domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il mito di Antigone
e la rivoluzione silenziosa
Pubblicato il 12-08-2015


antigone

Il mito di Antigone ancora affascina: diventa il luogo ove si rifugia la splendida disobbedienza, la spasmodica ricerca di una giustificazione da conferire ad un comportamento rivoltoso.

L’eretico, il rivoluzionario intendono colorare la tensione: rompere ed infrangere irriducibilmente la stasi dell’ortodossia.

Antigone attrae, perché è consapevole del suo destino: inevitabilmente sa di perdere, ma al contempo è consapevole che l’effetto delle sue parole, il significato recondito che le dona, sarà imperituro e diventerà la bandiera di tutte le rivoluzioni della Storia.

Il conflitto tra il divino e l’umano delinea la trama della tragedia: è giustificabile  che  un ordinamento democratico ponga delle leggi positive che non possono essere rispettate, che inducono alla disobbedienza, perché infrangono quelle non scritte?

Si pensi alle leggi razziali: si approda ad una verità incontrovertibile: non meritano rispetto quelle leggi che disattendono i precetti morali, che violano i dettami divini delle leggi non scritte.

Creonte, nella tragedia di Antigone, scritta da Sofocle, è il tiranno o lo Stato positivo che ha reso l’editto di non apprestare la sepoltura ai nemici della patria: Antigone disobbedisce e grida al “dolce vento” la sua indignazione e la sua motivata  rivolta, perché il sovrano non può ignorare, con i suoi proclami, le leggi degli dei: donare la sepoltura ai propri cari è un’antica costumanza, affinché il cadavere non subisca l’inevitabile decomposizione.

La sepoltura è un atto umano che sancisce il riconoscimento del singolo essere come amato, in modo che ciò che è accaduto(cioè la vita) divenga piuttosto un’opera, affinché l’ultimo essere, sia anche voluto e  gradito(Fenomenologia dello Spirito Hegel, capoverso 25).

La sepoltura è dunque un’azione etica, assolutamente necessaria, perché il morto non si trovi in balia del vento e degli animali, perché non resti solo un corpo destinato a dissolversi. Solo così ci si può conciliare e consolare con la morte (Antigone Storia di un mito a cura di Sotera Fornaro Carocci editore pagina 110).

Il tiranno ha disposto che dei due fratelli, Eteocle e Polinice, deve essere offerta dallo Stato onorata sepoltura solo al primo, che ha combattuto per la difesa della Patria; il cadavere dell’altro può essere lasciato in pasto agli avvoltoi: è un traditore, nemico di Tebe.

“Dei nostri due fratelli- parla Antigone alla sorella Ismene-Creonte non ha forse deciso di concedere all’uno onorata sepoltura e di lasciare l’altro indegnamente insepolto? Eteocle, dicono, ritenendo giusto di trattarlo secondo le norme rituali, lo ha fatto seppellire, perché avesse onore fra i morti sotterranei; ma il cadavere del misero Polinice ha ordinato, si dice, che nessun cittadino lo seppellisca e lo pianga, bensì che sia lasciato illacrimato, insepolto, tesoro agognato per soddisfare la fame degli uccelli all’erta nel cielo. Tale dicono, è l’editto che il  buon Creonte ha proclamato e sta per venire egli stesso ad annunciare, apertamente, il suo divieto a chi ancora lo ignora. Non prende la cosa alla leggera: ai danni dei trasgressori è prevista la morte per pubblica lapidazione” (Sofocle L’Antigone (vv.25-35)

Ma si polarizzi l’attenzione sul dialogo tra Creonte ed Antigone, per soppesare come, nella tragedia, sia implacabile la forza e l’indefettibile volontà dei contendenti, fermi, inesorabilmente, sulle reciproche posizioni.

Nella “Fenomenologia dello Spirito” Hegel vede nella tragedia, alla luce della sua filosofia dialettica, l’antinomia fra due principi che hanno ambedue gli stessi diritti ed entrano in collisione tra loro. Se chi agisce prende uno di questi principi a regola e norma unica, ferisce l’altro. Si tratta di un conflitto dialettico tra due avversari che sono sullo stesso piano: Antigone difende le leggi degli dei, la famiglia, le leggi naturali che non si sa quando siano apparse e godono di luce sconfinata. Creonte, invece, è paladino delle leggi dello Stato, che superano ed inglobano quelle della famiglia. Questo contrasto, nella logica hegeliana, si compie nella soluzione che fornirà il destino della compiutezza dell’Autocoscienza (Luciano Canfora Storia della letteratura greca La Terza Bari pag.176).

Ma è la legge divina che soppianta quella del tiranno, che come dice Goethe, compie il delitto di Stato.

