martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Quando rientrò dal Quirinale Pertini si iscrisse al Gruppo del Psi
Pubblicato il 31-08-2015


Ho conosciuto da vicino Antonio Maccanico, noto principalmente per aver “servito” Sandro Pertini nei sette anni in cui il socialista ligure è stato presidente della Repubblica. L’uomo – capigliatura mossa, occhi celesti, eleganza misurata – emanava sicurezza e tranquillità. Quando affrontavi con lui un problema politico muoveva la sua esegesi da una informazione sui fatti, che lui si curava, se necessario, di completare. Poi si faceva guidare dalla logica politica, oltre che dalla logica comune e dal buon senso, procedendo per concetti cartesianamente chiari, per patrocinare poi la scelta che risultava appropriata, o comunque necessaria. Una via d’uscita suggerita quasi sottovoce, suaviter in modo. Ma condivisa dai suoi interlocutori.

Ho sperimentato questa dialettica decisionale quando ero ministro della Difesa del governo di Carlo Azeglio Ciampi. Il nostro contingente militare era impegnato nella difficile missione in Somalia, sotto l’egida delle Nazioni Unite. La finalità di pacificazione e di soccorso umanitario in favore delle popolazioni della nostra antica colonia fu subito frustrata dalla guerriglia fra i “signori della guerra” del posto. Nel corso di scontri cruenti e di imboscate morirono alcuni nostri paracadutisti della Folgore. Si manifestarono nel contempo preoccupanti contrasti fra il comando del nostro contingente ed il comando dell’ONU, affidato all’Ammiraglio statunitense Howe. Un contrasto che si ripercuoteva sul nostri rapporti con gli USA di Bill Clinton.

Il presidente Ciampi, nei momenti cruciali, ci convocava a Palazzo Chigi: i ministri della Difesa e degli Esteri, che era Beniamino Andreatta, il capo di Gabinetto del Ministro della Difesa e il capo di Stato Maggiore della Difesa. Questi “vertici” avvenivano all’ora di pranzo. La nostra war room aveva al centro una tavola imbandita: di solito pesce, vino bianco e, alla fine, “crostata”. Era Antonio Maccanico, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che faceva il punto. Poi – sentiti gli altri commensali – “sussurrava” le determinazioni che apparivano giuste ed opportune. Il presidente del Consiglio le convalidava con il suo assenso finale. Nessun dissenso, nessun conflitto.

Ho dimenticato un commensale di quei vertici: Andrea Manzella, stretto collaboratore del Presidente del Consiglio e, come vedremo fra poco, membro permanente del gruppo di lavoro di cui si era avvalso Maccanico nella sua veste di Segretario generale del presidente della Repubblica, durante il settennato di Pertini. Manzella apparteneva al gruppo dei dirigenti nazionali del Partito Repubblicano Italiano, che era anche il partito di Maccanico.

Maccanico apparteneva ad una famiglia della borghesia colta avellinese, che riconosceva come proprio leader il meridionalista Guido Dorso, fondatore del Partito d’Azione nel Mezzogiorno. Maccanico diverrà poi comunista, attratto dalla personalità di Giorgio Amendola. Uscirà dal PCI nel ’56, quando le truppe sovietiche stroncarono a Budapest la rivoluzione ungherese. Da allora, la sua stella polare sarà Ugo La Malfa, con sostanziale affiliazione al PRI.

La sua carriera, dopo la laurea in giurisprudenza all’Università di Pisa, è tutta negli interna corporis delle istituzioni. Assunto come funzionario alla Camera dei Deputati, sarà promosso prima vice-segretario generale, poi segretario generale. Ho sperimentato che a Maccanico veniva quasi naturale l’assolvimento diligente e scrupoloso delle funzioni “incorporate” nella sua missione, anche negli aspetti apparentemente secondari.

Rientrato da una visita in Somalia, fui colpito da una febbre polmonare violentissima. Ricoverato all’ospedale militare del Celio, di primo mattino arrivò lui, Maccanico, anche in applicazione della regola aurea “conoscere per deliberare”. Sono guarito, per buona sorte, ed abbiamo ripreso ad occuparci insieme della Somalia, fino al rimpatrio del nostro contingente, preceduto da una mia polemica pubblica nei confronti dell’ONU e del contingente degli USA. Con garbo, il presidente Ciampi ed il suo braccio destro Maccanico mi dissero che non era il caso di insistere oltre.

