sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Che nessuno possa più pentirsi
di aver studiato
Pubblicato il 04-08-2015


Massimo Cacciari in diretta TV ragiona su come è cambiato il mondo del lavoro. Sottolinea come il lavoro dipendente si stia restringendo sempre di più restando stabile solamente in Cina, in India e negli altri paesi a forte densità industriale,  mentre l’occidente ha sempre di più l’esplosione di quello che un tempo era chiamato terziario. Qualche hanno fa, da responsabile lavoro e welfare della Federazione dei Giovani Socialisti mio sono occupato personalmente del mondo delle Partite Iva: sono quasi sempre giovani e laureati.  Sono archeologi, ingegneri, avvocati, ecc che si sono sentiti dire: se vuoi lavorare per me non posso assumerti, apriti una partita Iva. E anche nel pubblico, tanti lavorano alle stesse condizioni.

Questo significa che ti paghi da solo gli oneri previdenziali, che probabilmente non avrai una pensione dignitosa e che spesso avrai difficoltà ad arrivare alle fine del mese. Il cambio della struttura del mondo del lavoro, come socialisti, ci impone una riflessione sul welfare e sulle politiche ridistributive della ricchezza. Il mondo che abbiamo conosciuto non c’è più, intere generazioni sono tagliate fuori e spero che l’autunno socialista sciolga anche questi nodi. Bene la mobilitazione per una quattordicesima alle pensioni più basse, visto che spesso una pensione serve a sostenere la famiglia del pensionato e quella dei suoi figli senza lavoro, ma di certo solo questo non basterà.

Il Jobs act ha sanato un situazione che era diventata insostenibile, oggi un giovane che si affaccia al lavoro ha la possibilità di avere una occupazione a tempo indeterminato e di provare a costruire la sua vita. Una grande conquista. Ma noi che siamo socialisti e siamo nati anche insegnando a leggere e a scrivere a braccianti e contadini, abbiamo il dovere di intestarci una battaglia sull’esistenza dignitosa di chi ha studiato, magari con sacrifici personali e famigliari. Affinché possa non sentirmi mai più dire da brillanti laureati senza un lavoro o che fanno la fame con lavoro che definire tale è un azzardo: “ho sbagliato ad andare all’Università”.

Un giovane, non merita l’umiliazione che lo porta a recriminare sul fatto di aver studiato, al contrario deve essere il suo orgoglio e il suo fiore all’occhiello. Tocca a noi, a noi che senza il vincolo della ideologia possiamo sfidare e guidare il cambiamento coniugando quella idea di giustizia e libertà, che ci ha portati alle grandi conquiste civili e sociali del ‘900, nel nuovo secolo.

Francesco Meringolo
Consiglio Nazionale PSI

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Commenti all'articolo
  1. “Un giovane, non merita l’umiliazione che lo porta a recriminare sul fatto di aver studiato” scrive l’Autore, in questo suo appassionato intervento, ma io credo che lo studio non dovrebbe mai essere causa di umiliazione, così come, all’opposto, non dovrebbe essere fonte di troppo “orgoglio” né essere avvertito come un “fiore all’occhiello”, perché significherebbe tracciare una linea di discrimine verso chi non ha avuto la possibilità di continuare gli studi o aveva fin da giovane vocazione per il lavoro cosiddetto non “intellettuale” (e non può dunque appuntarsi questo fiore all’occhiello).

    Se la memoria non mi tradisce, allorché il nostro Paese si avviò verso la scolarizzazione di massa, l’obiettivo principale non era tanto quello di assicurare a ciascuno un lavoro corrispondente al proprio titolo di studio – perché qui entrano in campo le esigenze e le richieste del mercato, almeno così funziona nelle società liberali – bensì quello di estendere ed accrescere quanto più possibile il livello medio di istruzione, anche come mezzo per attutire le tensioni sociali (questo almeno mi par di ricordare, visto il molto tempo trascorso da allora).

    Oggi mi sembra senz’altro buona cosa lo sperare che “l’autunno socialista sciolga anche questi nodi”, cioè quelli riguardanti “welfare e politiche ridistributive della ricchezza”, cercando di capire perché vi sono “archeologi, ingegneri, avvocati, ecc che si sono sentiti dire: se vuoi lavorare per me non posso assumerti, apriti una partita Iva”, ma al tempo stesso ascoltare anche le ragioni delle imprese, perché se queste chiudono i battenti il lavoro viene inevitabilmente a mancare.

    Il che è già di per sé un male, anche se è nondimeno giusto e irrinunciabile discutere le condizioni alle quali ci chiedono di lavorare, e dovrebbe quantomeno valere sempre il principio della compensazione, nel senso di guadagnare proporzionalmente di più se il lavoro ottenuto è più “precario”, così come il criterio di incentivare le assunzioni tramite sgravi fiscali per andare incontro al datore di lavoro.

    .Si tratta in buona sostanza di conciliare esigenze diverse, e non lo vedo un traguardo impossibile, e credo che in passato i socialisti abbiano saputo trovare al riguardo buone soluzioni o indicazioni, garanti dell’una e dell’altra parte, e anche l’idea della COGESTIONE, di cui se non erro il Direttore ha più volte parlato, mi sembra andare su questa strada.

    In questa delicata e importante “partita” i liberal-socialisti dovrebbero poi dare il loro deciso contributo a far sì che i nostri giovani sappiano apprezzare ogni tipo di occupazione, ovviamente tra quelle “regolari”, posto che ogni lavoro è utile alla società, come l’esperienza di questi anni ci ha largamente insegnato, anche se poi la rispettiva retribuzione andrà commisurata ad un insieme di fattori (professionalità, impegno, grado di responsabilità, ecc….).

    Paolo B. 06.08.2015

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