sabato, 29 aprile 2017
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Opinioni e commenti
 

A rischio frana il 7%
del territorio campano
Pubblicato il 20-08-2015


dissestoIl “dissesto idrogeologico”, come definito all’art.54 del D.Lgs. 152/06, è “la condizione che caratterizza aree ove processi naturali o antropici, relativi alla dinamica dei corpi idrici, del suolo o dei versanti, determinano condizioni di rischio sul territorio”. Nella Regione Campania le aree con tali caratteristiche sono numerose e l’esposizione al rischio geologico-idraulico (con questo termine si fa riferimento al rischio derivante dal verificarsi di eventi meteorici estremi che inducono a tipologie di dissesto tra loro strettamente interconnesse, quali frane ed esondazioni) costituisce un problema di grande rilevanza sociale, sia per il numero di vittime, che per i danni prodotti alle abitazioni, alle industrie e alle infrastrutture, che desta ancor più preoccupazione se si pensa ai potenziali futuri scenari connessi al cambiamento climatico.

La Campania è un territorio geologicamente “giovane” e pertanto soggetto a intensi processi morfogenetici che ne modellano in modo sostanziale il paesaggio. I frequenti fenomeni di dissesto idrogeologico sono una diretta conseguenza dell’estrema eterogeneità degli assetti geologico-strutturali, geomorfologici, idrogeologici e geologico-tecnici e di un’ampia gamma di condizioni microclimatiche differenti anche in aree limitrofe o apparentemente simili. In conseguenza di tale naturale predisposizione, il dissesto si manifesta nella nostra regione con molteplici combinazioni e modalità: frane (crolli, ribaltamenti, scorrimenti, espansioni laterali, colamenti,  movimenti complessi), esondazioni e dissesti morfologici di carattere torrentizio, trasporto di massa lungo le conoidi nelle zone montane e collinari, esondazioni e sprofondamenti nelle zone collinari e di pianura.

In conseguenza dell’alto impatto causato dai tragici eventi di Sarno (maggio 1998), sono state quindi emanate norme (D.L. 11-06-98 n.180, convertito in Legge 03-08-98 n.267; D.L. 12-10-2000 n.279, convertito in Legge 11-12-2000 n.365) che hanno indotto una diversa politica di gestione del rischio idrogeologico, passando da una impostazione di base incentrata sulla riparazione dei danni e sull’erogazione di provvidenze, ad una cultura di previsione e prevenzione, diffusa a vari livelli, imperniata sull’individuazione delle condizioni di rischio e volta all’adozione di interventi finalizzati alla minimizzazione dell’impatto degli eventi.

A seguito di tali norme, si è dato avvio a un’analisi conoscitiva delle condizioni di rischio, individuando e perimetrando le aree con diverso livello di attenzione per il “Rischio idrogeologico” : R4 (molto elevato), R3 (elevato), R2 (medio), R1 (moderato). La particolare e gravosa situazione del dissesto idrogeologico in Campania risultava già nota nella prima metà del ‘900. Infatti, a seguito di decreti emanati fino alla fine degli anni ’60, ben 185 centri abitati e/o frazioni ricadenti nel territorio di 115 comuni della Campania (Elenchi provinciali comuni Campania legge 445/1908) risultano ammessi a consolidamento e/o trasferimento ai sensi della Legge 445/1908. Si può poi aggiungere che, in base all’ultimo aggiornamento degli studi del Progetto IFFI (Inventario Fenomeni Franosi Italiani), realizzato dalla Regione con l’ex Servizio Geologico di Stato, già APAT ed oggi ISPRA, si è accertato che in Campania ci sono ben 23.430 frane che, complessivamente, coinvolgono oltre 973 km2, vale a dire che poco più del 7% del territorio regionale è in frana, attiva o quiescente.

Rosario Scavetta

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