Sono trascorsi vent’anni da quella mia avventura “militare”. Da allora non ho mancato di interrogarmi sul profilo e sulle gesta di questa singolare personalità, che appartiene ormai alla storia d’Italia: una specie di ircocervo (così Benedetto Croce chiamava il Partito d’Azione), metà funzionario delle istituzioni e metà uomo politico. Per completezza di ritratto, giova aggiungere che il multiforme ingegno di Maccanico sconfina nell’alta finanza: in continuità ideale con suo zio Adolfo Tino assumerà per breve periodo la guida di Medio Banca.

La risposta alla mia curiosità politica e intellettuale è giunta con la pubblicazione postuma dei suoi diari (Antonio Maccanico. Con Pertini al Quirinale. Diari 1978-1985, Editrice Il Mulino), quasi seicento pagine che raccontano le gesta del Segretario generale del Presidente della Repubblica, quando sull’alto Colle “regnava” il vegliardo Sandro Pertini.

Maccanico, che conosce come pochi altri il funzionamento delle istituzioni, ha piena consapevolezza del suo ruolo apicale all’interno della complessa macchina organizzativa del Quirinale. Ricorderà a se stesso il primato del proprio scettro, quando deciderà di proporre a Pertini l’allontanamento del capo ufficio stampa Antonio Ghirelli, napoletano coltissimo, amico di Raffaele La Capria e di Giorgio Napolitano, uscito da PCI nel ’56. L’infortunio accade nella tarda primavera del 1983, durante la visita di Stato di Pertini in Spagna. Si contesta a Ghirelli di aver parlato troppo e a sproposito con i giornalisti in relazione alla spinosa vicenda italiana di attualità: il caso Cossiga-Donat Cattin. “Forse – confessa Maccanico – sono un po’ responsabile anch’io per non aver messo in chiaro subito che il solo ‘capo’ nella organizzazione della Presidenza al di sotto del presidente è il Segretario generale. Ghirelli aveva gradualmente, attraverso un rapporto diretto col presidente, eluso il mio controllo”.

L’episodio avrà qualche strascico polemico: Ghirelli, che poi diventerà portavoce del presidente del consiglio Craxi, era considerato “il socialista” nello staff della presidenza. Ho tentato più volte, ma sempre invano, di affrontare l’argomento con Ghirelli, divenuto mio carissimo amico. Antonio aveva lo stile e la dignità dei migliori intellettuali meridionali: si inchinava di fronte alla decisione di Pertini, rifiutando ogni polemica. I diari di Maccanico sono anzitutto un documento storico, essenziale per chi voglia capire il corso degli eventi di quel periodo cruciale della Prima Repubblica, compreso il ruolo che ha avuto allora magistratura della Repubblica.

Il Parlamento elegge Pertini il 6 luglio 1978, dopo una sequela di votazioni infruttuose. La situazione è drammatica. Sono trascorsi meno di due mesi dal ritrovamento in via Caetani, a Roma, del cadavere di Aldo Moro, assassinato dalla Brigate Rosse. E’ in carica il Governo monocolore Andreotti sostenuto dall’esterno anche dai gruppi parlamentari del PCI. Annota Luigi Covatta nel suo Diario della Repubblica che il 12 gennaio di quell’anno il Dipartimento di Stato degli USA, dopo aver richiamato per consultazioni il proprio ambasciatore a Roma, dirama una nota con cui precisa che “l’atteggiamento americano contro i partiti comunisti dell’Europa occidentale non è cambiato”.

La maggioranza parlamentare della “non sfiducia” entra in crisi quando il governo decide l’adesione dell’Italia al sistema monetario europeo, con l’opposizione del PCI. Il terrorismo imperversa. Il 24 gennaio ’79 muore a Genova l’operaio Guido Rossa, ucciso dalla Brigate Rosse. Pochi giorni dopo viene ucciso a Milano il giudice Alessandrini. Il 31 gennaio ’79 Andreotti si dimette, per formare poi il suo quinto governo. Vice-presidente è Ugo La Malfa, che morirà qualche giorno dopo. Il Parlamento non accorda la fiducia e Pertini scioglie le Camere. All’inizio della nuova Legislatura, la settima, Pertini incarica Craxi di formare il nuovo governo. Il tentativo è subito destinato all’insuccesso per l’opposizione della DC. La situazione del Paese è sempre drammatica. Viene assassinato dalle Brigate Rosse, il 13 luglio 1979, il colonnello Varisco.

