giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Malati di crescita
Pubblicato il 16-08-2015


Io non penso che la crisi si affronti tornando a un vecchio modello di socialismo che riscopra l’anticapitalismo. Leggo troppi slogan sulla Germania padrona che vorrei approfondire alla luce dei fatti. Prendiamo il caso Grecia. Tsipras ha prima organizzato un referendum per dire no alle proposte europee, e i nuovi profeti dell’anticapitalismo di destra e di sinistra si sono radunati sotto il Partenone coi loro troller, per fare di Tsipras il loro Apollo. Poi Tsipras è stato indotto a scegliere. O stare nell’euro accettando le condizioni imposte o uscire. E ha scelto di restare producendo una divisone insanabile nel suo partito che rende oggi assai precaria la maggioranza parlamentare del suo governo. Alla luce di tutto questo si registrano due conseguenze inaspettate. La prima è che i sondaggi danno oggi al partito di Tsipras più voti di prima. La seconda è che nel frattempo la Grecia è cresciuta dello 0,8, contro il solo 0,2 dell’Italia.

Allora, mi chiedo, questa contrapposizione manichea tra rigore e sviluppo perché in Grecia non tiene? E perché il popolo greco, costretto a tanti sacrifici, consegna al governo che glieli chiede ancora più consensi di prima? Prendiamo il caso della Spagna, che stava dietro l’Italia anche sul deficit, oltre che sul piano dell’occupazione. Oggi la Spagna segna un più 1 è un più 3,6 tendenziale per l’anno in corso. Un mezzo miracolo. Eppure in Spagna è stata applicata una dura medicina anche ai lavoratori dipendenti. Ma la Spagna s’è desta. Il problema semmai è chiedersi perché l’Italia non accenni, se non solo in misura minima, a crescere. Per Squinzi anzi la crescita non c’è. Per Padoan si poteva e doveva fare di più. Cosa, però, visto che lui è ministro dell’economia, non è chiaro.

Penso che i tagli alla spesa non siano stati sufficienti e che il taglio delle tasse sia solo un proposito. Inutile girarci attorno, ma se non affrontiamo con concretezza queste due questioni non ne usciremo. Inutile fare tagli agli enti locali che vengono poi recuperati con l’aumento della tassazione e dell’imposizione. Nessuno ha ancora spiegato i motivi dell’allontanamento di Cottarelli, che sembra lo smemorato di Collegno. Non rivela nulla, forse sostiene anche che Cottarelli non è lui. Il piano anti tasse di Renzi per ora è solo un annuncio. Scatterà il prossimo anno, per estendersi al 2017 e al 2018. Ma qui bisogna agire subito. Rischiamo di essere ormai superati, anzi lo siamo già, dalla Grecia, siamo il paese europeo che cresce di meno. Rinviare provvedimenti agli anni a venire non mi pare rassicurante. Meglio un taglio subito che tanti tagli domani, amici cari.

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Commenti all'articolo
  1. E’ giusto parlare di tagli direttore, tanto è vero che il Presidente Mattarella lo sta facendo al Quirinale.
    Il punto cruciale è sempre uno: il male dei mali nostri sono i privilegi delle varie caste e gli stipendi e pensioni abnormi.
    Tante chiacchiere, ma fatti pochi o nulla e con il nulla non si va da nessuna parte!

