista pubblicata dal Corriere della Sera del 31 luglio, ci invita a riflettere: accolgo il suo invito, partendo da due premesse.

La prima: se si vuole condividere un ragionamento con i compagni, il modo peggiore è quello di farlo dopo aver già preso ed annunciato una decisione che avrebbe dovuto essere frutto di quel ragionamento.

La seconda: personalmente, mi sono avvicinato al PSI nel 1974, durante la campagna referendaria in difesa della Legge sul divorzio. Due anni dopo ne prendevo la tessera e, da allora, ne ho seguito tutto il suo travagliato percorso (dal PSI, al PSI, al SI, allo SDI, al PS e poi, di nuovo, al PSI). Se il partito dovesse decidere di smobilitare diventerei, alla Silone, “un socialista senza tessera”. Il Compagno Boselli, citando Nenni, soleva affermare che la Politica non si fa con i sentimenti nè coi risentimenti. È senz’altro vero per questi ultimi ma, una politica fatta senza sentimenti, senza passione, senza, anche, la necessaria indignazione verso le ingiustizie ed i soprusi, diventa arido mestiere. Non vale i sacrifici che si compiono in suo nome. Io, questo Partito, lo amo. Qualche volta mi tradisce, molte volte lo vorrei diverso, ma non saprei immaginare la mia vita senza di esso.

E veniamo alla riflessione: Marco sostiene, in sintesi, che la nostra dimensione è ormai ininfluente per poter incidere politicamente – da forza autonoma – sugli eventi italiani ed internazionali. Quindi, ci propone di non frapporre anacronistiche resistenze e di buttare il cuore oltre l’ostacolo prendendo atto che il PD è una forza riformista aderente al PSE e confluendo in esso, senza infingimenti, portandovi il valore aggiunto della “vision” socialista e richiamando il monito di Nenni del “rinnovarsi o perire”. Che dire? Intanto, non è solo la dimensione che determina l’influenza politica di un soggetto politico. Basti pensare al PRI di Ugo La Malfa o ai Radicali, partiti certamente non rilevanti sul piano numerico ma la cui azione ha inciso in maniera significativa nella storia del Paese contribuendo a trasformare la società. E, del resto, lo stesso PSI di Craxi ha rinnovato profondamente la Politica da forza minoritaria. Ma quand’anche dessimo per vero questo assunto, in base a quale virtù palingenetica la nostra ininfluenza di soggetto autonomo si trasformerebbe in influenza all’interno di un partito grande trenta/quaranta volte più di noi? No, caro Marco, l’adesione al PD significherebbe, per noi, “annullarsi e perire”.

Certo, il PD ha aderito al PSE ma, neanche un mese fa, Renzi confidava ad Obama che il suo sogno è quello di cambiarne il nome in Partito dei Democratici Europei. Dovremmo condividere questo sogno? Il nostro piccolo partito è sopravvissuto fino ad oggi facendo ricorso ad un’unica grande risorsa: quella della propria identità. Se rinunciassimo ad essa, ciò equivarrebbe a scegliere l’eutanasia. Solo, che per molti di noi, non sarebbe affatto una morte indolore. Forse, dunque, la nostra priorità oggi non è quella di riflettere sulla nostra esistenza ma, di agire – con determinazione – per preservarla.

La Conferenza programmatica, indetta dal Partito per il prossimo Autunno, può rivelarsi un appuntamento fondamentale. Le quattro campagne politiche proposte dal compagno Mauro Del Bue, direttore dell’Avanti!, possono diventare un valido strumento per ridare slancio al Partito. Dobbiamo però, prioritariamente, avere ben chiaro il quadro strategico da disegnare per il prossimo futuro. Io credo che non si possa prescindere dall’alleanza con il PD, che è il maggior partito della coalizione di centro sinistra della quale noi facciamo parte a pieno titolo (velleitarie mi sembrano, a questo proposito, le posizioni di qualche nostro compagno che dipingono Renzi come il Male assoluto ed il PD come nostro principale avversario). Un’alleanza che deve, però, basarsi su due punti fermi: il primo, è rappresentato dall’autonomia politico organizzativa del Partito, che dobbiamo ribadire e rafforzare; il secondo, è il nostro impegno a costruire, nel Centro sinistra, un’Area di riferimento politico culturale della “Sinistra libertaria” della cui esistenza, in Italia, si sente una gran mancanza.

L’esperienza della “Rosa nel Pugno” è stata un embrione di quest’area che, raccogliendo un milione di voti, ha dimostrato che un percorso politico di questo genere è possibile perseguire.

Dobbiamo, poi, reagire con forza alle tentazioni di autosufficienza che, ciclicamente, attraverso leggi elettorali “ad partitum”, cercano di spingere il Paese verso un innaturale bipartitismo estraneo alla nostra Storia. Abbiamo detto un No forte e chiaro quando questa politica la perseguì Veltroni, altrettanto chiaro e forte dovrà esserlo, il nostro No, se ce la ripropone Renzi.

La legge elettorale dovrebbe coniugare le esigenze di rappresentanza con quelle della governabilità e, dunque, può prevedere meccanismi anti frammentazione . Ma, una legge che assommi soglie di sbarramento e premio di maggioranza diviene, inevitabilmente, strumento di compressione della democrazia.

Credo, infine, che dai nostri ragionamenti non possa essere escluso un ripensamento profondo del nostro modello di partito: abbiamo pensato, in questi ultimi venti anni, che ricostruendo una rete di amministratori locali nei territori, questo ci avrebbe garantito, automaticamente, la possibilità di radicarci e di crescere. Dobbiamo prendere atto che così non è stato: molte, troppe volte abbiamo fatto eleggere “compagni” che, dopo un giro di valzer con noi, hanno cercato fortuna e riconferma sicura su altri lidi lasciando rovine nel Partito quando esso si era strutturato prevalentemente attorno al loro ruolo.

Io credo che se fondamentale è disporre di buoni amministratori altrettanto lo sia avere gruppi dirigenti che si dedichino esclusivamente al Partito: solo unendo le due realtà possiamo avere un radicamento progressivo e crescente sui territori. Va, poi, affrontato l’aspetto organizzativo: noi siamo ancora strutturati come un Partito novecentesco con organismi pletorici e poco efficaci ed una catena di comando piramidale che non ha più alcuna rispondenza con la realtà nella quale viviamo. Dobbiamo, a mio avviso, pensare ad un modello federativo basato sui partiti regionali che godano di ampia autonomia e ad un livello centrale più snello ed efficiente. Ultima questione, quella di pensare a far rivivere l’Avanti! della Domenica in formato cartaceo come strumento di “proselitismo” e di propaganda.

Insomma, gli argomenti da discutere non mancano. A chi va via cercando strade più comode mi permetto di rammentare un altro detto nenniano: “È meglio sbagliare con il proprio partito che avere ragione contro di esso”.

Vittorio D’Ippolito

Germania . ‘Welcome refugees’, il tifo è per gli immigrati

"Rifugiati benvenuti", tifo pro immigrati negli stadi tedecshi

“Rifugiati benvenuti”, tifo pro immigrati negli stadi tedecshi

Arriva dagli stadi tedeschi un bel messaggio di solidarietà nei confronti dei rifugiati, dopo le proteste che si sono verificate i giorni scorsi proprio in Germania. Nel corso della giornata di campionato giocata ieri le tifoserie di diverse squadre di calcio tedesche si sono unite mostrando in coro striscioni con scritto a caratteri cubitali “Refugees Welcome“.

