domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Riforma Costituzionale
e Italicum
Pubblicato il 24-08-2015


Riforma Costituzionale e Italicum

Dal combinato disposto della Riforma Costituzionale in atto e della legge elettorale (l’Italicum), già approvata dal Parlamento ma valida a partire dal 2016, si evince un disegno contraddittorio e una serie di incongruenze.

Il sistema politico è concentrato nella discussione sul Senato federale, che a mio parere va bene così salvo alcune modifiche, mentre manca una vera discussione sulla forma di Stato che la Riforma non tocca e sul federalismo incompiuto ovvero sul neocentralismo statale.

Cominciamo dall’Italicum. La nuova legge elettorale prevede un premio di maggioranza non più alla coalizione, che prende la maggioranza dei voti, ma alla lista che superi il 40% dei voti; in caso negativo si va al ballottaggio tra le due liste che hanno preso più voti. Non ci sono apparentamenti né al primo né al secondo turno. La soglia di accesso per avere diritto alla ripartizione dei seggi è del 3%, viene introdotta la preferenza ma il territorio nazionale viene suddiviso in cento piccoli collegi con i capilista bloccati, di modo che, con il meccanismo delle candidature plurime, quasi la metà dei parlamentari risulterà di nuova nominata.

L’Italicum ha un disegno contraddittorio perchè da un lato il premio alla lista sembra disegnare un sistema maggioritario basato su due o te poli, mentre la bassa soglia di sbarramento consente la formazione di piccoli partiti anche non coalizzati sul modello del proporzionale.

Allo stesso modo la reintroduzione delle preferenze viene vanificata dalla previsione di collegi piccoli, capilista bloccati e candidature plurime.

Ma la vera grande incongruenza sta nella Riforma Costituzionale che non si occupa affatto della forma di Stato, per cui la Repubblica resta parlamentare, il presidente del Consiglio resta un “primus inter pares” che non può neanche sostituire i propri ministri, mentre in questi anni le schede elettorali delle coalizioni o dei maggiori partiti riportavano i nomi dei propri leader, quasi come se fosse una forma di elezione diretta.

Il capo del Governo deve avere la fiducia in Parlamento per poter governare e se cade non è detto che si debba andare alle elezioni anticipate, perché se si trova una maggioranza si da vita ad un nuovo governo, come è successo ultimamente con Renzi che ha sostituito Letta o con Monti che sostituì Berlusconi. Con tutte le polemiche che ne sono seguite .

Resta così il forte contrasto tra la Costituzione reale e quella di fatto che si è andata costruendo in questi anni con leggi maggioritarie.

Dopo tante discussioni di questi anni non c’è nessuna scelta verso il Presidenzialismo o il semi o il premierato e tutto resta come prima.

Altra grande incongruenza è il disegno neocentralista che sta al centro della riforma. Viene cancellato il lungo elenco di materie concorrenti, ma queste vengono tutte riportate in capo allo Stato. Una marcia indietro notevole rispetto all’originario titolo V e le Regioni vengono ridimensionate parecchio rispetto al loro ruolo tanto che alcuni parlano di un disegno preciso di volerle trasformare nelle nuove Province con meno competenze legislative e di programmazione e più compiti di gestione. Esattamente il contrario della loro mission .

Insomma una riforma istituzionale un po’ confusa che non sceglie un modello, ma li tiene tutti insieme, in una logica di compromesso tra le diverse esigenze senza un grande respiro politico istituzionale.

Certo il compromesso è figlio della politica e della situazione del momento, ma la Costituzione deve avere una visione strategica perché non la si può cambiare a ogni piè sospinto.

Donato Robilotta

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