giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il Pd: eterno amalgama
non riuscito. Che fare?
Pubblicato il 13-08-2015


Diciamoci la verità. Lo spettacolo che ogni giorno il PD offre al Paese, all’Europa e al mondo è semplicemente indecente. Alle lotte quotidiane che scuotono il partito di governo ha in questi giorni dedicato tre “elezeviri politici”, il Corriere della Sera, tutti scevri di pietose edulcorazioni. Il primo, scritto da Aldo Cazzullo, muove dalla constatazione che non c’è scelta importante che non sia accompagnata da una censura acrimoniosa della minoranza del PD che fa capo, a quanto pare, a Pierluigi Bersani. Quest’ultimo ha raggiunto l’apice della contraddizione con se stesso quando, dopo aver denunciato per mesi l’inverecondia e il pericolo dell’uomo solo al comando, ha rimproverato a Renzi di non aver dato, di fronte al caso Azzolini, la linea al Gruppo parlamentare del PD al Senato. Ha infatti così rampognato il Presidente-Segretario: “Era lui che doveva dirci cosa si doveva fare”.

Intendiamoci: non siamo nati ieri. Le lotte e le divergenze interne ai partiti sono una costante storica della democrazia italiana. Basta pensare alle correnti della democrazia cristiana e ai governi crollati per le loro lotte intestine. E tuttavia alle baruffe anche violente seguivano gli aggiustamenti, davanti ai quali si acquietava anche il più focoso dei capi-correnti, il coriaceo Carlo Donat Cattin.

Anche nel PSI, partito esposto al vento delle scissioni, abbiamo conosciuto tensioni altissime (penso ai tempi dello scandalo ENI-Petromin) seguite poi dal prevalere del dovere della convivenza disarmata.

Oggi non è così. Gli sconfitti, fra cui si distinguono per intransigenza i post-comunisti della cosiddetta “ditta”, non accettano di essere minoranza, non tollerano di essere stati sconfitti alle elezioni del 2013, non si rassegnano alla provata incapacità di formare attorno a sé una maggioranza per governare, malgrado la pietosa invocazione del soccorso grillino.

E così, ogni giorno si susseguono i siluri contro la maggioranza del partito e contro Renzi: il quale, a sua volta, pratica ogni giorno la regola del fuhrerprinzip: il decisore che conta è il capo del Governo. Forse i belligeranti non se ne rendono conto, ma il cittadino comune avverte il sottofondo di odio che alimenta la vietnamizzazione del maggior partito italiano.

Anche Paolo Franchi, che della storia del PCI e del post-comunismo italiano è profondo conoscitore, sul Corriere del 6 agosto ha compiuto un’esegesi della condizione attuale di questa belligeranza permanente. La sua conclusione, se ho ben capito, è che una pacificazione politicamente operosa appare difficile, incerta, se non impossibile.

Angelo Panebianco (Corriere dell’8 agosto) conclude così la sua diagnosi sul PD: ”Altro che diversità antropologiche di berlingueriana memoria…La fine del post-comunismo e della sua ideologia è il prezzo che deve essere pagato perchè possa davvero nascere il partito della Nazione, ossia una formazione post-partitica in grado di mietere consensi elettorali trasversali.”.

L’attacco della minoranza del PD è diventato ancor più aspro quando il Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, l’antico migliorista, ha esortato a “non disfare la tela” della riforma del Senato.

Se è consentita una ragionata previsione, pare a me che nel PD non ci saranno né un armistizio virtuoso, né una vera pace. Dunque le cronache politiche continueranno ad essere lardellate dalla lotte senza quartiere fra il Presidente del Consiglio ed i suoi seguaci, da una parte, e le truppe della “Ditta” bersaniana, dall’altra. L’ex segretario del PD è garbato e colloquiale. Ma sotto il mantello sempre dialogante alberga la durezza di chi non accetta la sconfitta.

Sono trascorsi molti lustri dal 19’89 (crollo mondiale del comunismo) e dal 1982 (distruzione dei partiti storici della democrazia italiana per effetto dello straripamento unilaterale della magistratura) ma il partito della sinistra che doveva colmare il vuoto è rimasto l’eterno amalgama non riuscito, come bollato da Massimo D’Alema.