Non a caso la tragedia finisce con l’avveramento delle profezie dell’indovino Tiresia, non ascoltato dal tiranno: morirà Emone, fidanzato di Antigone, la moglie di Creonte, Euridice. Con paradossale inversione colui che aveva negato – Creonte – sepoltura ad un morto,  si rivela, da ultimo, come un morto che respira e, dietro la peripezia, si scopre la presenza decisiva degli dei:” un dio, si un dio  allora mi percosse sul capo con il suo peso enorme e su atroci sentieri mi traviò e ahimè con il piede calpestò la mia felicità” (vv.1272-1375).

“Guardia: Quando dopo molto tempo la bufera si allontanò, scorgemmo la ragazza, che emetteva gemiti acuti, come un uccello desolato, che trovi il suo nido vuoto, predato dai pulcini. Così anche ella, quando vide il cadavere messo a nudo, scoppiò in lacrime, scagliando orribili imprecazioni contro gli autori di un tale sacrilegio …..

Creonte ad Antigone: Dico a te, si a te che abbassi il capo: neghi o ammetti di aver compiuto il fatto?

Antigone: Si sono stata io, non lo nego.

Creonte: Conoscevi l’editto che vietava proprio ciò che hai fatto?

Antigone: Si, lo conoscevo e come potevo ignorarlo? Era pubblico.

Creonte: Eppure hai osato trasgredire questa norma?

Antigone: Si, perché questo editto, non Zeus proclamò per me, né Dike, che abita con gli dei sotterranei. No, essi non hanno sancito per gli uomini queste leggi; né avrei attribuito ai tuoi proclami tanta forza, che un mortale potesse violare le leggi non scritte, incrollabili, degli dei, che non da oggi né da ieri, ma da sempre sono in vita, né alcuno sa quando vennero alla luce”.

La parola di entrambi è segno ineluttabile di guerra che va oltre la pietà violentata di Antigone, che si impiccherà per non consegnarsi al tiranno.

Diventa tragico lo scontro; il conflitto tra i due sistemi, quello scritto e non scritto, è in primo luogo una tenzone fra il valore e la forza tragica della parola nella sua intima essenza.

Il grido acuto di Antigone, «come di uccello angosciato alla vista del nido deserto», deve poter essere udito, ora lontano ora incombente, in ogni momento della tragedia. Esso riempie ogni sua pausa e ne determina il ritmo. La parola articolata non può liberarsene, ma lo porta in sé come sua propria, intima «dissonanza».

La parola assume questo timbro, perché  è  capace di uccidere, di recare morte, di «divenire» mortale, meramente «assassina» che è per Hölderlin la parola greco-tragica. Tale tremenda potenza  si manifesta nell´Antigone nella sua forma più pura, comearchè . È la sua originaria energia che la produce e la muove, è essa che ne spiega l´inesausto agonismo: per essa  si affronta  la  più pericolosa delle gare: il dialogo. Uccide la parola di Creonte, ancor più duramente colpisce quella di Antigone.

Questo è l´essenziale: comprendere l´inseparabilità dei Due, Antigone e Creonte. E dare alla voce di entrambi tutta la sua potenza “omicida”. Assolutamente necessari l´uno all´altro, metafisicamente estranei a ogni odio personale, inarrestabili nel “rendersi morte”, essi incarnano così l´essenza del dialogo tragico. Il dialogo è tragico, quando le distinte dimensioni della Parola si incontrano e affrontano, pervenendo ciascuna all´acme della propria chiarezza, della coscienza di sé: proprio su questo limite manifestano l´impotenza a comprendersi ed accogliersi.

Quando due figure si affrontano con l´arma più tremenda, la parola, e scoprono reciprocamente di essere, per un efferato destino, impotenti all´ascolto, lì scoppia il conflitto incomponibile – che significa tuttavia, a un tempo, la necessità della loro relazione. Antigone non sarebbe senza Creonte. Soltanto con Antigone il dialogo diviene polemos purissimo, affrontamento di principî che si “conciliano” solo nel darsi reciproca morte (passim: Cacciari Introduzione ad Antigone).

Dunque quando una legge conferisce del male o non ha una sua precisa collocazione e giustificazione ,può essere disattesa?

È giusto non rispettarla, se essa è contro l’interesse del più debole, perché ne distrugge ogni suo bene, ne conculca i diritti fondamentali?

Le leggi vanno osservate, ma un diritto di resistenza (Hobbes, Kant) è dato, qualora esse non siano conformi ai principi dell’ordinamento, che affondano e si ritrovano nella culla di quelle non scritte , le leggi naturali.

Nel seno dell’applicazione del diritto bancario assistiamo, inermi, al trionfo delle circolari, istruzioni che addirittura sono superiori alla norma scritta. La ricaduta è devastante per il perseguimento del delitto di usura.