Il sistema politico-istituzionale italiano è paralizzato, incapace di rispondere alla esigenza di governabilità e di efficace contrasto al terrorismo. Il Quirinale, in virtù del prestigio del suo presidente e dell’accorta gestione delle crisi di governo che si susseguono, è il solo baluardo di una democrazia ferita, paralizzata dal fattore K e dalle lotte frale correnti della DC e del PSI. Prendono vita, grazie all’azione maieutica del Quirinale, i due governi presieduti da Francesco Cossiga: il secondo nasce il 5 aprile 1980, con la partecipazione del PSI e del PRI. Durerà assai poco. Il 18 ottobre dello stesso anno Pertini incarica Arnaldo Forlani, che forma il governo con il sostegno della DC, del PSI, del PSDI e del PRI.

Nel 1981 la vita politica è scossa dallo scandalo della Loggia Massonica PD2. Il 26 maggio si dimette Forlani; nasce il 28 giugno 1981 il governo presieduto dal repubblicano Spadolini, il primo guidato da un laico dal 1945. Spadolini è attivissimo, in Italia e all’estero. Pertini, con una delle sue battute impietose, mi dirà: “Spadolini ha fatto la ballerina”. Il ballo, che è anche accompagnato da mesi difficili di buongoverno, finisce nell’agosto del 1982 per una imboscata dei franchi tiratori. Spadolini non demorde, forma un secondo governo identico al precedente (“il governo fotocopia”), che cade dopo la violenta polemica fra i ministri Rino Formica e Beniamino Andreatta, “le mie comari” che litigano sul ballatoio, li chiamava affettuosamente Spadolini.

Pertini chiama a colmare il vuoto il presidente del Senato, Amintore Fanfani che forma un governo senza la componente repubblicana. Le due comari sono sostituite da Francesco Forte alle Finanze e da Giovanni Goria al Tesoro. Ho conosciuto la temperie politica di quei giorni: ero ministro degli affari regionali di quel governo. Le lotte fra le correnti della D.C., la durata effimera dei governi, l’insuccesso del tentativo di associare i comunisti alla guida del Paese (insuccesso che una parte della D.C. e del P.R.I. non consideravano definitivo), i focolai ricorrenti di azioni terroristiche facevano dell’Italia un Paese ad altissimo rischio.

In questo scenario preoccupante, la presidenza della Repubblica era il solo, vero baluardo della nostra democrazia: non solo sotto il profilo internazionale, ma ancor più nel corpo vivo del Paese. E’ Pertini che tesse e rammenda senza tregua la tela sfilacciata della politica dei partiti, per evitare lunghi vuoti di potere; è sempre il capo dello Stato che viaggia in Italia e nel mondo per affermare con la sua personalità e con il suo passato di combattente per la libertà l’idea di un’Italia solida e credibile.

In questi primi anni, i più drammatici del settennato, il tandem Pertini-Maccanico è il polmone che irradia ossigeno e dignità alla Repubblica. Certo, ogni giorno ha la sua pena, ma la “macchina del Quirinale” funziona a pieno ritmo. Il segretario generale ed i suoi collaboratori lavorano incessantemente. Salgono al Colle, giorno dopo giorno, spesso a colazione e a cena, capi-partito e capi-corrrente, presidenti delle Camere, protagonisti della vita economica: Gianni Agnelli, qualche volta con Kissinger, Cesare Romiti, Carlo De Benedetti, Enrico Cuccia sono i più assidui. Salgono pure al Colle gli ambasciatori della maggiori potenze egli esponenti più autorevoli del mondo della cultura.

Indulgo ad una terminologia mutuata dal diritto costituzionale statunitense: la lettura dei diari rende palese che al Quirinale ogni giorno è in corso un processo di Nation building, che comprende la dialettica quotidiana con il Parlamento, con il Governo, con il Consiglio Superiore della Magistratura, con gli alti comandi militari. Maccanico, uomo di buone letture, scrive le sue confessioni in lingua italiana colta e chiara. I suoi appunti sono lo specchio di giornate laboriose, che spesso si prolungano anche la sera, talora nelle case dell’aristocrazia culturale e imprenditoriale di Roma. Registrano eventi, incontri, problemi, conflitti e accordi politici; ogni giorno e ricco di ostacoli e di imprevisti. Qualche volta, in chiusura, il cronista di se stesso si fortifica con una riflessione confortante: il 12 giugno 1980 la massima evocata è di Milan Kundera: “I regimi politici sono effimeri, ma le frontiere della civiltà sono tracciate per secoli”.

