venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

I pittori socialisti: innovatori del linguaggio politico del Novecento
Pubblicato il 04-08-2015


Filatrice addormentata

“Filatrice addormentata” di Gustave Coubert

“Vi dico la verità: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli” sembra difficile che questa frase di San Matteo sia stata affiancata dall’icona di Gesù su un manifesto socialista. Era il 1953 e in Italia i manifesti elettorali sposavano la nuova fase istituzionale democratica attraverso frasi ad effetto molto lontane dall’attuale linguaggio politico. Il Psi in particolare, abbandonata l’immagine di Garibaldi degli ultimi anni 40’, si rifaceva alla tradizione cristiana. E fu uno dei primi partiti, insieme a quello repubblicano, a servirsi di “specialisti” di settore non solo per le campagna elettorali, ma anche per “rinvigorire” l’appeal del partito anche fuori dalla competizione delle urne.

Bisogna aspettare gli anni 80’ per vedere sui manifesti i volti dei politici, segno della prima personalizzazione – tenuta lontana dalla fase repubblicana – della politica, seguendo il trend anglosassone. Con la televisione e l’avvento del web a fasi alterne, il manifesto ha perso la sua potenza espressiva al punto che uno studio accademico francese lo piazza all’ultimo posto come strumento di consenso. Eppure, ben prima della parentesi fascista, ben prima dei manifesti e dei volantini aziendali, i primissimi volantini automobilistici della ‘Ford Company’, vi era solo l’arte a fare cultura. E dalla cultura alla politica, nella sua estemporanea rappresentazione, il passo fu breve.

In Francia, negli anni della pubblicazione del ‘Manifesto Comunista’, una corrente di artisti si faceva largo prepotentemente con il nome di “realisti”. Scaturiti dal terremoto della rivoluzione del 1848, essi si ponevano l’ambizioso obiettivo di superare gli steccati accademici e intellettuali del romanticismo, per “fotografare” la realtà. Un esempio di “manifesto socialista” fu il “Funerale a Omans” di Gustave Courbet, che riprendeva la scena di un funerale con tutti i personaggi del posto, dal parroco ai cittadini, in una scena talmente “ordinaria” per l’epoca, da essere censurata dal Salone di Parigi con l’accusa di volgarità. Nel 1851 Courbet dirà di essere “non solo un socialista, ma un democratico e repubblicano: in una parola, partigiano di tutta un’intera rivoluzione, e soprattutto realista, cioè amico sincero della vera verità”. Per Courbet il “presente” doveva essere l’unica cosa che valeva la pena di dipingere, come oggi farebbe un fotografo, o un grafico di locandine politiche, come dimostrano gli altri suoi lavori che raffigurano il lavoro svolto dai popolani.

Nella “Filatrice addormentata” del 1853, il pittore francese raffigurò una donna – probabilmente sua sorella – sfiancata dal lavoro all’arcolaio, addormentatasi con ancora in mano il filo. Con meno “protesta” intrinseca, il suo contemporaneo, Jean-Francois Millet, dipingeva negli stessi anni, lavoratori campestri anch’essi sfiniti, ma con la sensibilità diversa verso la dedizione quasi religiosa di questi. Un altro artista fu Honorè Daumier, famoso per il suo “Vagone di terza classe” esposto al National Gallery of Canada. Per questi artisti il realismo si traduceva nella raffigurazione della fatica, della povertà del presente che li circondava, nelle contraddizioni della società che andava cambiando. Questi furono sicuramente i primi socialisti “espressivi” antenati di quei professionisti che, dal secondo dopoguerra fino alla Seconda Repubblica, raccontarono le trame della realtà nei ceti più bassi, al fine di denunciarne la povertà e il disagio sociale. Forse è anche per questo che Gesù finì in quel manifesto elettorale del Psi. Ma i realisti non si spinsero mai nell’arena politica, già abbastanza confusa in quegli anni prematuri, eppure affermare che ispirarono non poco il linguaggio politico del 900’, non è così azzardato.

Santi Cautela 

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