martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Le basi per un’alleanza col PD
Pubblicato il 31-08-2015


Marco Di Lello, nella sua mail indirizzata ai compagni a seguito dell’ormai famosa intervista pubblicata dal Corriere della Sera del 31 luglio, ci invita a riflettere: accolgo il suo invito, partendo da due premesse.

La prima: se si vuole condividere un ragionamento con i compagni, il modo peggiore è quello di farlo dopo aver già preso ed annunciato una decisione che avrebbe dovuto essere frutto di quel ragionamento.

La seconda: personalmente, mi sono avvicinato al PSI nel 1974, durante la campagna referendaria in difesa della Legge sul divorzio. Due anni dopo ne prendevo la tessera e, da allora, ne ho seguito tutto il suo travagliato percorso (dal PSI, al PSI, al SI, allo SDI, al PS e poi, di nuovo, al PSI). Se il partito dovesse decidere di smobilitare diventerei, alla Silone, “un socialista senza tessera”. Il Compagno Boselli, citando Nenni, soleva affermare che la Politica non si fa con i sentimenti nè coi risentimenti. È senz’altro vero per questi ultimi ma, una politica fatta senza sentimenti, senza passione, senza, anche, la necessaria indignazione verso le ingiustizie ed i soprusi, diventa arido mestiere. Non vale i sacrifici che si compiono in suo nome. Io, questo Partito, lo amo. Qualche volta mi tradisce, molte volte lo vorrei diverso, ma non saprei immaginare la mia vita senza di esso.

E veniamo alla riflessione: Marco sostiene, in sintesi, che la nostra dimensione è ormai ininfluente per poter incidere politicamente – da forza autonoma – sugli eventi italiani ed internazionali. Quindi, ci propone di non frapporre anacronistiche resistenze e di buttare il cuore oltre l’ostacolo prendendo atto che il PD è una forza riformista aderente al PSE e confluendo in esso, senza infingimenti, portandovi il valore aggiunto della “vision” socialista e richiamando il monito di Nenni del “rinnovarsi o perire”. Che dire? Intanto, non è solo la dimensione che determina l’influenza politica di un soggetto politico. Basti pensare al PRI di Ugo La Malfa o ai Radicali, partiti certamente non rilevanti sul piano numerico ma la cui azione ha inciso in maniera significativa nella storia del Paese contribuendo a trasformare la società. E, del resto, lo stesso PSI di Craxi ha rinnovato profondamente la Politica da forza minoritaria. Ma quand’anche dessimo per vero questo assunto, in base a quale virtù palingenetica la nostra ininfluenza di soggetto autonomo si trasformerebbe in influenza all’interno di un partito grande trenta/quaranta volte più di noi? No, caro Marco, l’adesione al PD significherebbe, per noi, “annullarsi e perire”.

Certo, il PD ha aderito al PSE ma, neanche un mese fa, Renzi confidava ad Obama che il suo sogno è quello di cambiarne il nome in Partito dei Democratici Europei. Dovremmo condividere questo sogno? Il nostro piccolo partito è sopravvissuto fino ad oggi facendo ricorso ad un’unica grande risorsa: quella della propria identità. Se rinunciassimo ad essa, ciò equivarrebbe a scegliere l’eutanasia. Solo, che per molti di noi, non sarebbe affatto una morte indolore. Forse, dunque, la nostra priorità oggi non è quella di riflettere sulla nostra esistenza ma, di agire – con determinazione – per preservarla.