La prima pagina, datata 13 novembre 1978, registra il primo giudizio del memorialista sul suo presidente: “Quanto al presidente si è rivelato un uomo di grande temperamento e di grande stile, amato dalla gente e in tutto capace di ridare prestigio alla suprema magistratura.”. Accanto a questa certezza, Maccanico allinea un secondo punto fermo. Così si confessa nella pagina del 14 settembre 1980: “La questione dell’immagine del presidente e la preoccupazione che si logori e soprattutto che incontri una ostilità crescente della DC, debbo dire che mi preoccupa non poco. La popolarità di Pertini è l’unica difesa che egli ha in caso, che non si può certo escludere, di conflitto col gruppo dirigente del partito di maggioranza relativa”.

Con il volgere dei giorni e delle settimane affiorano nella narrazione del Segretario generale le ragioni e gli eventi che rendono difficile, e talora tempestosa, la navigazione del vascello quirinalizio. Il primo e forse il più consistente ostacolo che insidia l’armonia della coppia è il carattere del Presidente. Così lo descriveva allora Enzo Biagi: “Il primo cittadino non ha un carattere sereno; temporali e schiarite improvvise”. Ma è lo stesso Maccanico che ricorda a se stesso che quell’uomo di grande temperamento “era considerato un personaggio scomodo, scorbutico, capriccioso, spesso controcorrente”.

Ho conosciuto bene Pertini; ho avuto con lui una frequentazione che mi consente di interloquire sul punto. Periodicamente andavo a trovarlo nei suoi primi anni al Quirinale. Ero presidente dei senatori socialisti e alcuni di loro mi accompagnavano. I nostri incontri avvenivano a tavola (“Venite, venite. Alla mia osteria si mangia bene”). La conversazione era scoppiettante. “Lo sapete: chi ha carattere ha un cattivo carattere”. Seguivano giudizi impietosi sui protagonisti della vita politica, specialmente su quelli del suo partito, il PSI. Ma poi, di solito, il Presidente smorzava i toni. All’invettiva seguiva la riflessione pacata, talora distaccata.

La mia testimonianza riguarda anche i rapporti fra Pertini e Craxi, che è poi la seconda causa delle divergenze, anche di ordine politico, fra il Presidente e il suo mentore: il suo Segretario generale. Il “fattore Craxi”, come raccontano i diari irrompe come turbativa incombente nel luglio del 1979, quando Pertini decide di conferire a Craxi l’incarico di formare il governo. E’ la prima convocazione al Colle del segretario socialista, destinata all’insuccesso. In quella pagina del diario, datata 12 luglio, Maccanico si confessa: ”Personalmente desidero chiarire che la perplessità espressa al Presidente era il riflesso di una convinzione più profonda che mi pare necessario riportare. Craxi è il vero responsabile del naufragio della politica di solidarietà nazionale, e cioè della politica che vede la soluzione dei problemi del paese in una forma di collaborazione fra i due maggiori partiti (DC e PCI)”. E più avanti, ancor più crudamente: “Non è chiaro se Craxi è un vero politico o un avventuriero”.

L’adesione, talora nostalgica, al progetto del compromesso storico è una costante che trova conferma nei diari e nell’azione politica di Maccanico, anche successiva ai sette anni con Pertini. Giova ricordare che la politica di solidarietà nazionale prende linfa dai dibattiti che alla metà degli anni ’70 ebbero come protagonisti Ugo La Malfa e Giorgio Amendola. I confronti di alto profilo fra i due leaders avvengono nei teatri della Romagna, dove il PRI era partito di massa. Amendola tuona contro i ceti burocratico-parassitari e propone “l’alleanza fra i produttori”.

Pertini – come abbiamo visto – viene eletto presidente dopo il naufragio del governo Andreotti che aveva realizzato l’ingresso dei comunisti nella maggioranza di governo. Lo stesso segretario del PCI, Enrico Berlinguer, negli anni seguenti spronerà il PCI a riscoprire “l’artiglio dell’opposizione”. E tuttavia il conflitto fra i socialisti, da una parte, ed i sostenitori del compromesso storico, fra cui i repubblicani e lo stesso Maccanico, dall’altra, scuote spesso le stanze del Quirinale.