L’iniziativa è stata in qualche modo avviata dal Borussia Dortmund che giovedì aveva invitato 220 rifugiati ad assistere alla partita di Europa League contro la formazione norvegese dell’Odds Ballklubb. Dopo la gara sul profilo Twitter del club tedesco era apparsa la foto che ritraeva i profughi sugli spalti con magliette e sciarpe con i colori della squadra. Il tweet era accompagnato dall’hashtag #refugeeswelcome, che ha avuto un forte impatto sul web ed è stato usato dai tifosi di altre squadre, che si sono uniti per dare il benvenuto a quanti arrivano in Germania dopo essere fuggiti da guerre di violenze.

Borussia Dortmund, il tifo è per i rifugiati

Borussia Dortmund, il tifo è per i rifugiati

Un vero e proprio schiaffo a coloro che lo scorso 23 agosto avevano preso d’assalto il centro d’accoglienza a Heidenau, sempre in Germania, dove erano attesi i rifugiati. Negli scontri, provocati da manifestanti di estrema destra, erano stati feriti 31 agenti.

Stefano Lanzano

Il vizio snob di certa sinistra

I fatti di cronaca ci costringono a tornare sull’argomento anche in questo momento di fine estate, quando avevamo pensato di parlare delle varie scissioncine inutili interne al PSI… chi ci lascia per un posto nel PD e chi ci vorrebbe lasciare per un posto in SEL. Grandi sistemi.
I fatti di Catania e Napoli (fatti di violenza i cui protagonisti sono sia italiani che profughi stranieri stando alle prime ricostruzioni) ci spingono però a tornare sull’argomento sicurezza, già a suo tempo sottolineato e portato all’attenzione dei dirigenti del Partito. Non molto si é fatto da allora, neanche quanto in nostro potere.
Spesse volte invece si ricorre al’uso compulsivo e non ragionato, quasi un tic culturale e linguistico, di termini quali populismo demagogia, senza tema di sfiorare il ridicolo o lo snobismo, che già sarebbe di per sé una forma di vanità non disprezzabile se applicato ad altri settori, che ne so, l’abbigliamento.
E così si torna ad inveire contro i populisti che sfruttano l’immaginario collettivo e le pulsioni più basse del popolo, e via dicendo, dimenticando che il popolo è sovrano e nel popolo risiede il potere ultimo affidato dalla democrazia agli eletti in Parlamento, nel nome della quale democrazia si pontifica sacrificandola allo stesso tempo senza pudore.
La democrazia italiana è rappresentativa, vale a dire non diretta, dove invece il popolo decide sui singoli temi (come in Svizzera). In Italia no, il popolo vota i rappresentanti che poi decidono, con cognizione di causa.
Ma il potere è delegato ed anche se non c’è vincolo di mandato, il rappresentante, cioè il politico eletto, non dovrebbe pubblicamente disprezzare il potere cognitivo del popolo votante, con parole che evidentemente sminuiscono la intelligenza ed il valore del popolo che sarebbe considerato senza mezzi termini “bue” .
Ecco sarebbe bene limitare se non escludere l’uso di parole come populismo e demagogia che evidenziano il retropensiero sulla impossibilità del popolo di capire certe cose e sottolineano la furbizia elettorale di alcuni leader evidentemente ritenuti capaci di aggirare la labile volontà del popolo carpendone il voto con argomenti bassi impulsivi o fondati sulla paura.
Ora nel diritto civile si insegna che i motivi sono irrilevanti e la causa è quello che conta. Concetti fumosi che però indicano la scissione del voto in due: il motivo potrebbe essere la paura individuale ed egoistica, la causa sarebbe la domanda di sicurezza collettiva. E se il popolo non fosse così “bue” come taluni ritengono?
A questo punto le domande sono due. Uno Stato che non riesce a garantire la sicurezza dei propri cittadini, a Nord al Centro o Sud, che Stato è? E su quali basi pretende di riscuotere tasse?
Domanda numero due: qual è la causa della ascesa imponente dei partiti populisti e dei loro argomenti? Ebbene la prima domanda è retorica, la seconda richiede uno sforzo intellettivo e di onestà maggiore.
Ovviamente la responsabilità maggiore dell’ascesa di taluni partiti detti “populisti” sta in certa sinistra che si è occupata poco e male del fenomeno sicurezza negli ultimi anni, trascurando il tema sicurezza, trascinata da visioni pseudo internazionaliste di classe, da buonismi gemellati con intellighenzie urbane, da snobismi esemplificatori, non massificati ed infine autoreferenziali.
Una certa sinistra che ha dimenticato il ruolo di governo, o che non ha mai avuto cultura di governo, tralasciando il fine ultimo per cui è stata eletta: servire i cittadini.
Ecco perché la massa vota e voterà partiti “populisti”.
Ai lavoratori o pensionati interessa tornare a casa ed essere sicuri che nessuno li farà volare dalla finestra o gli sparerà mentre fanno la spesa.
La sinistra ha una risposta, un’Agenda, un piano per mettere in sicurezza l’Italia? Per motivare e retribuire le forze dell’ordine? Per garantire l’organizzazione e  la sorveglianza dei centri profughi? per neutralizzare i malavitosi e bonificare le zone pericolose?
A noi piace ancora quella sinistra riformista capace di risolvere i problemi in modo intelligente umanitario ed efficace. Di tutto il resto sono pieni i talk show.
Leonardo Scimmi

 

Scrive Mario Michele Pascale:
Immigrazione, una sfida
per il socialismo europeo

Il New York Times maltratta l’Unione Europea per aver lasciato praticamente da sole Italia e Grecia nella difficile gestione dei flussi migratori. Il quotidiano statunitense individua le precise responsabilità di Francia e Regno Unito, da sempre “falchi” sulla questione immigrazione.

Non voglio addentrarmi nell’evidente e colpevole paradosso rappresentato dall’opinione pubblica dagli Stati Uniti, da sempre rigida in materia di immigrazione, e che oggi si scopre buona e comprensiva per quel che riguarda le lontane faccende del Mediterraneo.

Voglio andare oltre e recepirne il senso costruttivo.

E’ vero. L’Italia e la Grecia sono sole. Sono la frontiera meridionale di una Unione che è incapace di percepire se stessa come soggetto politico unitario, troppo impegnata a dividersi su interessi particolari per avere una visione d’insieme dei problemi geo politici.

E’ vero che l’Europa subisce la leadership Franco Tedesca, appoggiata esternamente dal Regno Unito. Gli altri paesi svolgono un ruolo subalterno, oserei dire ancillare.

Ma accanto al problema istituzionale, rappresentato da una Unione che non decolla mai sul serio e che pare un ristorante che serve solo antipasti e non passa mai ai primi piatti, è evidente anche l’impasse politica del Socialismo Europeo.

Il PSE è anch’esso subalterno alle necessità nazionali: più che amalgamare punti di vista per portarli ad una dialettica basata sull’interesse generale, esso pare difendere le sole posizioni franco tedesche.

Sono sempre più convinto che l’elezione di Martin Shulz alla guida del parlamento europeo, che in verità è famoso solo perché Silvio Berlusconi ha litigato con lui, e che i conseguenti equilibri interni, siano stati un errore. Sono sempre più convinto che la via d’uscita, per scuotere il vecchio continente e ridare slancio al PSE, sia un’alleanza, tattica e strategica, tra i socialisti del Mediterraneo.

Il socialismo europeo non può e non deve trasformarsi in un tavolo di vecchi notabili. Deve riscoprire il proprio dinamismo. La questione immigrazione è cruciale: essa rappresenta sia l’aderenza del PSE ai valori di solidarietà, difesa dei diritti e giustizia sociale, senza i quali non c’è socialismo, sia il campo su cui si va a combattere la battaglia con le destre xenofobe e razziste europee, che ogni giorno si rafforzano sempre di più e che sono un morbo che non conosce frontiere.

Neanche Berlino e Parigi sono immuni dal contagio.