La Conferenza programmatica, indetta dal Partito per il prossimo Autunno, può rivelarsi un appuntamento fondamentale. Le quattro campagne politiche proposte dal compagno Mauro Del Bue, direttore dell’Avanti!, possono diventare un valido strumento per ridare slancio al Partito. Dobbiamo però, prioritariamente, avere ben chiaro il quadro strategico da disegnare per il prossimo futuro. Io credo che non si possa prescindere dall’alleanza con il PD, che è il maggior partito della coalizione di centro sinistra della quale noi facciamo parte a pieno titolo (velleitarie mi sembrano, a questo proposito, le posizioni di qualche nostro compagno che dipingono Renzi come il Male assoluto ed il PD come nostro principale avversario). Un’alleanza che deve, però, basarsi su due punti fermi: il primo, è rappresentato dall’autonomia politico organizzativa del Partito, che dobbiamo ribadire e rafforzare; il secondo, è il nostro impegno a costruire, nel Centro sinistra, un’Area di riferimento politico culturale della “Sinistra libertaria” della cui esistenza, in Italia, si sente una gran mancanza.

L’esperienza della “Rosa nel Pugno” è stata un embrione di quest’area che, raccogliendo un milione di voti, ha dimostrato che un percorso politico di questo genere è possibile perseguire.

Dobbiamo, poi, reagire con forza alle tentazioni di autosufficienza che, ciclicamente, attraverso leggi elettorali “ad partitum”, cercano di spingere il Paese verso un innaturale bipartitismo estraneo alla nostra Storia. Abbiamo detto un No forte e chiaro quando questa politica la perseguì Veltroni, altrettanto chiaro e forte dovrà esserlo, il nostro No, se ce la ripropone Renzi.

La legge elettorale dovrebbe coniugare le esigenze di rappresentanza con quelle della governabilità e, dunque, può prevedere meccanismi anti frammentazione . Ma, una legge che assommi soglie di sbarramento e premio di maggioranza diviene, inevitabilmente, strumento di compressione della democrazia.

Credo, infine, che dai nostri ragionamenti non possa essere escluso un ripensamento profondo del nostro modello di partito: abbiamo pensato, in questi ultimi venti anni, che ricostruendo una rete di amministratori locali nei territori, questo ci avrebbe garantito, automaticamente, la possibilità di radicarci e di crescere. Dobbiamo prendere atto che così non è stato: molte, troppe volte abbiamo fatto eleggere “compagni” che, dopo un giro di valzer con noi, hanno cercato fortuna e riconferma sicura su altri lidi lasciando rovine nel Partito quando esso si era strutturato prevalentemente attorno al loro ruolo.

Io credo che se fondamentale è disporre di buoni amministratori altrettanto lo sia avere gruppi dirigenti che si dedichino esclusivamente al Partito: solo unendo le due realtà possiamo avere un radicamento progressivo e crescente sui territori. Va, poi, affrontato l’aspetto organizzativo: noi siamo ancora strutturati come un Partito novecentesco con organismi pletorici e poco efficaci ed una catena di comando piramidale che non ha più alcuna rispondenza con la realtà nella quale viviamo. Dobbiamo, a mio avviso, pensare ad un modello federativo basato sui partiti regionali che godano di ampia autonomia e ad un livello centrale più snello ed efficiente. Ultima questione, quella di pensare a far rivivere l’Avanti! della Domenica in formato cartaceo come strumento di “proselitismo” e di propaganda.

Insomma, gli argomenti da discutere non mancano. A chi va via cercando strade più comode mi permetto di rammentare un altro detto nenniano: “È meglio sbagliare con il proprio partito che avere ragione contro di esso”.

Vittorio D’Ippolito

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Commenti all'articolo
  1. caro vittorio se il Psi non vuole aderire al Pd non si capisce perchè ha detto sì ad una legge elettorale che prevede un premio alla lista, quindi accorpamenti, e non prevede coalizioni. lo sbarramento al 3% (sic) è previsto come diritto di tribuna per i partiti che non aderiscono al listone. non entro nel merito del dibattito ma lo farò a breve con alcune riflessioni però chi nel psi dice no alla proposta di di lello, per essere credibile, deve chiedere a Renzi la modifica della legge e d essere conseguente se non la ottiene. altrimenti la la divisioone rischia di essre tra chi va oggi nel Pd e tra chi va domani nella lista del pd o partito della nazione o chi va nella lista con sel e civati.

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