lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Negoziazione politica e Parlamento… Non solo risate
Pubblicato il 26-08-2015


Dal 1688 il Bill of Rights (e dal 1948 l’articolo 68 primo comma della nostra Costituzione) tutela la negoziazione politica da sindacati esterni al Parlamento: scambi che possono apparire immorali o semplicemente incongrui – del tipo il ritiro di 500mila emendamenti in cambio dello sblocco di una procedura di grazia – meritano il giudizio dell’opinione pubblica o del Corpo elettorale, o quello severo espresso ieri a Rimini dal Presidente del consiglio (“una risata li seppellirà”). Ma sicuramente essi non meritano l’ingerenza della magistratura (e men che mai l’evocazione del voto di scambio, come fatto da qualcuno nei confronti del pittoresco autore della proposta).
Eppure, ambiti assai vicini al procedimento legislativo vengono sempre più in rilievo in procedimenti penali: Giuliano Vassalli, mezzo secolo fa, tracciò un punto di equilibrio tra attività politica e mercimonio illecito e l’illuminante trattazione – svolta dal professor Coppi dinanzi al tribunale di Napoli – lo ha doviziosamente riconosciuto, pur non trovando riscontro nella pronuncia di quel collegio nel caso Berlusconi/De Gregorio. Le cose non vanno meglio in ambito civile: anche qui la legge-provvedimento, strumento della più tradizionale tendenza italica al metodo casistico nell’affrontare i problemi che nascono dal sociale, ha decisamente fatto il suo tempo ed è regolarmente sotto attacco. Gli è che – a riempire il vuoto o l’incapacità della politica – da tempo è stata chiamata la Corte costituzionale, nella doppia veste di giudice delle leggi e di giudice dei conflitti: su ambedue questi fronti, gli indicatori sono tutti nel segno di una netta volontà di progressiva innovazione giurisprudenziale.

Da un lato, come giudice delle leggi, la Corte è potuta entrare per la prima volta nel sancta sanctorum della procedura parlamentare, con la fondamentale sentenza Cartabia n. 32 del 2014, a tutela dell’equilibrio tra i poteri dal pernicioso effetto combinato maxiemendamenti/fiducia; è un’evoluzione non sconosciuta all’estero – come dimostrano i recenti casi di sindacato delle leggi, sotto il profilo del vizio in procedendo, da parte del Consiglio costituzionale francese – e che un giorno potrebbe portare a disapplicare la norma regolamentare delle Camere, il cui effetto sia stato quello di produrre una legge incostituzionale. Dall’altro lato, vi è chi teme che il conflitto tra la Cassazione e il Senato sullo status dei dipendenti delle Camere – che per la prima volta metterà sotto scrutinio i regolamenti parlamentari – dia la stura ad un ingresso a piedi uniti del giudice nel modo in cui le Presidenze gestiscono la procedura di approvazione delle leggi; nella sentenza Amato n. 120 del 2014, la scelta di mettere in sicurezza l’ordinamento parlamentare, spostando la questione sul binario del conflitto, esorcizza queste paure: ma nel contempo l’imminente decisione – nel senso dell’oramai inevitabile abbandono della vecchia concezione “geografica” dell’immunità del Palazzo – richiede un’oculata capacità di gestione delle conseguenze.

La soluzione, offerta dal disegno di legge di abolizione dell’autodichia (riproposto in questa legislatura da Enrico Buemi), è rifondare le guarentigie del Parlamento su una nozione funzionalistica. Saprà la Corte tracciare la linea di demarcazione tra i diritti conculcati del lavoratore in Parlamento e la procedura legislativa regolata inappellabilmente dal Presidente? Dove l’ordinamento interno esorbita (e va ricondotto alla grande regola dello Stato di diritto) e dove invece è un argine contro l’invadenza di una parte della magistratura (che vorrebbe sostituirsi agli eletti e costruire uno Stato etico)?
È proprio per propiziare la ricerca di un punto di equilibrio, che i Costituenti escogitarono la composizione mista della Corte costituzionale. Non si può allora sottacere il rischio di sbilanciamento dell’assetto dei poteri, che è prodotto dal ritardo nella nomina di tre giudici di fonte parlamentare: poiché infatti le altre due fonti di nomina sono puntualissime nell’esercitare il proprio diritto, è il Parlamento la voce più flebile, in questi momenti di carenza di plenum.
Non che sui ritardi manchino precedenti, anche di durata maggiore agli attuali 13 mesi (per il rimpiazzo più datato): ci furono 17 mesi con un seggio vuoto nel 2007-2008 ed altrettanti per tre seggi tra il 2000 ed il 2002; ma sempre nella quota dei 5 giudici nominati dal Parlamento.

È ben vero che il quorum dei quindici giudici è fissato dalla legge ad 11 e che, ora come allora, siamo ancora ad una presenza sopra al minimo per deliberare. Ma è altrettanto vero che, usualmente, sono previsti quorum interni per un organo avente molteplici fonti di nomina (nel nostro caso: cinque dal Capo dello Stato, cinque dalle supreme magistrature e cinque dal Parlamento in seduta comune). Solo per una stranezza della legge, non vi è quest’accortezza anche in Italia: il che fa sì che il collegio possa deliberare anche se una delle tre componenti sia sguarnita ultra dimidium.
L’assenza del plenum costituzionale fu all’origine dello sciopero della fame con cui Marco Pannella nel 2002 sbloccò le nomine: persino colui che – nei suoi massimi momenti di generosità – bollava l’organo di palazzo della Consulta come “la suprema cupola della mafiosità partitocratica”, conosceva bene il rischio di indebolimento dello Stato di diritto nel nostro Paese, derivante da questa lacuna.

Certo, se il Parlamento non si difende da sé, in questa congerie di antipolitica galoppante sarebbe ben strano che venisse a difenderlo un podestà forestiero: in assenza di Pannella, in materia di immunità parlamentari ci ha provato un mese fa Matteo Renzi, scatenando un (peloso?) richiamo alla separazione dei poteri. È il Parlamento stesso che deve difendersi, e può farlo prima di tutto adempiendo al più presto ai suoi obblighi costituzionali. Già nel 1997 il Consiglio d’Europa segnalava Italia ed Ungheria come i due Stati con il deprecato fenomeno dei seggi costituzionali vacanti. In modo preveggente, il rapporto della commissione Venezia vi riscontrava una causa di instabilità per la Corte ungherese: abbiamo visto come, tre lustri dopo, Orban ha colto l’occasione di questa fragilità – in primo luogo d’immagine, ma anche di produzione giurisprudenziale – per imporre la revisione costituzionale che ha infeudato al Governo il massimo collegio giudicante ungherese (come ricordato nelle risoluzioni critiche assunte dal Parlamento europeo e dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa).
Forse sarebbe il caso di non essere orbi dinanzi a questo tipo di pericolo e, con la celere presa di coscienza dei propri doveri costituzionali, porre decisamente rimedio a questo intollerabile ritardo.

Giampiero Buonomo

Giampiero Buonomo

https://independent.academia.edu/GiampieroBuonomo

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