Apprendiamo dai diari che la classe dirigente repubblicana che frequenta il Quirinale condivide, e accentua, il giudizio negativo di Maccanico sul PSI e su Craxi, anzi lo esaspera. Maccanico mantiene intensi rapporti con i dirigenti del PCI. Il suo interlocutore privilegiato è Antonio Tatò, “il Maccanico” di Enrico Berlinguer. La storia e la riflessione politica stanno mettendo in luce le ragioni che precludevano l’accesso al governo del partito comunista più forte del mondo occidentale. Dopo il crollo del muro di Berlino mancarono, a sinistra, le condizioni e la volontà di superare la scissione di Livorno del 1921.

E tuttavia Antonio Maccanico fu coerente, lungo l’intera sua esistenza, nel considerare utile e necessaria per il bene del Paese la grande coalizione composta da tutte le componenti storiche della democrazia italiana. Agli albori della seconda Repubblica, Maccanico, eletto senatore nel collegio milanese di Spadolini, tentò senza successo di dar vita ad un governo di unità nazionale, sempre coadiuvato dal ristretto gruppo dirigente allevato da Ugo La Malfa Li ho visti da vicino, nel corso della mia lunga esperienza politica, questi virgulti lamalfiani: Adolfo Battaglia, Andrea Manzella, Giorgio La Malfa, Giovanni Ferrara, cui si aggiungeva, diverso e talora ingiustamente sotto-stimato, il romagnolo Libero Gualtieri, uno scapolone che viveva di politica e per la politica. Diversi da loro Oscar Mammì, considerato amico di Craxi, Leo Valiani e principalmente Giovanni Spadolini. Il “segretario fiorentino” viveva di luce propria e in vista dei propri progetti, conservando e consolidando rispetto e considerazione per Craxi.

I diari del Quirinale offrono ampia materia per l’identificazione della caratura ideologica di questa aristocrazia, erede del Partito d’Azione, stretta intorno a Maccanico dopo la morte di Ugo La Malfa. La contestazione che noi socialisti muovevamo ai dirigenti “azionisti” del P.R.I. era la loro indole “elitaria”. E’, questo, il rimprovero che ho sentito muovere da Craxi a Giorgio La Malfa, in occasione di un incontro bilaterale fra socialisti e repubblicani.

.Per buona sorte, la straordinaria intelligenza politica di Ugo La Malfa ha consentito a questa parte vitale della classe politica italiana di partecipare con un proprio ruolo preminente alla vicenda politica italiana, come componente primaria nella stagione riformatrice del primo centro-sinistra. In quegli anni, l’alleanza fra La Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi e i radicali di Pannunzio produsse risultati utili e importanti per il progresso del paese. Personalmente, nei lunghi anni della mia attività parlamentare, ho sofferto profondamente della polemica spesso aspra fra repubblicani e socialisti, anche in ragione dei miei trascorsi giovanili. Ho spesso esortato alla conciliazione ed ho avuto il beneficio della profonda amicizia con Spadolini e con Leo Valiani. Il comune sostegno alla candidatura di Leo alla Presidenza della Repubblica, ancorchè infruttuoso, ha propiziato il mio rapporto amichevole con Giorgio La Malfa.

L’affresco del Quirinale non sarebbe completo se si dimenticasse la frequentazione assidua degli ambulacri del Colle da parte del mio amico Eugenio Scalfari. Il direttore del quotidiano “La Repubblica” era convinto patrocinatore del compromesso storico ed era ostile al PSI di Craxi. I diari raccontano la sua relazione “intima” con Pertini: talora burrascosa, intessuta di contrasti e di pacificazioni, ma mai interrotta. Scalfari era di casa al Quirinale, anche perché legato a Maccanico da un’amicizia che risaliva agli anni ’50, quando entrambi, come ricorda Scalfari nella prefazione ai Diari, corteggiavano le giovinette lungo i viali della Capitale.

Spesso Maccanico, talora ab irato, annota gli ostacoli incontrati nella difficile gestione delle intemperanze e dei fuor d’opera del Presidente, talora di rilevo internazionale (“Non sono il suddiacono di Reagan!”), cui seguivano i correttivi ed i ripari che il segretario metteva in campo per minimizzarne gli effetti. Racconta che pesa sul menage del Quirinale anche il carattere e la personalità, talora ribelle, della consorte del Presidente l’imprevedibile signora Carla Voltolina, specialmente quando essa partecipa ai viaggi di Stato.

Troviamo ancora annotati con preoccupazione i ricorrenti contrasti fra Pertini e Craxi.