Mario Michele Pascale

Scrive Elide Alboni:
La verità sugli esodati

Vorrei riepilogare la situazione del fondo esodati. Sulla carta ci sono i famosi 11.600 milioni della legge 228/2012. Un miliardo e 600 milioni dicono servano per la settima salvaguardia fino al 6 gennaio 2017, che nel ddl ha dentro sì esodati, ma anche quota 96, ferrovieri, marittimi e un numero elevato di legge 104. Poi viene lasciato tutto nel vago devastante su cosa faranno dopo per i due anni successivi sebbene ci siano i 3 miliardi e 300 milioni risparmiati nelle sei salvaguardie.

Ne sono stati salvati 114.000 e già pensionati 78.000. Ora si attende di sapere in questo guazzabuglio di interviste e vari deliri dei politici come pensano di salvare altri 49.500 esodati che ne hanno diritto, se con l’accetta per mettere dentro svariate altre categorie non esodate o facendo solo ciò che è equo e civile: usare davvero tutte le risorse rimaste – quei 3 miliardi e oltre – nel fondo esodati per quelli veri, trovando fondi per le altre criticità che pur devono trovare risposta, ma stanno ancora lavorando.

Il punto cruciale è questo e la nostra rivendicazione dopo 4 anni è chiudere il dramma esodati con le riserve del fondo che sono più che sufficienti per 49.000 persone. Poi che li stanzino a Natale o Pasqua o per il compleanno di Damiano o Poletti o del commesso della Camera non è importante! Importante è salvaguardare tutti gli esodati del transitorio 2011/2018 avendo certezza delle rimanenze sul fondo senza firmare, come ha fatto una onorevole, un ddl con dentro categorie che non sono esodate. Bisogna impedire pericolosissime emorragie e giungere alla fine del transitorio, il 6 gennaio 2019, evitando che la lotta continui a essere estenuante per chi si ritrova senza un euro. Questo disastro sociale non si può più tollerare.

Elide Alboni

Sogin. Al via il concorso
per il ‘Parco tecnologico’

L'impianto del Garigliano

L’impianto del Garigliano

Un progetto da oltre 150 milioni di euro. È l’investimento stimato per la costruzione del “Parco Tecnologico”, l’opera pubblica connessa al Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Il Parco Tecnologico, la cui realizzazione è prevista e disciplinata dal decreto legislativo n.31 del 2010, dovrà essere un centro di ricerca e di alta formazione, a livello internazionale, nel campo della gestione e del trattamento dei rifiuti radioattivi e dello smantellamento degli impianti nucleari. “In nessun altro Paese – assicura la Sogin in una nota – esiste un centro di ricerca abbinato ad un deposito di rifiuti radioattivi. Con il progetto di Parco Tecnologico saremo i primi al mondo. Questa infrastruttura – precisano dall’azienda – dovrà favorire lo sviluppo socio-economico della comunità e del territorio che ospiterà il deposito”. Continua a leggere

Quando rientrò dal Quirinale Pertini si iscrisse al Gruppo del Psi

Ho conosciuto da vicino Antonio Maccanico, noto principalmente per aver “servito” Sandro Pertini nei sette anni in cui il socialista ligure è stato presidente della Repubblica. L’uomo – capigliatura mossa, occhi celesti, eleganza misurata – emanava sicurezza e tranquillità. Quando affrontavi con lui un problema politico muoveva la sua esegesi da una informazione sui fatti, che lui si curava, se necessario, di completare. Poi si faceva guidare dalla logica politica, oltre che dalla logica comune e dal buon senso, procedendo per concetti cartesianamente chiari, per patrocinare poi la scelta che risultava appropriata, o comunque necessaria. Una via d’uscita suggerita quasi sottovoce, suaviter in modo. Ma condivisa dai suoi interlocutori.

Ho sperimentato questa dialettica decisionale quando ero ministro della Difesa del governo di Carlo Azeglio Ciampi. Il nostro contingente militare era impegnato nella difficile missione in Somalia, sotto l’egida delle Nazioni Unite. La finalità di pacificazione e di soccorso umanitario in favore delle popolazioni della nostra antica colonia fu subito frustrata dalla guerriglia fra i “signori della guerra” del posto. Nel corso di scontri cruenti e di imboscate morirono alcuni nostri paracadutisti della Folgore. Si manifestarono nel contempo preoccupanti contrasti fra il comando del nostro contingente ed il comando dell’ONU, affidato all’Ammiraglio statunitense Howe. Un contrasto che si ripercuoteva sul nostri rapporti con gli USA di Bill Clinton.

Il presidente Ciampi, nei momenti cruciali, ci convocava a Palazzo Chigi: i ministri della Difesa e degli Esteri, che era Beniamino Andreatta, il capo di Gabinetto del Ministro della Difesa e il capo di Stato Maggiore della Difesa. Questi “vertici” avvenivano all’ora di pranzo. La nostra war room aveva al centro una tavola imbandita: di solito pesce, vino bianco e, alla fine, “crostata”. Era Antonio Maccanico, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che faceva il punto. Poi – sentiti gli altri commensali – “sussurrava” le determinazioni che apparivano giuste ed opportune. Il presidente del Consiglio le convalidava con il suo assenso finale. Nessun dissenso, nessun conflitto.

Ho dimenticato un commensale di quei vertici: Andrea Manzella, stretto collaboratore del Presidente del Consiglio e, come vedremo fra poco, membro permanente del gruppo di lavoro di cui si era avvalso Maccanico nella sua veste di Segretario generale del presidente della Repubblica, durante il settennato di Pertini. Manzella apparteneva al gruppo dei dirigenti nazionali del Partito Repubblicano Italiano, che era anche il partito di Maccanico.

Maccanico apparteneva ad una famiglia della borghesia colta avellinese, che riconosceva come proprio leader il meridionalista Guido Dorso, fondatore del Partito d’Azione nel Mezzogiorno. Maccanico diverrà poi comunista, attratto dalla personalità di Giorgio Amendola. Uscirà dal PCI nel ’56, quando le truppe sovietiche stroncarono a Budapest la rivoluzione ungherese. Da allora, la sua stella polare sarà Ugo La Malfa, con sostanziale affiliazione al PRI.

La sua carriera, dopo la laurea in giurisprudenza all’Università di Pisa, è tutta negli interna corporis delle istituzioni. Assunto come funzionario alla Camera dei Deputati, sarà promosso prima vice-segretario generale, poi segretario generale. Ho sperimentato che a Maccanico veniva quasi naturale l’assolvimento diligente e scrupoloso delle funzioni “incorporate” nella sua missione, anche negli aspetti apparentemente secondari.

Rientrato da una visita in Somalia, fui colpito da una febbre polmonare violentissima. Ricoverato all’ospedale militare del Celio, di primo mattino arrivò lui, Maccanico, anche in applicazione della regola aurea “conoscere per deliberare”. Sono guarito, per buona sorte, ed abbiamo ripreso ad occuparci insieme della Somalia, fino al rimpatrio del nostro contingente, preceduto da una mia polemica pubblica nei confronti dell’ONU e del contingente degli USA. Con garbo, il presidente Ciampi ed il suo braccio destro Maccanico mi dissero che non era il caso di insistere oltre.

Sono trascorsi vent’anni da quella mia avventura “militare”. Da allora non ho mancato di interrogarmi sul profilo e sulle gesta di questa singolare personalità, che appartiene ormai alla storia d’Italia: una specie di ircocervo (così Benedetto Croce chiamava il Partito d’Azione), metà funzionario delle istituzioni e metà uomo politico. Per completezza di ritratto, giova aggiungere che il multiforme ingegno di Maccanico sconfina nell’alta finanza: in continuità ideale con suo zio Adolfo Tino assumerà per breve periodo la guida di Medio Banca.

