giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Quando finirà il gioco del più a sinistra?
Pubblicato il 23-08-2015


Appartengo a una generazione per la quale essere di sinistra era come essere intelligenti. Fino a che non ci si è messo Giorgio Gaber a ironizzarci su ci si prendeva maledettamente sul serio. E c’era anche il gioco allo scavalco. Sei di sinistra se sei per la rivoluzione, mentre se sei per le riforme sei un bieco socialdemocratico. Sei ancora più a sinistra se sposi il modello cinese e la rivoluzione maoista, magari con distintivo sul gilè. Sei più a sinistra ancora se sei per la rivoluzione subito, anche violenta, almeno a livello teorico, se non hai avuto sbandamenti revisionisti di tipo bersteiniano o kauzkista. Sei ancora più a sinistra se la rivoluzione magari cominci a farla col tuo gruppo, purtroppo armato. Devo dire che per questo io non sono mai stato considerato di sinistra. Ero riformista e turatiano al Liceo. Roba rara. Ero con Nenni e gli autonomisti da ragazzo, quando gli altri giovani socialisti erano tutti lombardiani. Nessuno dei miei coetanei mi ha mai assolto dalla grave accusa di non essere di sinistra. Mi ero quasi convinto.

Credevo che quelli di centro-sinistra fossero buoni governi, che avevano sfornato buone riforme, mentre i miei coetanei li consideravano politiche di cedimento alla balena bianca. Loro vagheggiavano un’alternativa di sinistra col Pci, che proponeva il compromesso storico, io preferivo parlare di alternativa socialista che presupponeva un Psi più forte e un Pci convertito alla sinistra democratica europea. In epoca craxiana sono stato riformista convinto, fino al 1989 ho appoggiato la politica della maggioranza del Psi. Dopo ho maturato dubbi sulla capacità del gruppo dirigente di comprendere gli effetti della fine del comunismo in Italia.

Quando la sinistra è stata invasa dal mito del giustizialismo e del dipietrismo ho preferito proteggermi in un centro-destra liberale e più amico dei socialisti. Per avere suscitato il caso clamoroso del triangolo della morte e delle vittime della violenza del dopoguerra a Reggio Emilia e per aver dichiarato di non aver votato a favore delle richieste di autorizzazione a procedere per Craxi alla Camera ero stato politicamente processato e condannato dal tavolo dei progressisti nel 1994, cacciato giovanissimo, senza avvisi di garanzia e solo per ragioni politiche, dalla Camera dei deputati. Forse anche per non riuscire a fare la sinistra nemmeno nel centro-destra, ma in realtà perché era forte il richiamo all’unità socialista ed ero convinto che i socialisti non potessero rimanere se non per un breve periodo nella cosiddetta Casa delle libertà, sono stato tra i protagonisti (ero allora segretario del Nuovo Psi) della Costituente socialista che è purtroppo finita come sappiamo e per responsabilità di chi sappiamo.

Adesso, secondo alcuni, anche dei nostri, dovrei mettermi a condannare Renzi perché non è di sinistra. Confesso che non ho alcun titolo per farlo. Non mi sentirei in pace con me stesso. Troppe volte Craxi, Martelli, De Michelis, e anche io, siamo stati impallinati per lo stesso supposto reato (anzi per avere mutato geneticamente il Psi e la sinistra) che oggi torna prepotentemente di moda. Un dogma assoluto che si basa sul processo sommario da parte dell’accusatore. Ho letto che neppure Tsipras oggi è di sinistra. Lo afferma con chiarezza Stefano Fassina in un’intervista. Si lanceranno le liste Varoufakis? Chi vuole far risorgere il socialismo usa più o meno la stessa tecnica: la condanna degli altri per scarso tasso di sinistra. Basta un millimetro di esame del sangue e l’esito è scontato. Cosa sia oggi la sinistra e per quale socialismo si dovrebbe risorgere sono domande troppo impegnative. Sembrerebbero indispensabili per qualsiasi ragionamento. Oggi più che mai necessarie alla luce dei profondi mutamenti. Niente, si continua coi vecchi schemi e si è nominato unico giudice il buon Landini. Il Jobs act non è di sinistra anche se produce più assunzioni a tempo indeterminato, la buona scuola non è di sinistra anche se permette di giudicare gli insegnanti. Basta rispolverare il vecchio dogma. Alzare le antiche insegne e scomunicare. Che novità però…

