giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Cocoricò. Cultura dello sballo
e false libertà
Pubblicato il 14-08-2015


Un ragazzo sedicenne muore per overdose al Cocoricò di Riccione, discoteca simbolo del “divertimentificio” romagnolo. Il Questore di Rimini, comprensibilmente, ordina la chiusura temporanea della discoteca. Gli aficionados del Cocoricò protestano su Facebook e fanno incetta di “mi piace”: il popolo della notte ha il diritto di tornare subito in pista, per Dio! Io vado controcorrente: sono d’accordo col Questore. Questa misura, certo, non risolve il problema. Ma lancia un segnale forte. Dobbiamo riflettere: è morto un ragazzo. Io non criminalizzo le discoteche.

Dico solo che probabilmente quel ragazzo, a casa sua, non avrebbe ingerito l’ecstasy che l’ha fatto morire. E allora se una discoteca chiude, per pochi mesi peraltro, dov’è lo scandalo? Sarebbe interessante registrare le reazioni della gente quando chiudono i battenti onorate biblioteche, associazioni e fondazioni culturali. Tra l’altro, è proprio grazie alla lamentata chiusura del loro locale che i gestori del Cocoricò hanno avuto la brillante idea di organizzare una serata di riflessione collettiva, “Accendiamo la musica. Spegniamo la droga.” Famiglie, scuole e discoteche dovrebbero inviare tutti lo stesso messaggio, ossessivamente: se consumi droghe pesanti e sintetiche non sei “un figo”; sei un idiota: metti a repentaglio la tua salute e la tua vita – e, se guidi in stato confusionale, anche quella degli altri.

Ma è evidente che, finora, tutti hanno fatto un buco nell’acqua. Questo perché il problema non è solo l’immaturità dei ragazzi: è anche il sistema – l’attuale modello del divertimentificio sregolato. Antonio Galdo (“Cocoricò, rivolta contro lo stop”, Il Messaggero, 4-8-2015) va al cuore della questione: la deregulation (o liberalizzazione selvaggia) incentiva la pseudocultura dello sballo e della trasgressione a ogni costo, causa ambientale per così dire di queste tragiche morti in discoteca. C’è il libero arbitrio, ma c’è anche una realtà che induce in tentazione. Da anti-proibizionista quale sono, mi dissocio dalle accuse che Galdo rivolge al fronte bipartisan che vuole liberalizzare le droghe leggere. Qui non parliamo di spinelli, bensì di droghe pesanti e sintetiche, nocive e potenzialmente mortali. Consumo incoraggiato, appunto da una pseudocultura inneggiante alla trasgressione, che, furbescamente, si presenta come modernamente libertaria e giocosamente libertina – ma in realtà è in sintonia con il buon vecchio laissez-faire liberista: che il mercato del divertimento si regoli da sé, e saremo tutti liberi e contenti.

Io muovo da semplici considerazioni, che non sono né di destra né di sinistra: la maggior parte dei giovani va in discoteca per ballare e divertirsi in maniera sana, e non commette atti illeciti. Ma non c’è dubbio che molte discoteche siano luoghi di spaccio e di consumo di sostanze stupefacenti. Alcuni gestori intelligenti, per primi quelli del Cocoricò, hanno cercato di arginare il fenomeno. Ora, dopo l’ennesimo morto, si riparla di prevenzione, di intensificare i controlli, fuori e dentro le discoteche. I controlli e le sanzioni sono sempre efficaci: è provato che i carabinieri e la poliza stradale, in questi ultimi anni, sono riusciti a far diminuire gli incidenti mortali del sabato sera. Sono migliaia i giovani fra i 18 e i 25 anni morti negli ultimi anni sulle nostre strade, nelle prime ore del mattino. Spesso a causa dello stesso killer: il mix micidiale di stanchezza, alcol e, a volte, pasticche.