La risposta alla mia curiosità politica e intellettuale è giunta con la pubblicazione postuma dei suoi diari (Antonio Maccanico. Con Pertini al Quirinale. Diari 1978-1985, Editrice Il Mulino), quasi seicento pagine che raccontano le gesta del Segretario generale del Presidente della Repubblica, quando sull’alto Colle “regnava” il vegliardo Sandro Pertini.

Maccanico, che conosce come pochi altri il funzionamento delle istituzioni, ha piena consapevolezza del suo ruolo apicale all’interno della complessa macchina organizzativa del Quirinale. Ricorderà a se stesso il primato del proprio scettro, quando deciderà di proporre a Pertini l’allontanamento del capo ufficio stampa Antonio Ghirelli, napoletano coltissimo, amico di Raffaele La Capria e di Giorgio Napolitano, uscito da PCI nel ’56. L’infortunio accade nella tarda primavera del 1983, durante la visita di Stato di Pertini in Spagna. Si contesta a Ghirelli di aver parlato troppo e a sproposito con i giornalisti in relazione alla spinosa vicenda italiana di attualità: il caso Cossiga-Donat Cattin. “Forse – confessa Maccanico – sono un po’ responsabile anch’io per non aver messo in chiaro subito che il solo ‘capo’ nella organizzazione della Presidenza al di sotto del presidente è il Segretario generale. Ghirelli aveva gradualmente, attraverso un rapporto diretto col presidente, eluso il mio controllo”.

L’episodio avrà qualche strascico polemico: Ghirelli, che poi diventerà portavoce del presidente del consiglio Craxi, era considerato “il socialista” nello staff della presidenza. Ho tentato più volte, ma sempre invano, di affrontare l’argomento con Ghirelli, divenuto mio carissimo amico. Antonio aveva lo stile e la dignità dei migliori intellettuali meridionali: si inchinava di fronte alla decisione di Pertini, rifiutando ogni polemica. I diari di Maccanico sono anzitutto un documento storico, essenziale per chi voglia capire il corso degli eventi di quel periodo cruciale della Prima Repubblica, compreso il ruolo che ha avuto allora magistratura della Repubblica.

Il Parlamento elegge Pertini il 6 luglio 1978, dopo una sequela di votazioni infruttuose. La situazione è drammatica. Sono trascorsi meno di due mesi dal ritrovamento in via Caetani, a Roma, del cadavere di Aldo Moro, assassinato dalla Brigate Rosse. E’ in carica il Governo monocolore Andreotti sostenuto dall’esterno anche dai gruppi parlamentari del PCI. Annota Luigi Covatta nel suo Diario della Repubblica che il 12 gennaio di quell’anno il Dipartimento di Stato degli USA, dopo aver richiamato per consultazioni il proprio ambasciatore a Roma, dirama una nota con cui precisa che “l’atteggiamento americano contro i partiti comunisti dell’Europa occidentale non è cambiato”.

La maggioranza parlamentare della “non sfiducia” entra in crisi quando il governo decide l’adesione dell’Italia al sistema monetario europeo, con l’opposizione del PCI. Il terrorismo imperversa. Il 24 gennaio ’79 muore a Genova l’operaio Guido Rossa, ucciso dalla Brigate Rosse. Pochi giorni dopo viene ucciso a Milano il giudice Alessandrini. Il 31 gennaio ’79 Andreotti si dimette, per formare poi il suo quinto governo. Vice-presidente è Ugo La Malfa, che morirà qualche giorno dopo. Il Parlamento non accorda la fiducia e Pertini scioglie le Camere. All’inizio della nuova Legislatura, la settima, Pertini incarica Craxi di formare il nuovo governo. Il tentativo è subito destinato all’insuccesso per l’opposizione della DC. La situazione del Paese è sempre drammatica. Viene assassinato dalle Brigate Rosse, il 13 luglio 1979, il colonnello Varisco.

Il sistema politico-istituzionale italiano è paralizzato, incapace di rispondere alla esigenza di governabilità e di efficace contrasto al terrorismo. Il Quirinale, in virtù del prestigio del suo presidente e dell’accorta gestione delle crisi di governo che si susseguono, è il solo baluardo di una democrazia ferita, paralizzata dal fattore K e dalle lotte frale correnti della DC e del PSI. Prendono vita, grazie all’azione maieutica del Quirinale, i due governi presieduti da Francesco Cossiga: il secondo nasce il 5 aprile 1980, con la partecipazione del PSI e del PRI. Durerà assai poco. Il 18 ottobre dello stesso anno Pertini incarica Arnaldo Forlani, che forma il governo con il sostegno della DC, del PSI, del PSDI e del PRI.

Nel 1981 la vita politica è scossa dallo scandalo della Loggia Massonica PD2. Il 26 maggio si dimette Forlani; nasce il 28 giugno 1981 il governo presieduto dal repubblicano Spadolini, il primo guidato da un laico dal 1945. Spadolini è attivissimo, in Italia e all’estero. Pertini, con una delle sue battute impietose, mi dirà: “Spadolini ha fatto la ballerina”. Il ballo, che è anche accompagnato da mesi difficili di buongoverno, finisce nell’agosto del 1982 per una imboscata dei franchi tiratori. Spadolini non demorde, forma un secondo governo identico al precedente (“il governo fotocopia”), che cade dopo la violenta polemica fra i ministri Rino Formica e Beniamino Andreatta, “le mie comari” che litigano sul ballatoio, li chiamava affettuosamente Spadolini.

Pertini chiama a colmare il vuoto il presidente del Senato, Amintore Fanfani che forma un governo senza la componente repubblicana. Le due comari sono sostituite da Francesco Forte alle Finanze e da Giovanni Goria al Tesoro. Ho conosciuto la temperie politica di quei giorni: ero ministro degli affari regionali di quel governo. Le lotte fra le correnti della D.C., la durata effimera dei governi, l’insuccesso del tentativo di associare i comunisti alla guida del Paese (insuccesso che una parte della D.C. e del P.R.I. non consideravano definitivo), i focolai ricorrenti di azioni terroristiche facevano dell’Italia un Paese ad altissimo rischio.

In questo scenario preoccupante, la presidenza della Repubblica era il solo, vero baluardo della nostra democrazia: non solo sotto il profilo internazionale, ma ancor più nel corpo vivo del Paese. E’ Pertini che tesse e rammenda senza tregua la tela sfilacciata della politica dei partiti, per evitare lunghi vuoti di potere; è sempre il capo dello Stato che viaggia in Italia e nel mondo per affermare con la sua personalità e con il suo passato di combattente per la libertà l’idea di un’Italia solida e credibile.

In questi primi anni, i più drammatici del settennato, il tandem Pertini-Maccanico è il polmone che irradia ossigeno e dignità alla Repubblica. Certo, ogni giorno ha la sua pena, ma la “macchina del Quirinale” funziona a pieno ritmo. Il segretario generale ed i suoi collaboratori lavorano incessantemente. Salgono al Colle, giorno dopo giorno, spesso a colazione e a cena, capi-partito e capi-corrrente, presidenti delle Camere, protagonisti della vita economica: Gianni Agnelli, qualche volta con Kissinger, Cesare Romiti, Carlo De Benedetti, Enrico Cuccia sono i più assidui. Salgono pure al Colle gli ambasciatori della maggiori potenze egli esponenti più autorevoli del mondo della cultura.

