sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Nostalgie
Pubblicato il 04-08-2015


Siamo obbligati a rimpiangere Gheddafi, alla luce del caos libico, dove esistono due governi contrapposti e si frastagliano miriadi di tribù che comandano sui territori. Siamo obbligati a condannarci per i bombardamenti su Tripoli voluti dai francesi e dagli americani, ma accettati e appoggiati anche dall’Italia di Berlusconi, non dalla Germania della Merkel. Siamo forse costretti ormai a rimpiangere “le democrature”, come le definì il nostro De Michelis, un misto di dittatura, molta, e democrazia, poca, dei vari regimi arabi ribaltati dalle rivoluzioni di Primavera. In molti, anche laggiù, sono sensibili alla nostra vecchia tiritera dell’arridatece er Puzzone. Non era meglio tenerci Ben Alì, Mubarak, perfino Saddam, oggi che questo capovolgimento ha partorito i barbari dell’Isis?

Viviamo un momento di forti nostalgie. Il presente risulta quasi sempre peggio del passato. Per i più vecchi non era così. Cosa ci poteva essere peggio della guerra, dei bombardamenti, della povertà? La nostra generazione vive invece il passato con rimpianto. I nostri genitori vivevano il futuro con ottimismo. Noi lo viviamo con angoscia per le difficoltà dei nostri figli. D’altronde, anche in Italia ormai si rivalutano Andreotti, Fanfani, la vecchia Dc, mentre sul Psi e su Craxi è ormai in fase avanzata un processo di riabilitazione, anche troppo lento. Nel socialismo europeo chi non rimpiange Mitterand, al confronto Hollande non regge, chi non paragona i vari Soares, Gonzales, Schroeder ai socialisti di oggi, con ampio margine di vantaggio per i primi? Chi non parla di De Gasperi, di Adenauer, di Churchill, come di statisti senza eguali? E chi non crede che Kennedy, ma anche Reagan, avessero una marcia in più rispetto ai loro successori?

La nostalgia si diffonde e si allarga ormai in ogni campo. Dal cinema, alla musica, al teatro, alla scienza. Forse solo in quest’ultimo campo oggi si possono trovare degli epigoni d’un certo spessore. Ma in Italia abbiamo avuto Sordi, Gassman e Mastroianni, e oggi? Poi anche Fellini, Visconti, Antonioni, De Sica, Pasolini, poi? E dopo Pavese, Vittorini, Ungaretti? E dopo Modugno, De Andrè, Battisti, Gaber? E chi ci sarà dopo Fo? E dopo Muti, visto che Abbado non c’è più? E perché nessuno oggi è in grado di sostituire i tre tenori Carreras, Domingo e Pavarotti? Una forte nostalgia ci prende anche per le vecchie cinquecento e le ragazze con le minigonne.

O siamo noi che viviamo in un’epoca densa solo di incertezze? Non era finita la storia dopo la caduta del Muro, secondo un noto filosofo giapponese? E cos’è questa crisi di cui non conosciamo bene i motivi, con l’invisibile finanza che ci accompagna silenziosamente e malignamente? Si ha quasi l’impressione che “era sempre meglio quando si stava peggio”. Perché? Perché anche i sindaci e gli assessori di oggi ci sembrano più sbiaditi, più amorfi, insomma di gran lunga meno primi cittadini? E pensare che si vuole rottamare il passato. Bisognerebbe rottamare il presente. Però indietro non si torna. Restiamo come ingrippati. Appesi al filo della nostalgia per chi e cose che non ci sono più. Prigionieri di un mondo oggi da vivere senza poterlo accettare. Rassegniamoci a un futuro indecifrabile. L’unica cosa da pretendere sarebbe quella di chiedere il conto a chi ci ha ridotti così. A chi si è vantato del rinnovamento e a chi lo ha provocato o sostenuto. A chi vede con occhiali deformati la realtà. Ma sarebbe chiedere troppo…