Ma i controlli non bastano. Il problema, qui, è a monte. Leggo, sbigottito, che il Cororicò d’estate apre alle 23.00 e chiude alle 6.00 del mattino. Se la logica stessa del divertimentificio a oltranza mi induce a rimanere in piedi fino alle 6.00, potrei essere tentato dall’uso di sostanze anfetaminiche (sottolineo il potrei: c’è sempre la libertà di scelta individuale). E, ça va sans dire, berrò molto di più del solito – anche l’alcol, all’inizio, aiuta a star svegli. Se poi rientro a casa in macchina alle 6 o 7 del mattino, dopo una nottata in discoteca, è ovvio che non avrò la stessa prontezza di riflessi che avrei se rientrassi alle 3. È fisiologico, è naturale. La via d’uscita sarebbe semplice: occorrono più restrizioni. Io mi pongo anzitutto il problema di ridurre le morti. Come dice il Talmud ebraico, se salviamo anche una sola vita, salviamo il mondo intero. Non sono un moralista: ho vissuto anch’io la mia gioventù, ai miei tempi si faceva tardi – ma non certo le 6 del mattino; nella nostra compagnia si beveva allegramente, e girava anche qualche spinello – le droghe pesanti, però, quelle mai!

Non m’importa se i ragazzi e le ragazze in discoteca ci vanno svestiti o agghindati come gli pare; né appartengo alla schiera dei paranoici che parlano di criptici messaggi satanici nel rock e nella musica da discoteca. Ballare è una cosa bellissima. Chiedo solo regole certe: sono contrario in linea di principio alla deregulation, che produce caos e squilibri. In quanto liberal-socialista pretendo che la libertà di ciascuno rispetti quella altrui; voglio vivere in una comunità armonica, che preveda diritti e doveri; aborro infine un sistema in cui la persona è schiava del profitto fine a se stesso. Chi parla di attentato alla libertà dei consumatori dice stupidaggini: c’è una libertà liberale (che implica doveri e responsabilità) e c’è una libertà anarchica (ho il diritto di fare ciò che mi pare e piace). Sono due libertà completamente diverse. In Gran Bretagna, uno dei paesi più liberi al mondo, per decenni la chiusura dei pub è stata regolamentata in maniera severa, sia con governi conservatori che laburisti: si chiudeva tassativamente alle 23.00.

L’acolismo era, ed è, una piaga sociale. Dal 2005, dopo un lungo dibattito, gli orari sono stati liberalizzati. Ma, badate bene, la liberalizzazione non è stata voluta per tutelare i bevitori incalliti o gli interessi dei proprietari dei pub e di chi ci lavora. La finalità era in primis sociale: contrastare il fenomeno del binge-drinking (l’ipotesi era che gli avventori, costretti a consumare entro le 23.00, per reazione esagerassero nel bere negli orari consentiti). Oggi però la maggior parte dei pub inglesi non serve alcolici molto oltre la mezzanotte: un po’ per rispetto della tradizione, un po’ perché c’è un’occhiuta vigilanza. Le autorità locali, che hanno il pieno controllo della situazione, impongono sovente limitazioni d’orario ai pub, per il bene dei cittadini stessi. Questo avviene in un Paese che non sa cosa sia lo Stato etico – si tratta di regole basilari di convivenza sociale. Nessuno gioisce alla vista di torme di ubriachi che barcollano nelle strade fino alle 6 del mattino. In Gran Bretagna è l’interesse comunitario che prevale; in Italia, spesso, è la legge del profitto mascherata come manifestazione di libertà.