Le direttive della Banca di Italia rappresentano, per i magistrati, il sostrato normativo necessario per determinare il calcolo del Tasso effettivo globale. Significa, in ultima analisi, obbedire alla legge del più forte e non riconoscere giammai l’usura.

Infatti il tasso effettivo globale è il parametro matematico necessario che deve essere confrontato con il tasso soglia, stabilito dai decreti ministeriali, al fine di verificare la sussistenza o meno del reato di usura.

È ben noto che ogni linea di credito comporti un costo per un correntista. Questo costo è di natura globale, perché tiene conto di tutte le remunerazioni e commissioni che deve il correntista, al fine del suo pieno utilizzo.

Inserire tutti i costi (escluse le imposte e le tasse) nel tasso globale, sarebbe perciò la regola che ha stabilito il legislatore con la normativa anti usura di cui alle disposizioni della legge 108/96.Dunque, per esempio, nel tasso effettivo globale si dovrà inserire anche la commissione di massimo scoperto, il costo dell’anatocismo ,perché rappresentano le effettive remunerazioni, le più influenti ai fini del computo del Teg.

Ebbene, secondo le direttive della Banca di Italia, nel Tasso effettivo globale non devono essere indicate queste remunerazioni: inevitabilmente il numero finale del Teg sarà sempre minore, rispetto al tasso soglia e l’usura non sarà mai riscontrabile.

Le direttive della Banca di Italia sono mere circolari, istruzioni becere per funzionari incompetenti. Eppure magistrati (di Corti di merito asservite) le applicano supinamente, acquiescentemente, senza giustificazione alcuna, né normativa, né giurisprudenziale.

Inevitabilmente questo uniformarsi provoca il rigetto di tutte le domande civili e di ogni querela, che voglia trasmettere lanotitia criminis del rinvenimento dell’usura nei conti bancari.

L’usura, in questo modo, non troverà mai punizione, perché applicando  la legge del più forte, fatta di mere circolari, si schiaccia il debole. La soluzione di comodo non è appagante, è di regime ed a difesa delle lobbies: nessuno ha il coraggio di dire che tale orientamento dei Tribunali di Italia, soprattutto ove sono ubicate le sedi delle Banche (Milano, Torino, Brescia, Padova, Venezia), non è conforme agli orientamenti della Cassazione Penale.

E’ esoterica e misteriosa la spiegazione dei giudici e dei procuratori della Repubblica che   richiamano dette direttive: essi, acriticamente, asseriscono che non vi sia alcun organo che dia una modalità per il calcolo del TEG.

La giustificazione declina nell’ incompetenza e costituisce una scappatoia infantile, in quanto che la norma, nella sua asciuttezza e nella sua interpretazione autentica, statuisce che ogni remunerazione vada sussunta nel computo del tasso effettivo globale.

Anche la commissione di massimo scoperto deve essere tenuta in considerazione quale fattore potenzialmente produttivo di usura, essendo rilevanti, ai fini della determinazione del tasso usurario, tutti gli oneri che l’utente sopporta, in relazione all’utilizzo del credito e ciò indipendentemente dalle istruzioni o dalle direttive della Banca d’Italia, nelle quali si prevede che la commissione di massimo scoperto non debba essere valutata ai fini della determinazione del tasso effettivo globale, traducendosi, questa interpretazione, in un aggiramento della norma penale, che impone alla legge di stabilire il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari(Cassazione penale 23-11-2011, n. 46669).

La Cassazione è stata chiarissima: l’applicazione strumentale delle direttive della Banca di Italia conferisce la stura ad un’interpretazione che rappresenta un aggiramento della norma penale e dunque della legge ,perché è  solo la legge, che stabilisce il limite del tasso soglia e  la modalità della comparazione con il tasso effettivo globale.

I magistrati non rispettano i principi, come il sovrano Creonte le leggi non scritte, che li contengono.

Così muore Antigone:” Guardate o principi tebani, quale sopruso e da quali uomini subisco io, dei vostri re ultima figlia, solo perché onorai la pietà “(vv935-940).

Così si chiude la tragedia: ”Non si deve mai commettere empietà verso gli dei. Le parole superbe degli uomini arroganti scontano i colpi spietati del destino ed in vecchiaia insegnano ad essere saggi” (vv.1345-1350).

Il dado è tratto: è necessaria una rivoluzione silenziosa che richiami la dottrina affascinante di Luciano Violante, il quale sosteneva che punire il delitto di usura rendeva possibile un’uguaglianza sostanziale ai sensi dell’art.3 della Carta, perché si ristabiliva un equilibro, un’aequitas ad un contratto sinallagmatico nato sotto la legge del più forte: quella dell’usuraio.

di Biagio Riccio e Angelo Santoro

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