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Commenti all'articolo
  1. Non appassiona neanche me la corsa ad essere (o pensare di essere più a sinistra) e per gli stessi motivi che il Direttore ha chiaramente esposto. Non sono per niente tentato, inoltre, di approvare passaggi nelle file PD da parte di qualche parlamentare socialista né, tanto meno, di appoggiare chi va a braccetto con certa vecchia sinistra.
    Non ho più contribuito in maniera attiva alla vita del partito per problemi personali e, proprio per questo, non posso certo ergermi a censore di chi, nel partito, ha portato e porta avanti con passione e sacrifici un duro lavoro perché il PSI potesse e possa tornare a dire la sua nel panorama politico nazionale. Quest’anno, e lo dico con tanto di scongiuri, mi piacerebbe riprendere la tessera e provare a dare il mio contributo. Premesso questo, non posso, nel contempo, dichiarare la mia più completa contrarietà a gran parte della politica del Governo Renzi, in particolare, sulla riforma della scuola che, lungi dal migliorarne gli standard di qualità, da uno schiaffo ai lavoratori del comparto e anche alla nostra costituzione. Il problema non è giudicare gli insegnanti, non vedo perché questo non si debba fare, magari sulla base di altri metodi e parametri. Le tanto sbandierate assunzioni non sono, come afferma il Governo, organicamente legate alla riforma, ma sono dettate dalla sentenza della Corte Europea alla quale l’Italia deve dare seguito. Il fatto, poi, che genitori, alunni e, cosa davvero aberrante, figure estranee al mondo della scuola, debbano giudicare gli insegnanti servirà solo a stilare una classifica, della cui aderenza alla realtà è fin troppo facile dubitare già da ora. Sulle modalità di assunzione dei docenti stendiamo un velo pietoso. Il personale ATA, con questa riforma, è diventato un fantasma (tutte le pratiche che un tempo erano lavorate da altri uffici, Provveditorato, Ragioneria Provinciale dello Stato ecc., sono svolte da diversi anni dalle segreterie scolastiche non aumentando il numero di unità, ma addirittura diminuendolo; le ditte di pulizia si mangiano posti di collaboratore scolastico e soldi, ingrassando e pagando due lire i loro dipendenti che, nonostante il loro impegno, non riescono a fornire quel livello minimo del servizio che un ambiente come la scuola richiede; gli assistenti tecnici che, fra l’altro, sono costretti ad una continua autoformazione e rappresentano manovalanza a costo zero nei periodi di sospensione delle attività didattiche (non si capisce perché non si sia messa mano anche ad una revisione del loro profilo, visto che il ruolo ricoperto è legato alla didattica, l’organico è determinato in base alle ore di laboratorio però sono equiparati agli assistenti amministrativi che svolgono tutt’altro lavoro). I tempi della scuola e quelli degli altri uffici, da quelli ministeriali a quelli periferici, sono completamente sfasati, tanto che durante l’anno scolastico si succedono una miriade di situazioni imbarazzanti e che paralizzano le attività, didattiche e amministrative. In ultimo, e non certo per importanza, i fondi destinati all’istruzione sono stati continuamente ridotti, nonostante l’Italia sia da anni il paese che investe meno nel settore, dopo la Grecia, fino ad arrivare a non poter far fronte nemmeno alle spese più banali. Termino con una domanda: perché si è voluta una riforma purchessia?
    Tornando poi, per un attimo ai decenni passati, compreso quello degli Ottanta, è vero, sono tantissime le riforme fatte dai vecchi governi di centrosinistra che hanno fatto crescere l’Italia ed elevato il livello di vita di tutti gli italiani e che hanno trovato sistematicamente l’opposizione pregiudiziale ed ideologica di una certa sinistra, purtroppo maggioritaria nel paese. Oggi, la falsità di alcune tesi è fin troppo palese e dare la colpa agli oppositori conservatori (e in parte lo sono, è vero), che si tratti dei sindacati o di chi semplicemente dice no a certe misure, addossandogli la responsabilità di tutti i malanni del paese non regge alla prova dei fatti, non fosse per altro che tali forze conservatrici non sono più, aggiungo per fortuna, maggioritari.
    Quanto all’Europa, lungi da me auspicare uno sgretolamento dell’Unione anzi, proprio per evitarla, quand’è che si prenderà atto in maniera inequivoca, che così come si sono messe le cose, non potremo andare avanti a lungo. Non vorrei che, come sempre è successo nella storia, la via d’uscita da una crisi profonda debba necessariamente passare attraverso una enorme tragedia.
    Un caro saluto