Sul rapporto fra Pertini e Craxi credo di dover recare la mia testimonianza. I contrasti erano di breve durata e cancellati dalla riconciliazione. La loro relazione era assimilabile a quella fra nonno e nipote. Pertini era stato grande amico ed estimatore del padre di Craxi. Alle incomprensioni e ai contrasti seguivano sempre i chiarimenti, le resipiscenze e la pacificazione. Anche questo fattore affettivo ha concorso al superamento dei conflitti, raccontati nei diari, fra il Quirinale e Palazzo Chigi, quando Craxi era Presidente del Consiglio..

Debbo rendere eguale testimonianza anche per Carla Voltolina, milanese di origine popolare e avvezza alle baruffe di casa socialista. L’ho frequentata, anche dopo la morte del marito. Mi voleva bene. L’ho anche avuta con me all’inaugurazione dell’EXPO di Siviglia, dove rappresentavo il I° Governo di Giuliano Amato. Abbiamo incontrato insieme il Re di Spagna: “il mio amico il Re di Spagna”, come lo chiamava Pertini. E’ andato tutto bene.

E del resto, come ricorderà più avanti, nell’ultimo foglio del diario sarà proprio Maccanico a metter pace fra Pertini e sua moglie!

Dunque anche questa turbativa endogena con il volgere del tempo viene posta sotto controllo.

Il racconto affidato ai diari enfatizza tuttavia, talora in modo impietoso, molte altre ragioni di contrasto, che rendono travagliata la “coabitazione” fra due personalità così diverse. E’ il caso dell’intervista della durata di 5 ore concessa da Pertini ad Enzo Biagi per il berlusconiano Canale 5 e così pure della precipitosa interruzione da parte di Pertini della missione in Argentina, per correre a Mosca ai funerali di Cernenko

Insomma, gli stessi diari “certificano” che la tribolata concordia-discorde fra Segretario e Presidente ha retto a tutte le intemperie, a beneficio della Repubblica, superando anche il più insidioso fattore ostativo, che lo stesso Maccanico rende quasi dolorosamente manifesto: il Segretario Generale era assillato dal timore che il Presidente sospettasse della correttezza del suo aiutante di campo. Questo rovello è quasi gridato nella pagina di diario del 19 luglio 1979: “C’è un incrinamento nei miei rapporti con il Presidente.il quale ha qualche sospetto sulla mia lealtà. Chi gli ha messo in testa questa idea? E’ sospetto personale o opera di denigrazione di qualcuno? Non nascondo che ciò mi crea grosse difficoltà, oltre ad un grande dolore, per l’affetto personale che mi lega al Presidente”.

Il crescente affetto fra i due “consoli”, il superamento quotidiano di ricorrenti insidie, insieme alla popolarità crescente del Presidente in Italia e all’estero, debbono aver contribuito alla graduale dissolvenza di questo sospetto, se è vero che nella prima parte del settennato la regia del Quirinale ha assicurato la continuità dell’azione di governo, sia pure con Ministeri di breve durata, offrendo alla Nazione, negli anni insanguinati dal terrorismo e dalle fibrillazioni del sistema politico, un ancoraggio sicuro.

Ed è anche questo rodaggio virtuoso che favorisce la svolta del 1983, l’anno in cui prende vita il primo governo Craxi, dopo la sconfitta della Democrazia Cristiana alle elezioni.

Siamo giunti così al secondo capitolo del settennato. I diari narrano le intense giornate, fatte di consultazioni a tutto campo, in cui maturano le condizioni politiche per il conferimento dell’incarico al segretario del PSI.

Restano le solite “turbolenze” e pesano anche le forti riserve di Maccanico e dei suoi collaboratori sulla personalità di Craxi. E tuttavia, avendo sempre di mira l’interesse del Paese, il Quirinale collabora alla formazione e alla continuità del governo a presidenza socialista, che sarà il ministero più longevo della Repubblica.

Come capo-gruppo socialista al Senato ho accompagnato Craxi al primo incontro con il Capo dello Stato. Il colloquio, essenziale e molto affettuoso, si è concluso con queste parole: <<Io, nevvero, Bettino, l’incarico te lo do e dunque ti convocherò di nuovo nei prossimi giorni. Non so dirti quando, ma non di venerdì”. Craxi fu prontissimo: <<Certo, Sandro, di venerdì mai.>>.