Antonio Galdo mette il dito nella piaga: “la potente lobby delle discoteche è sempre riuscita a impedire l’approvazione di una legge con regole più stringenti sia sugli orari di apertura sia sulla vendita di superalcolici”. Ci sono in ballo formidabili interessi economici in tutta la filiera dell’industria dello svago. Un gestore di un pub riminese mi ha spiegato: ci aspettiamo che i ragazzi escano di casa verso le 9 o 10 di sera, trascorrano 2-3 ore nei pub e nei ristoranti, e solo ben oltre la mezzanotte vadano in discoteca. Così si guadagna tutti. Se invece l’orario della discoteca fosse, poniamo, dalle 10 di sera alle 3 del mattino, noi perderemmo molti clienti della prima serata. Antonio Galdo ci ricorda che sia D’Alema che Berlusconi cercarono, vanamente, di legiferare in senso restrittivo su questa materia. Berlusconi venne battuto in aula su quella che era una buona legge: chiusura delle discoteche alle 4 del mattino (io preferirei alle 3), divieto di accesso per i minorenni dopo l’una e mezza di notte, fine della vendita di alcolici alle tre (io proporrei alle 2). La lobby delle discoteche, tramite i propri parlamentari di riferimento – ce n’è sia a destra che a sinistra – bloccò tutto. Nel frattempo, a seguito di veementi proteste, c’è stato un salutare giro di vite: nel 2012, finalmente, è stato introdotto il divieto di vendita di alcolici ai minorenni, un divieto che prevede sanzioni severe per i gestori inadempienti. La vendita e somministrazione di alcolici oggi è proibita dalle 3 alle 6 del mattino.

Io rimango del parere che sarebbe meglio proibire dalle 2: se ordino due bottiglie di vino alle 2.55, posso bermele tranquillamente fino alle 4 e oltre. Sugli orari di chiusura, invece, è entrato in vigore “il principio della deregolamentazione”, in quanto “nel nuovo quadro normativo la fissazione degli orari di apertura e chiusura degli esercizi pubblici è una libera scelta degli imprenditori” (Sentenza TAR Lombardia, Sez. II – 14 febbraio 2014, n. 186). Per fortuna i Sindaci, rappresentanti della comunità locale, non hanno le mani completamente legate: Ignazio Marino di recente ha potuto emanare una ordinanza anti-alcol (dalle 12.00 alle 7.00) nelle zone della movida romana interessate da risse e schiamazzi notturni. Un benemerito provvedimento all’inglese. Mi fa rabbia che la sinistra di governo in Romagna, in seguito alla crisi del turismo per le famiglie, si sia convertita a un modello di sviluppo imperniato sul laissez-faire, lo stesso modello condannato ipocriticamente quando si discetta di massimi sistemi e si punta il dito contro la finanza internazionale. È giusto che i politici rappresentino gli interessi di attività lecite sul territorio.

Ma un politico di sinistra non dovrebbe forse mediare fra gli interessi delle discoteche e dei pub (che in effetti creano ricchezza e posti di lavoro) e le esigenze di benessere in senso lato, nonché quelle di sicurezza, della comunità? Il paradosso è che proprio questa sinistra – la cui genealogia è ben nota: PCI-PDS-DS-PD – dagli anni Novanta in poi ha voluto fortemente una serie di liberalizzazioni insensate. Così il mercato corre all’impazzata, per conto suo. L’importante è far quattrini a palate, nel più breve tempo possibile. Se c’è un costo sociale, chi se ne infischia: è la libertà economica, ragazzi! Intendiamoci: io credo in un libero mercato, ma lo voglio regolamentato. L’industria dello svago è una delle più floride della nostra economia. Ed è un bene che lo rimanga. Ma dubito che orari di chiusura più umani e ulteriori restrizioni sulla vendita di alcolici porterebbero la riviera romagnola o altre realtà al collasso. Noterella finale, sulla responsabilità delle famiglie: purtroppo a distanza di qualche giorno è morto un altro ragazzo, dopo aver trascorso la serata in una discoteca del Salento.

Il Sindaco di Gallipoli se ne è uscito con un tweet allucinante: “Se le famiglie esercitassero un po’ più di controllo sui figli non morirebbe un 18enne alla settimana in discoteca. Se non sai educare non procreare.” Il Sindaco si è poi scusato per questa dichiarazione sciocca e volgare. Sui social media, però, c’è chi dice più o meno le stesse cose: se un ragazzo muore, in fondo è colpa sua o della famiglia. Cosa c’entrano “Il divertimentificio lassista e sregolato” e la “cultura dello sballo”? No, non è così. La famiglia è una cellula essenziale della società e dev’essere libera di educare i figli come crede. Nella consapevolezza che i figli hanno la loro personalità, non sono replicanti dei genitori. Libertà per gli uni e egli altri significa assunzione di responsabilità.

