venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Ferie. Breve vademecum sulle sue regole
Pubblicato il 19-08-2015


Il diritto alle ferie retribuite risale a una pluralità di fonti ufficiali: la Costituzione (articolo 36) le considera un diritto del lavoratore e un dovere verso la sua salute psicofisica e ne sancisce l’irrinunciabilità. Una direttiva dell’Unione europea indica la loro durata minima in quattro settimane, di norma continuative; il codice civile (articolo 2.109) rinvia la durata del riposo annuale retribuito alla legge, agli usi e all’equità. L’ultima parola spetta però ai contratti collettivi di categoria, che ne disciplinano modalità, durata e interruzioni giustificate. Datori di lavoro e lavoratori hanno pertanto il riferimento concreto negli accordi di categoria, che rispettano al meglio le esigenze degli addetti ai singoli comparti e consentono, in sede di rinnovo contrattuale (ogni quattro anni), di apportare eventuali modifiche.

Per quanto attiene in particolare la durata, le intese negoziali sottoscritte dalle organizzazioni dei lavoratori la regolano per ciascuna categoria: quattro settimane per metalmeccanici e chimici, 26 giorni lavorativi ai settori di commercio e turismo, da venti a 25 giorni (a seconda dell’anzianità) ai dipendenti delle aziende di credito e finanziarie, 26 ai quadri direttivi, 35 ai dirigenti dell’industria e trenta a quelli del commercio. Il periodo a cui si riferiscono le ferie è annuale, ma a chi ha prestato la propria attività meno di un anno (all’inizio o alla fine del rapporto) compete un dodicesimo della durata ufficiale per ogni mese di servizio, compresa la prova. Sulla scelta dei tempi è necessaria un’intesa tra datore di lavoro e dipendente per conciliare le esigenze aziendali con quelle dell’addetto. Le ferie non possono sovrapporsi al preavviso: se effettuate durante questo periodo devono essere autorizzate e possono prolungarne la durata.

Riguardo alla retribuzione, la somma da corrispondere per i congedi autorizzati, non può essere inferiore ai minimi retributivi o alla paga percepita nei periodi lavorati, inclusi gli elementi accessori. Sulla stessa linea sono il contratto collettivo del commercio e le sentenze della Cassazione (m. 14.955 del duemila). La Suprema Corte ha stabilito che non si può scendere sotto i minimi retributivi per non indurre l’interessato a rinunciare alle ferie. Per i riposi eccezionalmente non goduti viene erogata, per il medesimo lasso di tempo, un’indennità sostitutiva della retribuzione, con versamento della contribuzione obbligatoria. Le ferie possono essere interrotte da malattia. Per ottenere la sospensione delle ferie in caso di evento morboso bisogna rispettare le seguenti regole: inviare all’Inps e all’azienda il referto medico entro due giorni dal suo rilascio; restare a disposizione nel proprio domicilio dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 di tutti i giorni (festivi compresi) per eventuali verifiche sanitarie all’uopo disposte. L’inoltro della documentazione medica entro il previsto secondo giorno dalla data di emissione non occorre, invece, in caso di intervenuto ricovero presso una qualsiasi struttura sanitaria pubblica o privata. Se non viene riconosciuta subito, il lavoratore può chiedere il pagamento della relativa indennità economica entro un anno dal mese in cui è avvenuta l’interruzione dei congedi.

Nell’ipotesi di indisposizione occorsa in un paese dell’Unione europea, l’interessato deve mettersi in contatto con l’organismo estero che invierà in Italia i certificati richiesti. Nelle more il soggetto colpito deve sempre documentare il suo stato morboso all’Istituto e al datore di lavoro entro i soliti due giorni prescritti dal rilascio. Stesso iter, pure se il lavoratore si trova temporaneamente in uno Stato extracomunitario, ma in questo caso l’attestazione medica deve essere espressamente convalidata dal Consolato. Per esigenze di servizio urgenti, invece, il lavoratore può essere richiamato dal congedo, e le spese di rientro sono a carico dell’impresa. I residui di ferie possono essere utilizzati successivamente, oppure coperti da un’indennità sostitutiva oltre alla normale retribuzione. Con la circolare n. 8 del 3 marzo 2005, il ministero del Lavoro ha fornito ulteriori istruzioni sulla nuova disciplina delle ferie e dell’orario di lavoro (Dlgs n. 66/2003 e n. 213/2004).

In sintesi, il lavoratore ha diritto ad almeno 4 settimane di ferie all’anno (non monetizzabili), 2 da fruire obbligatoriamente nell’anno e 2 entro i 18 mesi successivi. In pratica, secondo l’interpretazione ministeriale, il riposo annuale può essere così suddiviso: un primo periodo di almeno 2 settimane in modo ininterrotto nell’anno di maturazione, su richiesta dell’interessato e nel rispetto del Codice civile (art. 2109). La domanda di autorizzazione alla fruizione dei congedi dovrà essere tempestiva per dare modo all’azienda di organizzarsi in maniera adeguata e funzionale; Un secondo periodo, per le restanti 2 settimane, da usufruirne anche frazionate ma entro i 18 mesi dal termine dell’anno di perfezionamento, salvo periodi più ampi fissati dai contratti collettivi. L’inosservanza di questi limiti da parte del datore di lavoro comporta una violazione esclusivamente contrattuale; un terzo periodo, se le ferie superano 4 settimane, potrà essere eventualmente monetizzato o scaglionato, ma entro il termine stabilito dalla contrattazione privata. Per i rapporti di lavoro stagionali e a tempo determinato di durata inferiore all’anno è sempre possibile monetizzare i congedi feriali non goduti; questo è permesso pure nei contratti di lavoro a tempo indeterminato, ma soltanto in caso di risoluzione del rapporto nel corso dell’anno. Una deroga particolare riguarda infine i dirigenti, che sono gli unici a poter rinunciare volontariamente ai riposi. Importante, l’impresa che non accorda i periodi garantiti e irrinunciabili rischia ammende variabili da 130 a 780 euro, per ogni dipendente e per ciascun lasso di tempo in cui è stata accertata la violazione della legge.