  2. Al tempo della prima Leopolda, pur non andandoci, ebbi la premura di chiedere a chi c’era stato dove volesse parare quel giovanotto sindaco di Firenze. “Semplice”, mi dissero,“vogliono far fuori tutta la vecchia politica post comunista, oltre alla rottamazione dei suoi epigoni, per costruire un nuovo partito, un centro aperto verso sinistra”.
    Fu da allora che mi misi a seguire le mosse di chi sarebbe diventato presidente del consiglio dei ministri.
    Confesso che le maratone della stazione fiorentina non mi apparvero niente di speciale, al di là di buone intenzioni e di aspirazioni legittime.
    Fu l’uscita del pamphlet di Yoram Gutgeld , “Come far ridere i poveri senza far piangere i ricchi” e il supporto che questi dette a Renzi alcuni anni fa che mi rivelò che il disegno stava andando avanti con più forza.
    Renzi non aveva mai dato i segni di poter concepire una politica economica, un indirizzo che avesse le basi per poter far cambiare la rotta della politica economica italiana e favorire nuovi sbocchi produttivi e occupazionali.
    Gutgeld gli aprì la strada e lui poté così mettere in campo anche un disegno economico.
    Ma Gutgeld non dà soluzioni decisive: si tratta di azioni, senz’altro anche utili, che però non possono, da sole, dare una sterzata all’economia italiana e la ripresa di produzione e di occupazione. Pensa, Gutgeld, ad azioni di limatura dei meccanismi (anche con lati non del tutto neutrali) che possono favorire risparmi di spesa, riallocabili altrimenti, o nuove entrate dalla lotta all’evasione.
    Non c’è una visione di prospettiva.
    E questo manca, quasi naturaliter, di conseguenza anche in Renzi.
    Gutgeld viene dalle aziende di revisione; concepisce perciò il suo lavoro in termini di miglioramento delle procedure, della ricerca degli sprechi, dell’ottimizzazione delle risorse, del rispetto dei termini legali,dell’affinamento delle politiche del personale, del perfezionamento degli strumenti finanziari. Gli sfugge forse la visione propulsiva e resta sempre nel campo del mercato, in termini liberisti, di fattori della produzione, lasciati fluttuare senza freno e con relativamente pochi stimoli di natura pubblica.
    Renzi non si discosta da quel pensiero. E’ così che può ampliare a tre anni il contratto a tempo determinato senza obbligo di specifica da parte del datore di lavoro, è così che può concepire il “jobs act”, è’ così che può affermare che Marchionne è un modello. E’così che può credere che l’elargizione degli “ottantini” sia una manovra economica, oltre che elettorale.
    Un modesto contributo come quello avrebbe avuto bisogno di un moltiplicatore incredibile per scatenare una ripresa dei consumi significativa.
    Renzi non si misura con i problemi dell’industria; pare che si sia assuefatto (ma potrebbe anche essere accondiscendente) a coloro che hanno deciso che in Italia la produzione industriale debba scomparire, a favore di altri produttori o di altri territori fuori d’Italia.
    Ha sicuramente in testa un modello “americano”, dove tutto è regolato dal mercato e dal profitto. Il filone di pensiero scaturito dal nascente capitalismo nell’ottocento e nel novecento, che portò ad attenuare le condizioni inumane alle quali erano sottoposti i lavoratori, non gli passa neppure per l’anticamera del cervello.
    Non gli piacciono i sindacati: è vero, anche negli USA i sindacati non piacevano: infatti ci pensò la malavita a metterli a non nuocere.
    Sicuramente, però, il metodo di frantumazione degli avversari è di Renzi. Sceglie il nemico “del popolo” volta per volta e lo frantuma, restando solo al comando, cambiando la pelle al PD (come mi avevano detto nel 2010) governando per illusionismi.
    “Cum parole non si mantengono li stati”

  3. In questi giorni, nel seguire i commenti sul tasso di crescita del nostro PIL, rivelatosi al di sotto delle aspettative, mi è capitato di leggerne uno, non ricordo su quale giornale, che non grondava di ottimismo e che parlava, a spiegazione del fenomeno, di marginalità delle imprese (questo almeno era il concetto, al di là delle esatte parole).

    Se questa tesi fosse fondata, e se io non ho mal interpretato il senso di quelle parole, ci sarebbe realmente da preoccuparsi, perché l’economia e l’occupazione hanno estremo bisogno delle imprese, e della imprenditorialità, e una forza politica che non voglia giustamente “riscoprire l’anticapitalismo”, dovrebbe chiedersi se detta “marginalità” non abbia anche cause interne – oltre alle ragioni che attengono verosimilmente alla globalizzazione dei mercati – e se queste cause interne effettivamente esistono, vedi l’eccessivo carico fiscale o normativo…., proporsi con convinta determinazione di rimuoverle, o ridurle quanto più possibile.

    L’obiettivo dovrebbe essere quello che le nostre imprese, viste nel loro insieme, tornino al più presto ad avere un ruolo centrale nella vita del Belpaese, vuoi perché possono risollevare l’economia, o darvi comunque una grossa spinta, e funzionare dunque da antidoto verso la crisi, vuoi perché un “sistema” di questa importanza va salvaguardato e sostenuto prima che sia troppo tardi, agendo dunque senza “rinviare i provvedimenti agli anni a venire”.

    Paolo B. 17.08.2015

  4. Occorrerebbe in primo luogo considerare il fatto che crescite dell’ordine dell’1% da qui alla fine del XXI secolo, considerando anche i trend e le previsioni dei tassi di crescita demografica, non sono da considerarsi cosi’ negative se saranno in grado di ridurre le attuali disuguaglianze e, se considerate nel lungo periodo, potranno creare progresso. Probabilmente, non si potra’ crescere piü del 2-3% nell’Europa occidentale. In secondo luogo, perche’, oggi, una forza socialista fa cosi’ fatica a promuovere e palare di sviluppo umano invece che di crescita? La crescita non tiene in considerazione anche indicatori di progresso sociale rilevanti (sanita’ e istruzione oltre che reddito), sempre con riguardo alla questione delle disuguaglianze. In terzo luogo, perche’ si considera cosi’ importante la politica dei tagli, certamente da perseguire, se attuata in modo equo, ma non prioritariamente rispetto ad altre criticita’ quali corruzione, evasione fiscale e, una volta risolte quest’ultime, ad un’imposta patrimoniale progressiva sul reddito? Perfino nell’America di Kennedy avevano capito questa necessita’. Vi rendete conto che siamo arrivati allo stesso rapporto capitale/prodotto antecendenti alle guerre mondiali? Non si produce piu’, si vive delle rendite patrimoniali ereditate. Qui non si puo’ ridurre la questione al massimalismo o al craxismo, piuttosto occorre mettere al centro i bisogni di sopravvivenza di una fetta sempre piu’ numerosa di popolazione (mondiale e non solo italiana).

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