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Commenti all'articolo
  1. Sto leggendo un bel libro. Il titolo è “The second machine age” di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee. Descrive la strabiliante fase che stiamo vivendo cioè un’avanzata nella conoscenza e nel benessere umano senza precedenti. Con una popolazione mondiale che va verso gli otto miliardi, l’umanità ha quasi sconfitto la fame e l’ONU pensa di sconfiggere la povertà nei prossimi quindici anni. La popolazione mondiale ha conosciuto un incremento così forte a causa della drastica diminuzione delle morti per guerre e violenza oltre che per la sconfitta delle malattie letali nella giovane età. Se escludiamo le sacche di barbarie che di tanto in tanto tentano di imporsi sulla scena mondiale (comunque di gran lunga minoritarie rispetto alla popolazione) la convivenza pacifica e il rispetto della dignità umana si stanno imponendo come obiettivi condivisi e prevalenti. Non mi sembra poco e nemmeno di poco conto! Mauro, siamo noi che, da vecchi, vediamo i colori sbiaditi. Però ricordiamo i colori vivi di quando eravamo giovani e avevamo gli occhi buoni. Proviamo a guardare il mondo sintonizzati sul presente e a spazzare via la nebbia che offusca lo sguardo. E se c’è qualche cosa da fare, proviamo a farlo!

  2. Da anni affermo quello che oggi scrive Mauro.
    Del resto, oltre ai programmi vintage RAI, con le sorelle Kessler e Bramieri, perché vi sono gli stadi pieni per tutti i vecchi, quando i miti dei giovani dovrebbero essere innovativi.
    Sparita la fantasia?
    Spero di no. Spero di vedere i miei nipoti con i loro nuovi Beatles, Tognazzi e Vianello, Pavarotti, come dici tu Mauro.
    Nuovi, non i nostri riadattati. Non ci sarà mica solo “finanza” “IPAD” e ISIS nella loro storia futura!

  3. Mi fa molto piacere leggere qui la parola “nostalgia”, anche perché in questi anni, dopo la fine del vecchio PSI, e di fronte al tentativo di mantenerne in vita la memoria, e accesa la fiammella come si usa dire, ci siamo sentiti tante volte rispondere che non ci si può fermare ai ricordi, e ai rimpianti, ma bisogna andare avanti, senza voltarsi troppo indietro.

    La nostra società è sovente attraversata dal vento, e dal culto, del rinnovamento a tutti i costi, salvo poi accorgersi, quando semmai è troppo tardi, che abbiamo cambiato in peggio.

    Qualcuno può pensare che la nostalgia sia il vezzo di qualche irriducibile sentimentale, legato indissolubilmente al passato, e incapace di “sintonizzarsi sul presente”, ma la nostalgia ci dà anche la spinta per confrontare opportunamente il prima e il dopo, e per valutare quali cose del “mondo andato” andrebbero in qualche modo recuperate.

    Del resto non mancano oggi le iniziative, di paternità varia, tese a rinverdire, e anche a riabilitare, epoche e momenti del passato, e i giovani hanno così modo di venirne a conoscenza e di farsene una opinione (pur se dobbiamo mettere in conto che chi promuove tali iniziative tenda poi a leggere e ad interpretare gli eventi trascorsi secondo la propria visuale, anche ideologica).

    “Sul Psi e su Craxi è ormai in fase avanzata un processo di riabilitazione, anche troppo lento”, scrive il Direttore, ma io avverto soprattutto la grande lentezza, e ho altresì la sensazione che vi sia “riluttanza” a parlarne, forse perché si fatica ad ammettere che allora, su scala internazionale, il nostro Paese era autorevole ed ascoltato (e oggi constatiamo, quasi ogni giorno, quale importanza rivesta la politica estera).

    In ogni caso io credo che su questo tasto noi dobbiamo insistere, anche coi giovani, pur senza enfatizzare i toni, e senza nel contempo aver timore di apparire “nostalgici”. E’ vero che indietro non si torna, ma forse può esservi ancora un qualche spazio per non rassegnarsi “a un futuro indecifrabile”.

    Paolo B. 07.08.2015

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