La composizione del Ministero fu molto laboriosa, come raccontano i diari dell’epoca. Rileggendoli, si ha la conferma che il punto di forza fu l’esito positivo del negoziato con il Partito Repubblicano: Spadolini alla Difesa e Visentini alle Finanze, chiamati poi entrambi a far parte del neonato Consiglio di Gabinetto, furono garanzia di continuità ed anche di buongoverno. Per di più, al liberale Renato Altissimo fu assegnato il Ministero dell’Industria. In casa socialista si guardava con favore alla possibile formazione di una asse privilegiato laico-socialista. Se ne parlava sottovoce, per non ferire l’orgoglio democristiano, scalfito dal risultato elettorale.

Negli anni di Craxi a Palazzo Chigi, anche se non mancano tensioni e contrasti, i dioscuri Tonino e Sandro hanno imparato a convivere. E così, dopo ogni burrasca, c’è la riconciliazione. I due si vogliono bene. Dopo una delle tante sgridate del Presidente, Maccanico gli legge la bozza del discorso che ha preparato per lui. E lui si commuove. Le giornate sono sempre ricolme d incontri che abbracciano l’intero arco costituzionale. Si ricercano le vie, poi risultate impossibili, per evitare il referendum sul decreto del governo, detto di San Valentino, quello del taglio della scala mobile.

Verso la fine del mandato accade un traumatico incidente di percorso. Il 24 maggio dell’85 il Presidente concede la grazia a Flora Pirri Ardizzone, condannata per associazione sovversiva. E’ la figlia di Ninni Monroy, allora compagna di Emanuele Macaluso, direttore dell’Unità. Pertini sostiene di non essere stato informato che si trattava di una terrorista. Ne nasce un caso incandescente, che viene smorzato dal fuoco di sbarramento di Maccanico e dei suoi amici che contano nei mass media. Il conflitto sembra insanabile. Maccanico rassegna le dimissioni, ma Pertini, alle 10 di sera mentre è in casa febbricitante, gli ordina di ritirarle. La polemica sulla stampa, intanto, si è affievolita. “Non si sentono altre voci”- registra il foglio di diario del 7 giugno 1985 – tranne quella del solito Patuelli.”.

Pertini, quando si avvicina la scadenza del mandato, accarezza l’idea di un secondo settennato, caldeggiata da più parti, compresa la sponda comunista. Poi, ci ripensa. Segretario generale e Presidente vivono insieme questo ore febbrili, mentre il mondo politico è in vibrante apprensione. Il 26 giugno Maccanico accompagna Pertini all’aeroporto. Va ad Oxford per la laurea honoris causa. Pertini è sempre lui: “La ringrazio perché mi ha fatto incazzare, così parto sereno”. Al ritorno conferma la sua decisione di dimettersi: “Ridurre i tempi del periodo di transizione è un bene”.

Si giunge così al lieto fine di questa edificante storia italiana. Per chi non abbia tempo e desiderio di consultare i diari di Maccanico, trascrivo qualche brano dell’ultima pagina

“Giornata memorabile: faticosa, piena di emozioni e di commozione. La mattina comincia con una mia telefonata alla moglie di Pertini che mette pace fra i due. Regalo poi al Presidente un orologio Tiffany che gli piace molto. Alle 10 riunione con i dipendenti molto commovente. Parlo io e mi commuovo. Il Presidente esce molto commosso dalla vicenda. Alle 11,30 porto al Presidente l’atto di dimissioni per la firma. Alle 5,30 lascia il Quirinale”

Dal mio studio al Senato, vedo in televisione il Presidente mentre lascia il Palazzo, curvo ma con passo fermo. E’ molto pallido. Così l’avevo visto quando, sette anni prima, usciva dall’aula di Montecitorio appena eletto, mentre passava in rassegna il picchetto militare che gli rendeva gli onori.

Lo cerco con la voce tremante per telefono, per dirgli che lo aspetto al Senato per l’adesione al Gruppo dei senatori socialisti. Lui replica burbero: “Certo, certo, dove diamine pensavi che mi volessi iscrivere, se non al Gruppo del mio partito.”. Sospiro di sollievo. Qualche malalingua aveva insinuato che potesse aderire al Gruppo degli indipendenti di sinistra. Sull’onda dell’emozione scrivo queste frasi sulla mia agenda: questo grande vecchio, che ha sofferto la galera e combattuto per la libertà, ha reso un grande servizio al suo Paese in un momento drammatico della sua storia. Il suo carisma era così eccelso da consentirgli qualche intemperanza, qualche strappo al protocollo. Ed è proprio questa sua “indisciplina” che ha accresciuto la sua popolarità, in patria e all’estero.