Anziché costruire un soggetto politico nuovo, nutrito dalla placenta storica del socialismo europeo (dunque anche italiano) gli improvvidi architetti del nuovo hanno affastellato una miscellanea di berlinguerismo e di sinistra democristiana. E’ difficile, sul punto, dissentire da Mauro del Bue che denuncia l’equivoco delle Feste dell’Unità, quotidiano comunista fondato da Antonio Gramsci ed organo del PCI, organizzate oggi da un partito che ha aderito al PSE.

Insomma, siamo al cospetto di una giustapposizione di componenti non coese e sempre contrapposte, che evoca le forme deteriori di sincretismo descritte nei manuali di filosofia come coacervo di “dottrine” che “per la loro superficialità e occasionalità non pervengono a risultati e a sviluppi originali”.

Questa essendo la realtà effettuale, non sembri eccessiva questa conclusione, che mutua la celebre espressione dell’Economist a proposito di Berlusconi: PD is unfit to lead Italy. Insomma questo partito in cui fanno premio sugli interessi del Paese le zuffe di potere fra i dirigenti non può essere l’architrave su cui poggia il governo. Si può al massimo completare il distico inglese con la parola “alone”: il PD non è in grado di guidare l’Italia da solo.

Se questo giudizio è fondato, è opportuno riflettere sulla possibile condotta che le altre forze politiche debbono seguire nell’interesse della Nazione.

Cominciando da casa nostra, si impone in primo luogo la ricerca di una cooperazione con chi intende operare per la modificazione della legge elettorale, allo scopo di attribuire il premio di maggioranza alla coalizione, anziché al maggior partito: anche per evitare il rischio che l’Italia cada nelle mani pericolose di Beppe Grillo o di Matteo Salvini.

Di più, di fronte all’incapacità ormai storica di trasformare il PDS-DS-PD in un grande partito della socialdemocrazia europea, si rende indispensabile la mobilitazione di tutte le energie liberal-democratiche e liberal-socialiste, oggi disperse e non dialoganti, per dar vita ad una alleanza capace di colmare il vuoto prodotto dal sostanziale default ideologico del PD.

A fronte di questa esigenza, è davvero il momento di rimarcare che la “rivoluzione giustizialista del 1992” ha distrutto i partiti storici non comunisti, ma restano vivi e meritevoli di essere applicati i valori della liberal-democrazia e del socialismo liberale. Per converso, la caduta del muro di Berlino del 1989 certifica il crollo mondiale del comunismo e dunque la delegittimazione politica del post-comunismo.

E’ dunque tempo di operare affinchè chi rappresenta in Italia queste idee e questi valori, che hanno avuto ragione dalla storia, possa costruire ed attuare una comune strategia politica ed anche elettorale.

In questa prospettiva, la navicella del PSI può svolgere un’utile funzione di stimolo e di dialogo: non certo nei confronti di chi già oggi è uscito o si accinge a fuoruscire dal PD (penso ai menestrelli che sono andati ad Atene per patrocinare il referendum anti-europeo), ma nei confronti delle forze politiche e culturali ancorate ai valori della democrazia liberale e del riformismo lib-lab. Viene in rilievo in primo luogo il Partito Radicale, purtroppo anch’esso funestato dal conflitto fra Pannella e Bonino. Ma esistono, al centro ed anche in periferia, dove proliferano le liste civiche promosse e votate da che rifiuta l’attuale architettura politica del Paese, energie disponibili ad impegnarsi per dar vita ad un nuovo corso liberaldemocratico.

Sarebbe utile – anzi, necessario – promuovere una conferenza politico-programmatica del disperso pianeta del centro-sinistra, allo scopo di organizzare le energie che non intendono confluire nel PD.

E non è una bestemmia attivare il dialogo anche sul versante che si usa definire di centro ed anche, con un logo improprio e\o sconveniente, di centro-destra. Penso che con Cicchitto, con Sacconi, ma anche con Pierferdinando Casini, si possa e si debba iniziare una riflessione sul nostro attuale sistema politico sgangherato.

Fabio Fabbri

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