sabato, 3 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Pd: partito di Renzi e Berlinguer
Pubblicato il 05-08-2015


Il Pd sta ovunque tenendo manifestazioni, alcune anche con Sel, per ricordare e celebrare Enrico Berlinguer. Questo avviene mentre col consenso, anzi su iniziativa, di Renzi, ha ripreso le sue pubblicazioni L’Unità e al vecchio giornale comunista sono dedicate le feste del partito. La schizofrenia è evidente. Un partito che ha scelto il socialismo europeo, e che per aderirvi ha vissuto una lunga fase di problematica gestazione da un versante moderato, oggi risuscita, non già i maggiori protagonisti della storia socialista e riformista, da Turati, a Nenni, a Saragat, e lasciamo per un attimo fuori Bettino Craxi, ma un comunista, d’accordo anomalo, anche eurocomunista, ma certo mai socialista neppure nella versione più comoda e cioè europea, come appunto fu Enrico Berlinguer.

Anche L’Unità è stato un giornale comunista, fondato da Antonio Gramsci in polemica con le posizioni dell’Avanti e ispirato al soviettismo più dogmatico. Tanto che Occhetto, nella svolta del 1989, aveva ipotizzato non solo la modifica del nome del partito, ma anche quella del giornale, con quello, in verità tutt’altro che suggestivo, de “La novità”. Anche Occhetto non volle rifarsi a Berlinguer che di cambiare il nome del partito e di aderire all’Internazionale socialista non aveva mai minimamente neanche pensato. Eppure Occhetto viene oggi ignorato dal Pd, nonostante a lui e non a Berlinguer, si debba la nascita del Pds, che poi divenne Ds e che nel 2007 confluì con la Margherita nel Pd.

Perché oggi si riprendono i vecchi nomi e i simboli del comunismo? Perché a questo recupero non è estraneo lo stesso Renzi, che pur proviene da ben altra storia? Credo che il motivo sia semplice. Nel Pd è ancora radicata la componente che proviene dal mondo comunista. Sono in tanti che provengono dal Pci, dalla Fgci, che sono figli e nipoti di quella storia. Renzi deve sostenere un duro scontro con un’opposizione che prevalentemente da quelle radici era stata partorita. Il giovin signor fiorentino vuole aggirare la sua opposizione con una manovra di sentimental suasion della base ex comunista. E gli resuscita i vecchi miti, simboli e dirigenti. Anzi ha previsto una vera e propria divisione dei compiti. A lui la politica e il potere, agli ex comunisti la storia.

Rintanandoli nell’archivio ha l’impressione di avere più chanches e meno fastidi. Sembra dire loro con un tasso di cinismo non indifferente: “Volete Berlinguer? Eccolo. Volete L’Unità? E io ve l’ho data. E vi faccio pure i comizi alle feste de L’Unità. Che volete di più? Lasciatemi lavorare, dunque”. Ho letto che Bersani non ci sta. Che adombra che dietro il richiamo al Vietnam ci sia la voglia di napalm. Addirittura. Dovrebbe però spiegarlo ai militanti che si godono le feste e l’Unità e che possono bearsi dei richiami a Berlinguer. Una volta una militante del Pci, dopo la svolta della Bolognina, disse (ero presente anch’io): “Ci sarà la festa dell’Unità quest’anno? Si, bé allora non è cambiato niente”….