Indulgo ad una terminologia mutuata dal diritto costituzionale statunitense: la lettura dei diari rende palese che al Quirinale ogni giorno è in corso un processo di Nation building, che comprende la dialettica quotidiana con il Parlamento, con il Governo, con il Consiglio Superiore della Magistratura, con gli alti comandi militari. Maccanico, uomo di buone letture, scrive le sue confessioni in lingua italiana colta e chiara. I suoi appunti sono lo specchio di giornate laboriose, che spesso si prolungano anche la sera, talora nelle case dell’aristocrazia culturale e imprenditoriale di Roma. Registrano eventi, incontri, problemi, conflitti e accordi politici; ogni giorno e ricco di ostacoli e di imprevisti. Qualche volta, in chiusura, il cronista di se stesso si fortifica con una riflessione confortante: il 12 giugno 1980 la massima evocata è di Milan Kundera: “I regimi politici sono effimeri, ma le frontiere della civiltà sono tracciate per secoli”.

La prima pagina, datata 13 novembre 1978, registra il primo giudizio del memorialista sul suo presidente: “Quanto al presidente si è rivelato un uomo di grande temperamento e di grande stile, amato dalla gente e in tutto capace di ridare prestigio alla suprema magistratura.”. Accanto a questa certezza, Maccanico allinea un secondo punto fermo. Così si confessa nella pagina del 14 settembre 1980: “La questione dell’immagine del presidente e la preoccupazione che si logori e soprattutto che incontri una ostilità crescente della DC, debbo dire che mi preoccupa non poco. La popolarità di Pertini è l’unica difesa che egli ha in caso, che non si può certo escludere, di conflitto col gruppo dirigente del partito di maggioranza relativa”.

Con il volgere dei giorni e delle settimane affiorano nella narrazione del Segretario generale le ragioni e gli eventi che rendono difficile, e talora tempestosa, la navigazione del vascello quirinalizio. Il primo e forse il più consistente ostacolo che insidia l’armonia della coppia è il carattere del Presidente. Così lo descriveva allora Enzo Biagi: “Il primo cittadino non ha un carattere sereno; temporali e schiarite improvvise”. Ma è lo stesso Maccanico che ricorda a se stesso che quell’uomo di grande temperamento “era considerato un personaggio scomodo, scorbutico, capriccioso, spesso controcorrente”.

Ho conosciuto bene Pertini; ho avuto con lui una frequentazione che mi consente di interloquire sul punto. Periodicamente andavo a trovarlo nei suoi primi anni al Quirinale. Ero presidente dei senatori socialisti e alcuni di loro mi accompagnavano. I nostri incontri avvenivano a tavola (“Venite, venite. Alla mia osteria si mangia bene”). La conversazione era scoppiettante. “Lo sapete: chi ha carattere ha un cattivo carattere”. Seguivano giudizi impietosi sui protagonisti della vita politica, specialmente su quelli del suo partito, il PSI. Ma poi, di solito, il Presidente smorzava i toni. All’invettiva seguiva la riflessione pacata, talora distaccata.

La mia testimonianza riguarda anche i rapporti fra Pertini e Craxi, che è poi la seconda causa delle divergenze, anche di ordine politico, fra il Presidente e il suo mentore: il suo Segretario generale. Il “fattore Craxi”, come raccontano i diari irrompe come turbativa incombente nel luglio del 1979, quando Pertini decide di conferire a Craxi l’incarico di formare il governo. E’ la prima convocazione al Colle del segretario socialista, destinata all’insuccesso. In quella pagina del diario, datata 12 luglio, Maccanico si confessa: ”Personalmente desidero chiarire che la perplessità espressa al Presidente era il riflesso di una convinzione più profonda che mi pare necessario riportare. Craxi è il vero responsabile del naufragio della politica di solidarietà nazionale, e cioè della politica che vede la soluzione dei problemi del paese in una forma di collaborazione fra i due maggiori partiti (DC e PCI)”. E più avanti, ancor più crudamente: “Non è chiaro se Craxi è un vero politico o un avventuriero”.

L’adesione, talora nostalgica, al progetto del compromesso storico è una costante che trova conferma nei diari e nell’azione politica di Maccanico, anche successiva ai sette anni con Pertini. Giova ricordare che la politica di solidarietà nazionale prende linfa dai dibattiti che alla metà degli anni ’70 ebbero come protagonisti Ugo La Malfa e Giorgio Amendola. I confronti di alto profilo fra i due leaders avvengono nei teatri della Romagna, dove il PRI era partito di massa. Amendola tuona contro i ceti burocratico-parassitari e propone “l’alleanza fra i produttori”.

Pertini – come abbiamo visto – viene eletto presidente dopo il naufragio del governo Andreotti che aveva realizzato l’ingresso dei comunisti nella maggioranza di governo. Lo stesso segretario del PCI, Enrico Berlinguer, negli anni seguenti spronerà il PCI a riscoprire “l’artiglio dell’opposizione”. E tuttavia il conflitto fra i socialisti, da una parte, ed i sostenitori del compromesso storico, fra cui i repubblicani e lo stesso Maccanico, dall’altra, scuote spesso le stanze del Quirinale.

Apprendiamo dai diari che la classe dirigente repubblicana che frequenta il Quirinale condivide, e accentua, il giudizio negativo di Maccanico sul PSI e su Craxi, anzi lo esaspera. Maccanico mantiene intensi rapporti con i dirigenti del PCI. Il suo interlocutore privilegiato è Antonio Tatò, “il Maccanico” di Enrico Berlinguer. La storia e la riflessione politica stanno mettendo in luce le ragioni che precludevano l’accesso al governo del partito comunista più forte del mondo occidentale. Dopo il crollo del muro di Berlino mancarono, a sinistra, le condizioni e la volontà di superare la scissione di Livorno del 1921.

E tuttavia Antonio Maccanico fu coerente, lungo l’intera sua esistenza, nel considerare utile e necessaria per il bene del Paese la grande coalizione composta da tutte le componenti storiche della democrazia italiana. Agli albori della seconda Repubblica, Maccanico, eletto senatore nel collegio milanese di Spadolini, tentò senza successo di dar vita ad un governo di unità nazionale, sempre coadiuvato dal ristretto gruppo dirigente allevato da Ugo La Malfa Li ho visti da vicino, nel corso della mia lunga esperienza politica, questi virgulti lamalfiani: Adolfo Battaglia, Andrea Manzella, Giorgio La Malfa, Giovanni Ferrara, cui si aggiungeva, diverso e talora ingiustamente sotto-stimato, il romagnolo Libero Gualtieri, uno scapolone che viveva di politica e per la politica. Diversi da loro Oscar Mammì, considerato amico di Craxi, Leo Valiani e principalmente Giovanni Spadolini. Il “segretario fiorentino” viveva di luce propria e in vista dei propri progetti, conservando e consolidando rispetto e considerazione per Craxi.

I diari del Quirinale offrono ampia materia per l’identificazione della caratura ideologica di questa aristocrazia, erede del Partito d’Azione, stretta intorno a Maccanico dopo la morte di Ugo La Malfa. La contestazione che noi socialisti muovevamo ai dirigenti “azionisti” del P.R.I. era la loro indole “elitaria”. E’, questo, il rimprovero che ho sentito muovere da Craxi a Giorgio La Malfa, in occasione di un incontro bilaterale fra socialisti e repubblicani.

.Per buona sorte, la straordinaria intelligenza politica di Ugo La Malfa ha consentito a questa parte vitale della classe politica italiana di partecipare con un proprio ruolo preminente alla vicenda politica italiana, come componente primaria nella stagione riformatrice del primo centro-sinistra. In quegli anni, l’alleanza fra La Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi e i radicali di Pannunzio produsse risultati utili e importanti per il progresso del paese. Personalmente, nei lunghi anni della mia attività parlamentare, ho sofferto profondamente della polemica spesso aspra fra repubblicani e socialisti, anche in ragione dei miei trascorsi giovanili. Ho spesso esortato alla conciliazione ed ho avuto il beneficio della profonda amicizia con Spadolini e con Leo Valiani. Il comune sostegno alla candidatura di Leo alla Presidenza della Repubblica, ancorchè infruttuoso, ha propiziato il mio rapporto amichevole con Giorgio La Malfa.