  2. Perfetto Mauro. Su una cosa se mi permetti continui a sbagliare vocaboli.
    Ha ed aveva ragione GABER: cosa significa essere “di sinistra”? e poi: di quale sinistra?
    Ti ho già scritto mi pare, che avevo una fascistella eletta nelle liste del FUAN, nel consiglio di Amministrazione dell’Università di Padova. Alla mia curiosità del perché era del MSI mi rispondeva che lei era della SINISTRA del MSI!
    Allora perché da socialisti, che conosciamo la storia non TRALASCIAMO questa parola “sinistra” di cui tutti si riempiono la bocca e diciamo che noi siamo socialisti: semplicemente SOCIALISTI!
    Se poi bisogna fare alleanze staremo attenti con chi farle a “sinistra”.
    Allora diciamo che Il Presidente del Consiglio può essere un populista, ma non può essere della SINISTRA che ci piace.
    Inutile girarci attorno. Si può essere alleati anche con chi non della sinistra che ci piace.
    Nei momenti contingenti bisogna fare di necessità virtù, quindi giustifichiamolo.
    Ma la nostra storia non ha nulla a che vedere con questo personaggio e con quello che rappresenta.
    Più prestro ne usciamo e più presto acquisteremo in CREDIBILITA’.
    Ciao fraternamente.

  3. Di fronte alle grandi emergenze economiche e sociali dei nostri giorni, la principale preoccupazione di un movimento politico, che vanta un illustre passato ed ha avuto importanti esperienze di governo, non dovrebbe essere quella di mettersi o meno “ a condannare Renzi perché non è di sinistra”, ovvero di misurare il proprio tasso di “sinistra”, ma cimentarsi piuttosto con i non piccoli problemi che ci stanno davanti, fornendo al riguardo proposte che non siano troppo generiche.

    Quando, a livello centrale, sentiamo dirci che si vogliono ridurre le tasse, penso che nessuno si dichiari contrario, di destra o sinistra che sia, ma poi occorre andare al secondo passaggio, capire cioè dove si reperiranno le corrispondenti risorse, per non trovarci ad esempio con un maggior carico della fiscalità comunale o regionale, così da vedere annullato il primo vantaggio..

    Ed è giustappunto quando si entra nei particolari, passando dunque alla materializzazione dei principi, che sorgono quasi sempre le differenze tra posizioni e collocazioni politiche, e chi ha mentalità liberal riformista dovrebbe normalmente distinguersi da chi sta “più a sinistra” e dovrebbe verosimilmente sposare la logica che, all’epoca del centro-sinistra di un tempo, rese possibile la collaborazione dei socialisti con le forze politiche che venivano allora etichettate come “conservatrici””, collaborazione che non avveniva per “cedimento” ma perché ritenuta utile al Paese.

