mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Ilva, il “Paese normale”
che non si vede
Pubblicato il 03-08-2015


Ilva-Dl-diossina-boviniSalute o lavoro? Da tempo l’industria europea ha risolto il dilemma: investe nella sicurezza garantendo la salute degli operai, la salvaguardia del territorio, l’introduzione delle nuove tecnologie e la produttività delle fabbriche. In Italia non sempre, invece, è così. Molte volte gli imprenditori puntano ad alti profitti, trascurando o ignorando la salute dei lavoratori.

L’Ilva di Taranto fa testo. Il centro siderurgico pugliese, o quel che ne resta, da anni è sotto accusa e con l’incubo della chiusura. L’assemblea del Senato entro dopodomani  dovrebbe votare con la fiducia l’ennesimo decreto legge salva-Ilva, incorporato in quello sulle nuove procedure fallimentari; è l’ottavo secondo i conti del M5S e di Sel. Il decreto del governo Renzi tenta la scommessa, persa finora, di garantire la sicurezza dei posti di lavoro, di bonificare l’impianto e di rilanciare la produzione.

La crisi ambientale-economico-giudiziaria scoppiò cinque anni fa. Il 13 agosto 2010 il governo Berlusconi varò un decreto legge battezzato ‘salva-Ilva’. Da allora oltre a Silvio Berlusconi, altri tre presidenti del Consiglio (Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi) sono intervenuti a ripetizione a colpi di decreti. Uno dei momenti più drammatici è stato vissuto  tre anni fa.  Il 30 novembre 2012 Monti deliberò un decreto salva Ilva contro i sequestri degli impianti deciso dalla magistratura di Taranto.

L’alto livello delle malattie tumorali tra i lavoratori e a Taranto, gli scarsi o nulli investimenti nella sicurezza del lavoro e contro l’inquinamento industriale provocarono l’intervento della procura della Repubblica del capoluogo pugliese.  Il presidente del Consiglio tecnico commentò soddisfatto il decreto: «Abbiamo una creatura blindata dal punto di vista della sua effettiva applicazione. Viene chiamato ‘salva-Ilva’, ma dovremmo chiamarlo salva-ambiente, salute e lavoro». Ma non era così. Così non la pensavano i magistrati. Il Gip di Taranto Patrizia Todisco immediatamente suonò un’altra musica: l’attività produttiva dell’Ilva è «tuttora, allo stato attuale degli impianti e delle aree in sequestro, altamente pericolosa».

In tre anni è successo di tutto. Monti, Letta e Renzi, come Berlusconi, si sono cimentati nell’impresa del risanamento e del rilancio, finora senza grande fortuna.  L’Ilva di Taranto, il più grande centro siderurgico italiano e un tempo europeo, 15 mila dipendenti, l’1% del Pil nazionale, costruita nel 1961 dall’Iri come leva per lo sviluppo del sud Italia, acquisita nel 1995 dalla famiglia Riva, è entrata sempre di più nella tempesta produttiva-giudiziaria.

Sequestri e dissequestri d’impianti e della produzione di acciaio si sono susseguiti. Governo e magistratura sono entrati in rotta di collisione sulle terapie da adottare.  I salari hanno rischiato di non essere pagati, le ricevute dei fornitori sono rimaste in molti casi inevase, i debiti sono saliti, la produzione di acciaio è fortemente calata. La famiglia Riva, proprietaria dell’impianto, è uscita di scena nel 2013 e la fabbrica, definita dal governo di “interesse strategico nazionale”, è stata commissariata per impedirne la chiusura. Di fatto è divenuta un’azienda pubblica perché nessun gruppo siderurgico italiano o internazionale se l’è sentita di subentrare ai Riva.

E’ un continuo, drammatico, ping pong.  Renzi il 31 marzo scorso, dopo l’approvazione dell’ennesimo decreto dell’esecutivo da parte del Parlamento, ha scritto: «Per Taranto (e per l’Ilva) riparte la speranza». Tuttavia non è bastato il  settimo decreto per salvare l’Ilva e ne è seguito un altro, l’ottavo. E’ stato approvato la scorsa settimana dalla Camera con il voto di fiducia, e adesso è all’esame del Senato:  ha evitato lo spegnimento dell’altoforno 2, deciso dalla procura della Repubblica di Taranto dopo la morte di un operaio a giugno.

Ma il duello magistratura-governo prosegue ancora. I pm di Taranto hanno fatto ricorso alla Corte costituzionale ed hanno mandato i carabinieri per identificare gli operai che lavoravano nell’impianto. La vicenda ricorda altri casi: la Fincantieri di Monfalcone e il molo d’imbarco D dell’aeroporto di Fiumicino hanno subito vicissitudini simili.

Cesare Mirabelli, ex vice presidente del Csm (Consiglio superiore della magistratura), è allarmato dalla contesa tra il governo e le toghe: «È uno scontro di potere che non fa bene a nessuno». Ha precisato: non bisogna «eccedere nell’uso dello strumento del sequestro degli impianti».

In gioco è la politica industriale: va decisa dal governo o dai pubblici ministeri? In Europa la decisione è dei governi, in Italia non è più così. Dal 1992, l’anno nel quale scoppiò Tangentopoli e segnò il crollo della Prima Repubblica, la confusione è tanta. Lo scontro tra politica e giustizia è proseguito senza soste. Anche nella Seconda Repubblica la corruzione pubblica ha continuato a demolire la fiducia nei partiti, forse più di prima: anche gli ultimi scandali (Mafia Capitale, Mose a Venezia, Expo a Milano, Calciopoli) hanno avuto e stanno avendo effetti politici dirompenti.

Più i partiti si sono indeboliti e più la magistratura ha acquisito un ruolo di supplenza politica: pm come Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, Antonio Ingroia hanno deciso la discesa in politica, ma con scarsi risultati. Michele Emiliano, invece, ha avuto più fortuna e due mesi fa è stato eletto con una valanga di voti governatore della Puglia, la regione scossa da tangenti, arresti e processi legati alla sua fabbrica simbolo.

In vent’anni di Seconda Repubblica i tentativi di supplenza politica si sono moltiplicati: oltre ai magistrati, si sono proposti imprenditori come Berlusconi, fondatore del Pdl e di Forza Italia, e tecnici come l’economista Monti, presidente del Consiglio di un governo di grande coalizione tra centrosinistra e centrodestra. Poi è arrivato il ciclone del comico Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 Stelle, alfiere dell’opposizione anti sistema.

Tuttavia il rinnovamento stenta, lo scontro politica-toghe prosegue. Quando il Senato ha bocciato alcuni giorni fa la richiesta di arresto del senatore Antonio Azzollini, Ncd, Renzi ha respinto le critiche della sinistra del Pd e delle opposizioni: «Non siamo dei passacarte della Procura di Trani».  I partiti restano deboli, delegittimati, dimezzati e lo scontro con la magistratura continua e va ben oltre le scelte industriali, per tracimare anche nelle strategie politiche. Massimo D’Alema nel 1995 lanciò un progetto per trasformare l’Italia in “un Paese normale”. Ma la battaglia dell’allora segretario del Pds, poi divenuto presidente del Consiglio, non ha avuto successo. Il “Paese normale” ancora non si vede.

Rodolfo Ruocco
(www.rainews.it)

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