venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Libia. Possibili assestamenti
politici e istituzionali
Pubblicato il 17-08-2015


L’avanzata dell’ISIS e la strage di Sirte degli scorsi giorni, l’ondata migratoria che sta coinvolgendo Italia e Grecia sembra avere imposto all’Agenda della crisi libica un’accelerazione alla soluzione della crisi interna che fino a qualche settimane era auspicata, ma appariva lontano dal poter essere realizzata. Se da un lato le cancellerie di Francia Germania, Spagna, Gran Bretagna, USA e la nostra – condannando gli atti barbarici – fanno appello ad una “concordia nazionale” che possa dare vita ad un governo per tutti i libici, dall’altro è già pronto uno statement conclusivo presentato alle fazioni in lotta (se ne contano più di venti, ma l’assenso dell’auto-nominato governo di Tripoli è quello decisivo) per dare un segnale di unità che isoli almeno politicamente i clans legati all’ISIS e che prepari anche una presenza internazionale, garantita e promossa dalle Nazioni Unite, che funga sia da Institutions Buildings, ovvero nell’accompagnamento per ricostruire lo Stato praticamente scomparso, ma che sia anche in grado di svolgere azione di sicurezza con la presenza di peacekeepers, cioè di truppe armate per garantire la pace e la stabilità.

A differenza del complesso processo di pace iracheno il terreno libico è dissodato da odii inter-razziali che continuano a costellare il terreno di attentati e vendette che hanno lasciato il campo alle inedite forze del male rappresentate dall’insorgente Stato Islamico, finanziato dall’esterno che si è insinuato nel rinato conflitto sunnita-sciita. La Libia è sì divisa fra tribù e ha – sin dall’origine – una divisione territoriale marcata, tuttavia il carattere federativo in una tri-partizione territoriale avente come collante uno Stato centrale può determinare in prospettiva una base politico-istituzionale più convincente respingendo i tentativi maldestri occidentali (in particolare francesi ed inglesi) che pretendevano un’egemonia della Cirenaica sulla Tripolitania ed un’azzeramento dell’influenza delle tribù anticamente legate al Colonnello Gheddafi.

Al di là dei possibili futuri assestamenti politici ed istituzionali quello che oramai oggi allarma è il processo di somalizzazione della Libia che sta già determinando emergenze umanitarie ed una condizione della popolazione civile non più sostenibile. Si moltiplicano gli attacchi agli ospedali ormai privati della metà del proprio personale – che era straniero ed è in fuga – il crollo della produzione del greggio (peraltro afflitta dal crescente calo di valore di mercato) e la sicurezza che ha messo in crisi gli interscambi commerciali stanno rendendo la Libia una prigione a cielo aperto per gli abitanti superstiti rendendo così più agevole l’avanzamento delle truppe mercenarie dell’ISIS.

E’ questa condizione estrema che sta portando i signori della guerra libica verso una posizione più ragionevole, ed un eventuale soluzione negoziata non potrà che favorire degnamente tutta l’area mediterranea, per prima quella italiana interessata per ragioni di strategia economica e per la sicurezza interna.

Per questa ragione il ‘Corriere della Sera’ attraverso un suo autorevole columnist, L’Ambasciatore Romano, invoca un intervento più assertivo del nostro Paese. E’ possibile che il nostro Stato Maggiore si ritenga idoneo a far parte in una posizione apicale di un’eventuale missione di pace sul terreno, ed è certamente auspicabile che l’Italia non si sottragga al proprio impegno, quello che tuttavia non può non essere sottolineato è la particolare delicatezza della posizione italiana in virtù del nostro status di ex potenza coloniale. E’’ assai difficile che in seno alle Nazioni Unite non si tenga conto di questo nonostante l’avventura coloniale risalga ad un secolo orsono, i frequenti interscambi italo-libici e la contiguità territoriale hanno mantenuto in vita l’antico legame, il sostegno al Colonnello Gheddafi, avversato per decenni, paradossalmente avvenuto nella sua parabola discendente rende più complessa la presenza italiana che tuttavia si renderà necessaria ed indispensabile non soltanto per ragioni di prestigio politico, ma per un interesse strategico diretto del nostro Paese che dovrà però, a differenza di quanto è avvenuto negli ultimi mesi, essere equidistante da tutti gli interlocutori politici, nel rispetto delle autonomie territoriali e delle nuove influenze di potere che si sono affermate nell’era post-gheddafiana.

Lo storico Cardini ha definito “ipocrita” il rapporto dell’Occidente con le nuove realtà islamiche che invocano un nuovo Califfato, ipocrita perché è occidentale la mano che ha armato i cosiddetti “ribelli” siriani, oggi quasi in ritirata dopo i successi strategici di Assad e l’accordo fra Iran e USA, perché la retorica della salvifica Primavera Araba ha regalato il peggior periodo di stabilità del Nord Africa negli ultimi cinquant’anni. Il cambio di strategia occidentale è la prova di un ripensamento dinanzi alle incognite che ha prodotto questa crisi, l’auspicio è che il difficile e oneroso intervento e che la presenza dell’Occidente sul terreno sia un reale sostegno a nuovi e più temperati equilibri e non una scintilla che faccia divampare ancora di più una situazione oramai fuori controllo.

Bobo Craxi

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Commenti all'articolo
  1. Egregio Dottor Craxi, tutto ben scritto, però immaginare una missione “di pace” in un Paese in piena guerra civile e di fazioni…
    Forse, per quanto ci ripudi l’idea, sarebbe più realistico parlare di missione “di guerra” in quanto non sembra che le parti in lotta siano formate da persone pacifiche.
    Cordiali saluti, Mario Mosca.

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