    Andando sempre per esemplificazioni, e rimanendo sul versante economico, i liberal riformisti dovrebbero esprimersi sull’eventuale ricorso alla cosiddetta “patrimoniale”, ipotesi che periodicamente riaffiora, ma vi sono numerose altre tematiche, vedi la sicurezza o il fenomeno immigrazione, ovvero il ruolo dei privati nel sistema dei servizi, che richiederebbero a mio avviso analogo approccio, scendere cioè nel dettaglio dei possibili interventi ritenuti idonei per farvi fronte.

    Dopo di che, una volta inquadrati detti interventi secondo il proprio punto di vista, e ispirandosi ad una concezione liberal riformista, vedere quali sono al riguardo le maggiori affinità con altre formazioni politiche, indi procedere di conseguenza, e non a caso il Direttore ricorda che all’epoca del giustizialismo preferì proteggersi in un “centro-destra liberale e più amico dei socialisti”.

    Così facendo anche le eventuali scomuniche divengono a mio parere armi un po’ spuntate, da qualunque parte arrivino, perché prevale la “sostanza”, nel senso che si misura la capacità di individuare soluzioni realistiche ai vari problemi (come succedeva un tempo).

    Paolo B. 26.08.2015

  4. Di fronte alle grandi emergenze economiche e sociali dei nostri giorni, la principale preoccupazione di un movimento politico, che vanta un illustre passato ed ha avuto importanti esperienze di governo, non dovrebbe essere quella di mettersi o meno “ a condannare Renzi perché non è di sinistra”, ovvero di misurare il proprio tasso di “sinistra”, ma cimentarsi piuttosto con i non piccoli problemi che ci stanno davanti, fornendo al riguardo proposte che non siano troppo generiche.

    Quando, a livello centrale, sentiamo dirci che si vogliono ridurre le tasse, penso che nessuno si dichiari contrario, di destra o sinistra che sia, ma poi occorre andare al secondo passaggio, capire cioè dove si reperiranno le corrispondenti risorse, per non trovarci ad esempio con un maggior carico della fiscalità comunale o regionale, così da vedere annullato il primo vantaggio..

    Ed è giustappunto quando si entra nei particolari, passando dunque alla materializzazione dei principi, che sorgono quasi sempre le differenze tra posizioni e collocazioni politiche, e chi ha mentalità liberal riformista dovrebbe normalmente distinguersi da chi sta “più a sinistra” e dovrebbe verosimilmente sposare la logica che, all’epoca del centro-sinistra di un tempo, rese possibile la collaborazione dei socialisti con le forze politiche che venivano allora etichettate come “conservatrici””, collaborazione che non avveniva per “cedimento” ma perché ritenuta utile al Paese.

    Andando sempre per esemplificazioni, e rimanendo sul versante economico, i liberal riformisti dovrebbero esprimersi sull’eventuale ricorso alla cosiddetta “patrimoniale”, ipotesi che periodicamente riaffiora, ma vi sono numerose altre tematiche, vedi la sicurezza o il fenomeno immigrazione, ovvero il ruolo dei privati nel sistema dei servizi, che richiederebbero a mio avviso analogo approccio, scendere cioè nel dettaglio dei possibili interventi ritenuti idonei per farvi fronte.

    Dopo di che, una volta inquadrati detti interventi secondo il proprio punto di vista, e ispirandosi ad una concezione liberal riformista, vedere quali sono al riguardo le maggiori affinità con altre formazioni politiche, indi procedere di conseguenza, e non a caso il Direttore ricorda che all’epoca del giustizialismo preferì proteggersi in un “centro-destra liberale e più amico dei socialisti”.

    Così facendo anche le eventuali scomuniche divengono a mio parere armi un po’ spuntate, da qualunque parte arrivino, perché prevale la “sostanza”, nel senso che si misura la capacità di individuare soluzioni realistiche ai vari problemi (come succedeva un tempo).

    Paolo B. 26.08.2015

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