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Se i socialisti avessero il coraggio di riscoprire le origini del PSI, di adattare le motivazioni della sua nascita, nel corso della prima rivoluzione industriale, alle nuove di questa nostra seconda età delle macchine, allora il PSI ritornerebbe ad essere un grande movimento di cultura e di popolo. Ma bisogna anche creare le condizioni culturali e avere una base di consenso senza perdere i pezzi lungo il cammino.
    Ho più volte manifestato un’opinione scomoda, non molto condivisa, comunque ampiamente supportata da fatti incontrovertibili: Palmiro Togliatti, fin dal suo ritorno in Italia nel 1943, lavorò per l’unificazione socialista e per una forza socialdemocratica. Furono vent’anni di lavoro immane per trasformare la platea elettorale della sinistra italiana, cresciuta nella disillusione del mito fascista, passata attraverso la ferocia della guerra civile, approdata in una democrazia repubblicana che considerava strumento per la rivoluzione bolscevica. Questa platea doveva, secondo Togliatti, diventare il corpo elettorale di un moderno partito laburista di stile anglosassone e scandinavo. Ci sarebbe voluta una generazione, dal 1944 al 1964, per compiere il miracolo. Ci voleva anche una fase di sviluppo economico industriale; i nostalgici del vecchio regime fascista non dovevano prendere il sopravvento. Ciò puntualmente avvenne sotto la guida dei democristiani De Gasperi e Fanfani, con l’opposizione costruttiva di comunisti e socialisti. La Morte improvvisa di Togliatti nel 1964, proprio mentre stava scrivendo il memoriale che avrebbe sancito la nuova linea socialdemocratica del PCI, interruppe questo processo. La segreteria di Luigi Longo insabbiò la transizione in progetto e quella di Enrico Berlinguer, di stile moralista, trovò nelle componenti più arretrate della Democrazia Cristiana (Moro e Andreotti) il punto d’appoggio per demolire il lavoro compiuto da Togliatti nel dopoguerra. Il risultato fu la regressione delle sinistra italiana a livelli da guerra civile (con le brigate rosse per contorno), la delegittimazione e la criminalizzazione dell’avversario politico come prassi. Bettino Craxi, in casa socialista, tentò di riannodare il filo interrotto dopo la morte di Togliatti, riprendendo la strada per la prospettiva di una socialismo liberale. Ma tutta la potenza di fuoco degli allievi di Enrico Berlinguer si scagliò contro di lui e contro il nuovo corso socialista. Macerie fumanti sono state il risultato.
    Matteo Renzi, dopo un altro quarto di secolo, ha la possibilità di riprovarci ma deve compiere uno sforzo di onestà intellettuale anche per evitare di cadere, in futuro, nelle stesse trappole. Matteo Renzi ha bisogno dei socialisti, ha bisogno dell’Avanti! come giornale di indirizzo politico e culturale e di Bettino Craxi come riferimento storico. Vanno benissimo Giorgio La Pira e Amintore Fanfani come riferimento per gli ex democristiani, non Moro, Andreotti e Zaccagnini che non hanno appeal. Ma ha soprattutto bisogno di un punto di riferimento per tenere assieme la componente ex PCI del Partito Democratico. Potrà mai essere il grigio Berlinguer a fare da collante?

  2. Non condivido questa versione in chiave filo socialista di Togliatti. È vero che Togliatti fu più moderato e realista di Nenni, ma il motivo è che conosceva bene la situazione internazionale e la logica di Yalta. È vero, invece, che Togliatti fece del Pci una grande forza popolare e non un gruppo militare di avanguardia com’era il Pcdi al momento della scissione del 1921 ed è vero che un Togliatti depurato dal legame con l’Unione sovietica sarebbe stato un riformista. Infatti i togliattiani, da Napolitano a Macaluso a Chiaromonte a Bufalini a Cervetti dopo la caduta del comunismo divennero sostanzialmente socialisti. Al contrario dei berlingueriani che avevano un conto aperto col Psi e regolarono il conto approfittando di Tangentopoli.

  3. E aggiungo anche, per amore di verità, che Berlinguer, e questo è merito suo, lo strappo con l’Urss lo consumò dopo il colpo di stato a Varsavia, mentre Togliatti assolse e si vantò della tragica invasione dell’Ungheria.

    • Mauro, non dimenticare che Togliatti, per raggiungere il suo obiettivo, non doveva consentire scissioni alla sua sinistra ma poteva tollerare fughe verso il PSI, come avvenne nel 1957 con Antonio Giolitti e Loris Fortuna. Col PSI, nei suoi piani, vi sarebbe stata una confluenza futura mentre le frange perdute a sinistra sarebbero rimaste tali per sempre. Prendere le distanze da Mosca nel 1956, in occasione della rivolta ungherese, sarebbe stato troppo pericoloso. Berlinguer invece considerava il PSI un intralcio in un’ipotesi di compromesso storico con la Democrazia Cristiana. Quanto alla presa di distanze di Berlinguer dall’URSS nel 1968, in occasione dell’invasione cecoslovacca … permettimi di pensare che fosse un’ovvietà!

Lascia un commento