Dal luglio del 1985, Pertini sarà uno dei senatori del mio Gruppo, il mio vicino alla mensa del Senato, alle 12,30: un pasto frugale concluso con il rituale grappino.

Toccò a me, in occasione del quarantesimo anniversario dell’avvento della Repubblica, organizzare una giornata celebrativa. “Mi fate la festa”, borbottava lui, ironico. Insieme a Craxi, allora Presidente del Consiglio, lo accolsero tutti i parlamentari socialisti, oltre ad Amintore Fanfani, allora nuovamente Presidente del Senato.

Gli consegnai una medaglia scolpita da Aligi Sassu, che recava su un lato la sua effige e sull’altra faccia la rappresentazione della leggendaria avventura di cui Pertini fu protagonista: l’evasione di Filippo Turati da Savona a Capo Corso, a bordo dell’imbarcazione di cui il futuro Capo dello Stato era il mozzo.

La “festa” si concluse con l’orazione di Norberto Bobbio. Credo di essere fra i pochi in possesso del testo di quel discorso. Vale davvero la pena di ricordarne qualche brano.

“Quando, nella Sua visita al Centro Studi Piero Gobetti Le presentai un gruppo di giovani che stavano conducendo un seminario su etica e politica, uno di questi Le chiese come intendesse i rapporti fra politica e morale, la sua risposta fu breve e netta: “La moralità dell’uomo politico consiste nell’esercitare il potere che gli è stato affidato al fine di perseguire il bene comune”.

E più avanti: “Al generale Bignone, Presidente della Repubblica argentina, che aveva inviato una nota di protesta alla Farnesina, per la deplorazione dell’agghiacciante cinismo col quale si annunciava la morte di tutti i cittadini scomparsi, Lei replicò con questa parole: “Non mi interessa che altri capi di stato non abbiano sentito il dovere di protestare come ho protestato io. Peggio per loro. Ciascuno agisce secondo il suo intimo modo di sentire. Io ho protestato e protesto in nome dei diritti civili e umani e in difesa della memoria di inermi creature vittime di morte orrenda”.

E ancora: “Vorrei almeno ricordare le parole da Lei pronunciate parlando alla FAO nella Giornata mondiale dell’alimentazione : “Ricchi e poveri siamo tutti legati allo stesso destino. La miseria degli altri potrebbe un giorno non lontano battere rabbiosa alla nostra porta. Esiste un legame di reciproca interdipendenza fra crescita del mondo industrializzato e sviluppo di quello emergente. Dobbiamo restituire ai popoli il senso dell’unità del pianeta”.

L’orazione del filosofo torinese si concludeva così: “Credo che Lei possa riconoscersi nelle bellissime parole con cui Max Weber concluse il suo celebre saggio ‘La politica come vocazione’: “La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà da compiersi con passione e discernimento. Solo chi è sicuro di non venir meno, anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido e volgare per ciò che egli vuole offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a tutto ciò, ‘non importa, continuiamo!’, solo un uomo siffatto ha la vocazione per la politica”.

Mi sono venute in mente queste parole leggendo questa sua frase: “Chi cammina inciampa anche, qualche volta. Ma l’essenziale è riprendere il cammino” Il che è lo stesso come dire: “Non importa, continuiamo!”.

Come raccontano i diari il Presidente qualche volta è inciampato. Ha sempre risposto: “Non importa,continuiamo!”.

Dopo alcuni lustri da quella “festa”, mi domando perché Antonio Maccanico non era fra noi. Preferisco pensare che lo abbia impedito il suo ruolo di civil servant del nuovo capo dello Stato, Francesco Cossiga.

Fabio Fabbri

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Commenti all'articolo
  1. Caro compagno Fabio i fili rossi del nostro Avantionline hanno trovato nel tuo intervento una testimonianza sui generis degli avvenimenti socialisti da Sandro Pertini a Bettino Craxi.Oggi il nostro PSI deve ricrescere per non perire.Mi conforto nel ripetere la frase tratta dai diari del Presidente PERTINI:Non importa,continuiamo.Manfredi Villani.

  2. Grazie senatore, hai riportato fedelmente momenti importanti della nostra storia, tanto deturpata. Purtroppo è quello che succede al famoso “vaso di coccio” non in grado di resistere ai “vasi di ferro”.
    Ma noi teniamo duro! Non so quando il comunisti potranno diventare socialisti. è una questione di “animo”, di sensibilità, che loro non hanno mai avuto. In questo molto simili ai cattolici praticanti, i quali in nome di Dio sono capaci di ogni nefandezza!

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