Malattia e ferie. Ecco come interagiscono tra loro

La malattia interrompe le ferie e per i giorni di assenza il lavoratore ha diritto al pagamento di un’indennità a carico dell’Inps. Il beneficio scatta se l’evento morboso è durato almeno quattro giorni e si sono verificate le seguenti condizioni: ha dato luogo ad un ricovero sanitario; l’istituto e il datore di lavoro sono stati tempestivamente avvertiti. La comunicazione non è strettamente necessaria in caso di degenza ospedaliera. Non sempre chi si ammala in vacanza può però recuperare le giornate perdute. Il datore di lavoro può infatti chiedere all’Ente di previdenza o alla Asl una visita di controllo per accertare se la patologia insorta al lavoratore compromette il periodo di riposo al quale i congedi feriali sono di norma finalizzati. In caso negativo la prognosi certificata sarà conteggiata nei permessi (circolare Inps n. 109/99). Per ottenere la sospensione delle ferie in caso di malattia bisogna rispettare le seguenti regole: inviare all’Inps e all’azienda il referto medico entro due giorni dal suo rilascio; restare a disposizione nel proprio domicilio dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 di tutti i giorni (festivi compresi) per eventuali verifiche sanitarie all’uopo disposte.

L’inoltro della documentazione medica entro il previsto secondo giorno dalla data di emissione non occorre, invece, in caso di intervenuto ricovero presso una qualsiasi struttura sanitaria pubblica o privata. Se non è stata riconosciuta subito, il lavoratore può chiedere il pagamento dell’indennità entro un anno dal mese in cui è avvenuta la sospensione dei congedi. La domanda potrà ovviamente essere accolta solo se la certificazione sanitaria è stata regolarmente trasmessa nei tempi fissati all’Ente assicuratore e all’impresa. La prestazione economica spetta inoltre anche se nel frattempo c’è stata la cessazione del rapporto di lavoro. In caso di indisposizione occorsa in un paese dell’Unione europea, l’interessato deve mettersi in contatto con l’organismo estero che invierà in Italia i certificati richiesti. Nelle more il soggetto colpito deve sempre documentare il suo stato morboso all’Istituto e al datore di lavoro entro i soliti due giorni prescritti dal rilascio. Stesso iter, pure se il lavoratore si trova temporaneamente in uno Stato extracomunitario, ma in questo caso la certificazione medica deve essere espressamente convalidata dal Consolato.

Inps. La malattia sospende i contributi dovuti per ferie

La malattia sospende e rinvia l’obbligazione contributiva dovuta per le ferie non usufruite. Lo ha recentemente precisato lo stesso Istituto di previdenza con il messaggio n. 18850/2006. Si tratta dell’obbligo relativo alla corresponsione degli oneri assicurativi connessi ai congedi non goduti. L’Ente assicuratore, in omaggio alla convenzione Oil n. 132/1970, ha fissato al diciottesimo mese successivo al termine dell’anno solare di perfezionamento delle ferie il termine ultimo per adempiere, sui periodi maturati e non fruiti (permessi arretrati), all’obbligazione previdenziale. In particolare è stato chiesto all’Inps un chiarimento sulla possibilità di prorogare la predetta scadenza di versamento nei casi in cui intervengano delle cause legali di sospensione del rapporto di lavoro. Nella risposta fornita l’Istituto di via Ciro il grande sottolinea che nelle ipotesi di interruzione temporanea della prestazione di lavoro per le cause contemplate dalla legge (per esempio malattia, maternità, ecc.), che si siano verificate nel corso dei diciotto mesi di tempo a disposizione del datore di lavoro per effettuare il pagamento prescritto, il termine resta sospeso per un lasso di tempo di durata pari a quello del legittimo impedimento.

Ferie arretrate

La Costituzione stabilisce che le ferie sono per il lavoratore un diritto irrinunciabile. Può succedere, comunque, che il soggetto interessato non possa usufruirne per esigenze dell’azienda o perché prima del periodo di riposo cessa il rapporto di lavoro. A seconda delle situazioni, i periodi autorizzati di assenza sono rinviati o viene corrisposta un’indennità sostitutiva. Se i congedi, infatti, non sono differibili, il datore di lavoro deve, in loro vece, erogare un emolumento numerario compensativo. In base a quanto stabilito dai contratti collettivi, l’importo da pagare viene solitamente rapportato alla retribuzione percepita durante il mancato periodo di riposo o a quella del momento in cui viene effettivamente disposta la liquidazione. In caso di risoluzione del rapporto di lavoro, la somma dovuta è commisurata allo stipendio in corso a tale data. Su questo onere accessorio relativo ai citati permessi non goduti si versano i contributi previdenziali e assistenziali. In genere i contratti nazionali di lavoro fissano una soglia temporale entro la quale le ferie possono essere fruite. In tale ipotesi l’obbligazione assicurativa che scatta sulla indennità sostitutiva va corrisposta entro il mese in cui scade il termine per il godimento dei congedi. Può tuttavia accadere che il contratto non prescriva invece un limite massimo entro il quale i riposi dal lavoro vanno consumati. In questo caso i contributi vanno versati entro i diciotto mesi successivi all’anno in cui sono stati maturati.

Carlo Pareto

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