L’affresco del Quirinale non sarebbe completo se si dimenticasse la frequentazione assidua degli ambulacri del Colle da parte del mio amico Eugenio Scalfari. Il direttore del quotidiano “La Repubblica” era convinto patrocinatore del compromesso storico ed era ostile al PSI di Craxi. I diari raccontano la sua relazione “intima” con Pertini: talora burrascosa, intessuta di contrasti e di pacificazioni, ma mai interrotta. Scalfari era di casa al Quirinale, anche perché legato a Maccanico da un’amicizia che risaliva agli anni ’50, quando entrambi, come ricorda Scalfari nella prefazione ai Diari, corteggiavano le giovinette lungo i viali della Capitale.

Spesso Maccanico, talora ab irato, annota gli ostacoli incontrati nella difficile gestione delle intemperanze e dei fuor d’opera del Presidente, talora di rilevo internazionale (“Non sono il suddiacono di Reagan!”), cui seguivano i correttivi ed i ripari che il segretario metteva in campo per minimizzarne gli effetti. Racconta che pesa sul menage del Quirinale anche il carattere e la personalità, talora ribelle, della consorte del Presidente l’imprevedibile signora Carla Voltolina, specialmente quando essa partecipa ai viaggi di Stato.

Troviamo ancora annotati con preoccupazione i ricorrenti contrasti fra Pertini e Craxi.

Sul rapporto fra Pertini e Craxi credo di dover recare la mia testimonianza. I contrasti erano di breve durata e cancellati dalla riconciliazione. La loro relazione era assimilabile a quella fra nonno e nipote. Pertini era stato grande amico ed estimatore del padre di Craxi. Alle incomprensioni e ai contrasti seguivano sempre i chiarimenti, le resipiscenze e la pacificazione. Anche questo fattore affettivo ha concorso al superamento dei conflitti, raccontati nei diari, fra il Quirinale e Palazzo Chigi, quando Craxi era Presidente del Consiglio..

Debbo rendere eguale testimonianza anche per Carla Voltolina, milanese di origine popolare e avvezza alle baruffe di casa socialista. L’ho frequentata, anche dopo la morte del marito. Mi voleva bene. L’ho anche avuta con me all’inaugurazione dell’EXPO di Siviglia, dove rappresentavo il I° Governo di Giuliano Amato. Abbiamo incontrato insieme il Re di Spagna: “il mio amico il Re di Spagna”, come lo chiamava Pertini. E’ andato tutto bene.

E del resto, come ricorderà più avanti, nell’ultimo foglio del diario sarà proprio Maccanico a metter pace fra Pertini e sua moglie!

Dunque anche questa turbativa endogena con il volgere del tempo viene posta sotto controllo.

Il racconto affidato ai diari enfatizza tuttavia, talora in modo impietoso, molte altre ragioni di contrasto, che rendono travagliata la “coabitazione” fra due personalità così diverse. E’ il caso dell’intervista della durata di 5 ore concessa da Pertini ad Enzo Biagi per il berlusconiano Canale 5 e così pure della precipitosa interruzione da parte di Pertini della missione in Argentina, per correre a Mosca ai funerali di Cernenko

Insomma, gli stessi diari “certificano” che la tribolata concordia-discorde fra Segretario e Presidente ha retto a tutte le intemperie, a beneficio della Repubblica, superando anche il più insidioso fattore ostativo, che lo stesso Maccanico rende quasi dolorosamente manifesto: il Segretario Generale era assillato dal timore che il Presidente sospettasse della correttezza del suo aiutante di campo. Questo rovello è quasi gridato nella pagina di diario del 19 luglio 1979: “C’è un incrinamento nei miei rapporti con il Presidente.il quale ha qualche sospetto sulla mia lealtà. Chi gli ha messo in testa questa idea? E’ sospetto personale o opera di denigrazione di qualcuno? Non nascondo che ciò mi crea grosse difficoltà, oltre ad un grande dolore, per l’affetto personale che mi lega al Presidente”.

Il crescente affetto fra i due “consoli”, il superamento quotidiano di ricorrenti insidie, insieme alla popolarità crescente del Presidente in Italia e all’estero, debbono aver contribuito alla graduale dissolvenza di questo sospetto, se è vero che nella prima parte del settennato la regia del Quirinale ha assicurato la continuità dell’azione di governo, sia pure con Ministeri di breve durata, offrendo alla Nazione, negli anni insanguinati dal terrorismo e dalle fibrillazioni del sistema politico, un ancoraggio sicuro.

Ed è anche questo rodaggio virtuoso che favorisce la svolta del 1983, l’anno in cui prende vita il primo governo Craxi, dopo la sconfitta della Democrazia Cristiana alle elezioni.

Siamo giunti così al secondo capitolo del settennato. I diari narrano le intense giornate, fatte di consultazioni a tutto campo, in cui maturano le condizioni politiche per il conferimento dell’incarico al segretario del PSI.

Restano le solite “turbolenze” e pesano anche le forti riserve di Maccanico e dei suoi collaboratori sulla personalità di Craxi. E tuttavia, avendo sempre di mira l’interesse del Paese, il Quirinale collabora alla formazione e alla continuità del governo a presidenza socialista, che sarà il ministero più longevo della Repubblica.

Come capo-gruppo socialista al Senato ho accompagnato Craxi al primo incontro con il Capo dello Stato. Il colloquio, essenziale e molto affettuoso, si è concluso con queste parole: <<Io, nevvero, Bettino, l’incarico te lo do e dunque ti convocherò di nuovo nei prossimi giorni. Non so dirti quando, ma non di venerdì”. Craxi fu prontissimo: <<Certo, Sandro, di venerdì mai.>>.

La composizione del Ministero fu molto laboriosa, come raccontano i diari dell’epoca. Rileggendoli, si ha la conferma che il punto di forza fu l’esito positivo del negoziato con il Partito Repubblicano: Spadolini alla Difesa e Visentini alle Finanze, chiamati poi entrambi a far parte del neonato Consiglio di Gabinetto, furono garanzia di continuità ed anche di buongoverno. Per di più, al liberale Renato Altissimo fu assegnato il Ministero dell’Industria. In casa socialista si guardava con favore alla possibile formazione di una asse privilegiato laico-socialista. Se ne parlava sottovoce, per non ferire l’orgoglio democristiano, scalfito dal risultato elettorale.

Negli anni di Craxi a Palazzo Chigi, anche se non mancano tensioni e contrasti, i dioscuri Tonino e Sandro hanno imparato a convivere. E così, dopo ogni burrasca, c’è la riconciliazione. I due si vogliono bene. Dopo una delle tante sgridate del Presidente, Maccanico gli legge la bozza del discorso che ha preparato per lui. E lui si commuove. Le giornate sono sempre ricolme d incontri che abbracciano l’intero arco costituzionale. Si ricercano le vie, poi risultate impossibili, per evitare il referendum sul decreto del governo, detto di San Valentino, quello del taglio della scala mobile.

Verso la fine del mandato accade un traumatico incidente di percorso. Il 24 maggio dell’85 il Presidente concede la grazia a Flora Pirri Ardizzone, condannata per associazione sovversiva. E’ la figlia di Ninni Monroy, allora compagna di Emanuele Macaluso, direttore dell’Unità. Pertini sostiene di non essere stato informato che si trattava di una terrorista. Ne nasce un caso incandescente, che viene smorzato dal fuoco di sbarramento di Maccanico e dei suoi amici che contano nei mass media. Il conflitto sembra insanabile. Maccanico rassegna le dimissioni, ma Pertini, alle 10 di sera mentre è in casa febbricitante, gli ordina di ritirarle. La polemica sulla stampa, intanto, si è affievolita. “Non si sentono altre voci”- registra il foglio di diario del 7 giugno 1985 – tranne quella del solito Patuelli.”.