Ma anche lo Stato deve assumersi le sue, di responsabilità. La famiglia “sana”, quella che trasmette i messaggi giusti contro l’uso delle droghe pesanti/sintetiche e l’abuso di alcolici, non può reggere sulle sue spalle il peso di ciò che spetta allo Stato: regolamentare l’industria dello svago. Le regole di convivenza civile tutelano la libertà, non la soffocano. Quante volte ho battagliato con mia figlia minorenne che voleva andare a ballare fino alle 3 del mattino? “Lo fanno tutti! La legge lo consente! Le discoteche sono aperte fino alle sei!”. Posso io, genitore, rinchiudere in casa mia figlia, trasformarla una reietta sociale, solo perché lo Stato – ostaggio di una lobby economica – non ha il coraggio di imporre orari di chiusura dei locali da ballo compatibili con la fisiologia umana? È giunto il momento di ripensare a modelli di sviluppo che creino ricchezza rispettando le famiglie e l’armonia sociale.

Edoardo Crisafulli

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Commenti all'articolo
  1. Se solo si volesse guardare al fenomeno senza ipocrisia forse si giungerebbe a conclusioni molto diverse. In primo luogo il ragazzo non e’ morto per una overdose, ma per le complicazioni epatiche e renali dovute alla sostanza stessa. Si tratta di un fatto di assoluta importanza, perche’ se per una overdose serve necessariamente assistenza medica, le complicazioni da uso di MDMA si possono evitare o ridurre con semplici accortezze. Per farlo pero’ serve sradicare la cultura del “la drogra fa male” “la droga e’ droga” e mille altri luoghi comuni. La verita’ e’ che le persone di ogni estrazione sociale, cultura o religione si sono sempre drogate e sempre si drogheranno. Partiamo da questo presupposto che e’ l’unico con fondamento storico.
    Inoltre, altro assunto falso, e’ che quel ragazzo a casa sua non avrebbe assunto droghe. Affermazione ingenua prima che falsa. Basta essere stati adolescenti negli anni novanta (come il sottoscritto) per ricordare che sopratutto nelle case e sopratutto il pomeriggio si faceva uso di qualunque tipo di droga. L’idea che vi siano i posti in cui si va e ci si droga e’ un falso mito che conduce all’idea che chiudendo una discoteca si lanci un qualche segnale positivo ai giovani. La verita’ e’ che lo spaccio non avviene mai o quasi mai all’interno delle discoteche. I buttafuori sono molto piu’ pericolosi delle forze dell’ordine e la droga si spaccia e consuma a casa o nel parcheggio antistante la discoteca. I gestori non possono nulla sotto il profilo della prevenzione. Mi chiedo allora perche’ non vengano fatte chiudere per ordine del prefetto strade, angoli oscuri, case private, giardini pubblici, panchine, bar, uffici di professionisti e ospedali e ogni altro posto dove risaputamente la droga viene spacciata e consumata tutto l’anno e non solo d’estate. In aggiunta chiudere tali posti non arreca alcun danno al turismo.
    Mi si dira’ “e allora cosa proponi?” Propongo di essere responsabili, umili e onesti. Basta guardare all’esperienza di paesi Europei (anche duramente proibizionisti) come la Gran Bretagna. Nelle discoteca bisogna fornire acqua fresca e abbondante gratuitamente, offrire spazi relax silenziosi e ventilati e ampi spazi all’aperto. Serve personale medico e ambulatori dentro la discoteca. I super alcolici possono essere serviti solo fino a una certa ora. Prevedere la possibilita’ di tenere aperti i locali fino alle 12 del giorno seguente per far sbollire e non orari anticipati che non avranno altro effetto se non quello di far ingoiare alcol e droghe nel minor tempo possibile.
    Queste cose sono buon senso contro l’ipocrisia di prefetti sceriffi che servono solo a portare voti, ma di vite non ne salvano neppure una.

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