Pertini, quando si avvicina la scadenza del mandato, accarezza l’idea di un secondo settennato, caldeggiata da più parti, compresa la sponda comunista. Poi, ci ripensa. Segretario generale e Presidente vivono insieme questo ore febbrili, mentre il mondo politico è in vibrante apprensione. Il 26 giugno Maccanico accompagna Pertini all’aeroporto. Va ad Oxford per la laurea honoris causa. Pertini è sempre lui: “La ringrazio perché mi ha fatto incazzare, così parto sereno”. Al ritorno conferma la sua decisione di dimettersi: “Ridurre i tempi del periodo di transizione è un bene”.

Si giunge così al lieto fine di questa edificante storia italiana. Per chi non abbia tempo e desiderio di consultare i diari di Maccanico, trascrivo qualche brano dell’ultima pagina

“Giornata memorabile: faticosa, piena di emozioni e di commozione. La mattina comincia con una mia telefonata alla moglie di Pertini che mette pace fra i due. Regalo poi al Presidente un orologio Tiffany che gli piace molto. Alle 10 riunione con i dipendenti molto commovente. Parlo io e mi commuovo. Il Presidente esce molto commosso dalla vicenda. Alle 11,30 porto al Presidente l’atto di dimissioni per la firma. Alle 5,30 lascia il Quirinale”

Dal mio studio al Senato, vedo in televisione il Presidente mentre lascia il Palazzo, curvo ma con passo fermo. E’ molto pallido. Così l’avevo visto quando, sette anni prima, usciva dall’aula di Montecitorio appena eletto, mentre passava in rassegna il picchetto militare che gli rendeva gli onori.

Lo cerco con la voce tremante per telefono, per dirgli che lo aspetto al Senato per l’adesione al Gruppo dei senatori socialisti. Lui replica burbero: “Certo, certo, dove diamine pensavi che mi volessi iscrivere, se non al Gruppo del mio partito.”. Sospiro di sollievo. Qualche malalingua aveva insinuato che potesse aderire al Gruppo degli indipendenti di sinistra. Sull’onda dell’emozione scrivo queste frasi sulla mia agenda: questo grande vecchio, che ha sofferto la galera e combattuto per la libertà, ha reso un grande servizio al suo Paese in un momento drammatico della sua storia. Il suo carisma era così eccelso da consentirgli qualche intemperanza, qualche strappo al protocollo. Ed è proprio questa sua “indisciplina” che ha accresciuto la sua popolarità, in patria e all’estero.

Dal luglio del 1985, Pertini sarà uno dei senatori del mio Gruppo, il mio vicino alla mensa del Senato, alle 12,30: un pasto frugale concluso con il rituale grappino.

Toccò a me, in occasione del quarantesimo anniversario dell’avvento della Repubblica, organizzare una giornata celebrativa. “Mi fate la festa”, borbottava lui, ironico. Insieme a Craxi, allora Presidente del Consiglio, lo accolsero tutti i parlamentari socialisti, oltre ad Amintore Fanfani, allora nuovamente Presidente del Senato.

Gli consegnai una medaglia scolpita da Aligi Sassu, che recava su un lato la sua effige e sull’altra faccia la rappresentazione della leggendaria avventura di cui Pertini fu protagonista: l’evasione di Filippo Turati da Savona a Capo Corso, a bordo dell’imbarcazione di cui il futuro Capo dello Stato era il mozzo.

La “festa” si concluse con l’orazione di Norberto Bobbio. Credo di essere fra i pochi in possesso del testo di quel discorso. Vale davvero la pena di ricordarne qualche brano.

“Quando, nella Sua visita al Centro Studi Piero Gobetti Le presentai un gruppo di giovani che stavano conducendo un seminario su etica e politica, uno di questi Le chiese come intendesse i rapporti fra politica e morale, la sua risposta fu breve e netta: “La moralità dell’uomo politico consiste nell’esercitare il potere che gli è stato affidato al fine di perseguire il bene comune”.

E più avanti: “Al generale Bignone, Presidente della Repubblica argentina, che aveva inviato una nota di protesta alla Farnesina, per la deplorazione dell’agghiacciante cinismo col quale si annunciava la morte di tutti i cittadini scomparsi, Lei replicò con questa parole: “Non mi interessa che altri capi di stato non abbiano sentito il dovere di protestare come ho protestato io. Peggio per loro. Ciascuno agisce secondo il suo intimo modo di sentire. Io ho protestato e protesto in nome dei diritti civili e umani e in difesa della memoria di inermi creature vittime di morte orrenda”.

E ancora: “Vorrei almeno ricordare le parole da Lei pronunciate parlando alla FAO nella Giornata mondiale dell’alimentazione : “Ricchi e poveri siamo tutti legati allo stesso destino. La miseria degli altri potrebbe un giorno non lontano battere rabbiosa alla nostra porta. Esiste un legame di reciproca interdipendenza fra crescita del mondo industrializzato e sviluppo di quello emergente. Dobbiamo restituire ai popoli il senso dell’unità del pianeta”.

L’orazione del filosofo torinese si concludeva così: “Credo che Lei possa riconoscersi nelle bellissime parole con cui Max Weber concluse il suo celebre saggio ‘La politica come vocazione’: “La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà da compiersi con passione e discernimento. Solo chi è sicuro di non venir meno, anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido e volgare per ciò che egli vuole offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a tutto ciò, ‘non importa, continuiamo!’, solo un uomo siffatto ha la vocazione per la politica”.

Mi sono venute in mente queste parole leggendo questa sua frase: “Chi cammina inciampa anche, qualche volta. Ma l’essenziale è riprendere il cammino” Il che è lo stesso come dire: “Non importa, continuiamo!”.

Come raccontano i diari il Presidente qualche volta è inciampato. Ha sempre risposto: “Non importa,continuiamo!”.

Dopo alcuni lustri da quella “festa”, mi domando perché Antonio Maccanico non era fra noi. Preferisco pensare che lo abbia impedito il suo ruolo di civil servant del nuovo capo dello Stato, Francesco Cossiga.

Fabio Fabbri

Isis. Un’altra devastazione: distrutto il tempio di Bel

PalmiraDopo il barbaro assassinio dell’archeologo Khaled al Assad, l’Isis colpisce ancora i beni culturali e artistici siti in Medio Oriente, culla della nostra civiltà. Il nuovo “crimine contro l’umanità” è stato rivolto nei confronti del tempio di Bel, a Palmyra, considerato il più importante e meglio conservato patrimonio antico in Siria. L’Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus) ha confermato la notizia. Secondo le ultime ricostruzioni raccolte dalle fonti locali, l’Isis avrebbe minato il tempio con oltre 30 tonnellate di esplosivo.

Continua a leggere

Previdenza, pesca: Da settembre pagamenti Cig ai lavoratori interessati

Dai primi di settembre i lavoratori del settore pesca in cassa integrazione riceveranno la liquidazione delle prestazioni. Lo annuncia l’Inps informando che nelle scorse settimane “è stato trasmesso all’Istituto il decreto interministeriale n. 91411 del 7 agosto 2015, relativo alla cassa integrazione guadagni per il settore pesca”. “La prestazione – si legge in una nota diffusa appositamente dall’Ente assicuratore – è erogata al personale imbarcato, dipendente e socio lavoratore di cui alla legge n. 142/2001 delle imprese di pesca interessate dallo stato di crisi che ha investito il settore”. “In particolare, il decreto prevede preliminarmente la liquidazione delle istanze riferite all’annualità 2014, inoltrate entro il 26 gennaio 2015. La decretazione stabilisce altresì il termine del 25 gennaio 2016 per la presentazione delle richieste riferite all’annualità 2015”, sottolinea. Proprio in proposito l’Inps ha recentemente pubblicato sul suo sito web il messaggio n. 5313 con le istruzioni operative impartite alle sedi territoriali per la gestione delle istanze relative al 2014. “Operazione che, tenuto conto – avvisa l’Inps – dei tempi tecnici di preparazione e trasmissione dei flussi finanziari, nonché di successiva gestione da parte del sistema bancario, consentirà l’effettiva liquidazione della prestazione, a favore dei lavoratori interessati, a partire dai primi giorni di settembre”.

Cabina di regia della “Rete del lavoro agricolo di qualità”

La riunione della Cabina di regia della Rete del lavoro agricolo di qualità, tenutasi in data 12 agosto, oltre a concludere l’iter di attivazione della stessa, iniziato alcuni mesi or sono, ha consentito di mettere a punto le linee di una strategia operativa e comunicativa finalizzata a massimizzarne efficacia e visibilità sia nel breve che nel medio e lungo termine. Dal 1° settembre sarà possibile presentare le istanze di adesione tramite un apposito servizio telematico reso disponibile su questo sito, dando così il via alle relative istruttorie. Le domande verranno esaminate dalla Cabina di regia, presieduta dall’Inps e composta da rappresentanti delle organizzazioni sindacali, delle organizzazioni professionali agricole, dei Ministeri delle Politiche agricole, del Lavoro e dell’Economia e della Conferenza delle Regioni. In caso di esito positivo, le aziende selezionate entreranno a far parte della Rete e riceveranno il certificato che ne attesta la qualità. “Il Certificato di qualità – ha sottolineato il presidente della Cabina di regia Fabio Vitale – non va inteso come un banale ‘bollino’ di natura burocratica, bensì come esito concreto di un percorso di innovazione culturale, che a seguito di puntuali verifiche preventive effettuate anche grazie alla preziosa collaborazione delle associazioni di categoria, andrà a comporre una ‘griglia selettiva’ atta ad individuare, valorizzare e premiare le aziende virtuose”. Come disposto dall’art. 6, c. 1, del Dl 91/2014, convertito con modificazioni dalla L. 11 agosto 2014, n. 116, possono presentare richiesta di adesione alla Rete le imprese agricole in possesso dei seguenti requisiti:

a) non avere riportato condanne penali e non avere procedimenti penali in corso per violazioni della normativa in materia di lavoro e legislazione sociale e in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto;

b) non essere stati destinatari, negli ultimi tre anni, di sanzioni amministrative definitive per le violazioni di cui alla lettera a);

c) essere in regola con il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi.

Inps. L’indennità di frequenza 2015

L’indennità di frequenza è una prestazione economica, erogata a domanda, a sostegno dell’inserimento scolastico e sociale dei ragazzi con disabilità fino al compimento del 18° anno di età. Poiché si tratta di una prestazione assistenziale concessa a chi si trova in uno stato di bisogno economico, per avere diritto all’indennità è necessario avere un reddito non superiore alle soglie stabilite annualmente dalla legge. Hanno diritto all’indennità di frequenza i cittadini minori di 18 anni ipoacusici o con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie dell’età, che soddisfano i requisiti sanitari e amministrativi previsti dalla legge. Per ottenere l’indennità di frequenza sono necessari i seguenti requisiti: età inferiore ai 18 anni; riconoscimento di difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni propri della minore età, oppure perdita uditiva superiore a 60 decibel nell’orecchio migliore nelle frequenze 500, 1000, 2000 hertz; frequenza: continua o periodica di centri ambulatoriali, di centri diurni anche di tipo semi-residenziale, pubblici o privati, purché operanti in regime convenzionale, specializzati nel trattamento terapeutico e nella riabilitazione e recupero di persone portatrici di handicap; di scuole pubbliche o private di ogni ordine e grado a partire dagli asili nido; di centri di formazione o addestramento professionale pubblici o privati, purché convenzionati, finalizzati al reinserimento sociale dei soggetti; stato di bisogno economico; cittadinanza italiana; per i cittadini stranieri comunitari: iscrizione all’anagrafe del Comune di residenza; per i cittadini stranieri extracomunitari: permesso di soggiorno di almeno un anno di cui all’art. 41 TU immigrazione; residenza stabile ed abituale sul territorio dello Stato.

L’indennità di frequenza è incompatibile con: qualsiasi forma di ricovero; l’indennità di accompagnamento di cui i minori siano eventualmente in godimento o alla quale abbiano titolo in qualità di invalidi civili non deambulanti o non autosufficienti; l’indennità di accompagnamento in qualità di ciechi civili assoluti; la speciale indennità prefigurata per i ciechi parziali; l’indennità di comunicazione postulata per i sordi prelinguali. È ammessa in ogni caso la facoltà di opzione per il trattamento più favorevole. Per poter presentare la domanda, è indispensabile prima recarsi dal proprio medico di base e chiedere il rilascio del certificato medico introduttivo. Una volta ottenuto il certificato, il cui codice identificativo va obbligatoriamente allegato, può essere presentata l’istanza esclusivamente per via telematica attraverso uno dei seguenti canali: Web – avvalendosi dei servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite Pin attraverso il portale dell’Istituto. Attenzione: il codice Pin da utilizzare deve essere quello del minore, non quello del genitore o del tutore; patronati o associazioni di categoria dei disabili (Anmic, Ens, Uic, Anfass), usufruendo dei servizi telematici offerti dagli stessi.

A partire dal 4 luglio 2009 (con l’eccezione delle richieste di aggravamento inoltrate dai malati oncologici) non è possibile presentare una nuova domanda per la stessa prestazione fino a quando non sia esaurito l’iter di quella in corso o, in caso di ricorso giudiziario, finché non sia intervenuta una sentenza passata in giudicato. Il pagamento delle prestazioni decorre dal primo giorno del mese successivo alla presentazione dell’istanza (comunque non prima dell’inizio della frequenza ai corsi o ai trattamenti) se risultano soddisfatti tutti i requisiti richiesti, sia sanitari che amministrativi. L’indennità spetta se non si superano limiti personali di reddito stabiliti annualmente (per l’anno 2015 il limite di reddito è pari a 4805,19 euro). L’indennità viene corrisposta per tutta la durata della frequenza, fino a un massimo di 12 mensilità. Per l’anno 2015 l’importo è pari a 279,75 euro mensili. In sede di prima liquidazione si considerano i redditi dell’anno in corso dichiarati dall’interessato in via presuntiva. Per gli anni successivi rilevano, per le pensioni, i proventi economici prodotti nell’anno solare di riferimento, mentre per le altre tipologie di redditi gli importi percepiti negli anni precedenti. La misura della pensione, in condizioni particolari di reddito, può essere incrementata di un importo mensile stabilito dalla legge (maggiorazione). Importante, a partire dal 25 giugno 2014 i minori titolari di indennità di frequenza possono, entro i 6 mesi precedenti il raggiungimento della maggiore età, presentare richiesta ai sensi del Decreto legge 90/2014 per il riconoscimento delle prestazioni economiche spettanti ai maggiorenni. L’istituto procede a liquidare tali soggetti in via provvisoria al compimento del 18° anno. La prestazione dovrà essere confermata all’esito del successivo accertamento sanitario e previa trasmissione del modello AP70 per la verifica dei requisiti socio-economici prescritti dalla legge. L’istanza – a cui non è obbligatorio allegare il certificato medico – deve essere inviata in via telematica rivolgendosi, se del caso, ad uno degli Enti di Patronato riconosciuti dalla legge.

Carlo Pareto