domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Sarajevo. Tra decadenza
e modernità
Pubblicato il 24-08-2015


SarajevoA Sarajevo la guerra è finita da vent’anni. Ma nei volti che si incontrano per strada si legge ancora quella feroce arroganza tipica di chi combatte. Edifici marchiati dal fuoco dei cecchini si alternano parossisticamente a grattacieli di nuova costruzione dalle forme audaci e sfrontate, in un disturbante mosaico di architetture. A Sarajevo la guerra è finita. I giovani bosniaci, complice anche la crescente disoccupazione, sono tornati a popolare le antiche vie del centro dal delizioso odore di spezie e caffè, dove il gusto europeo, ereditato dalla dominazione austro-ungarica, si fonde alle forti reminiscenze ottomane e agli alti minareti. I locali della movida, con il wi-fi, le luci abbaglianti e la musica frastornante, sembrano offuscare gli schizzi di vernice rossa lasciati agli angoli delle strade a ricordo delle vittime delle granate. I grandi centri commerciali, come l’imponente «Sarajevo City Center», costruiti dai ricchi arabi sauditi, convinti che Sarajevo costituisca per loro una finestra musulmana sull’Europa, distolgono l’attenzione dalle obsolete carrozze del tram, impietose donazioni di Austria e Francia.

A Sarajevo la guerra è finita. Ma più di undicimila dei suoi abitanti riposa nei cimiteri che vestono di bianco le colline circostanti, mentre nelle strade sottostanti imperversano le gare automobilistiche clandestine, ormai vera e propria piaga sociale. Più di una volta, seduti in un Caffè, può capitare di sentir sentenziare, con quella profetica convinzione mista a colpevole ingenuità propria dei nostalgici, che Tito «non era un dittatore», ma «un grande uomo e politico», e se si prova a ricordare i crimini commessi dal regime titino si finisce con il restare invischiati in un cieco giustificazionismo. A Sarajevo la guerra è finita. Ma le elezioni dello scorso ottobre hanno riconfermato la vecchia e corrotta élite politica, distruggendo le speranze di tutti coloro che avevano, forse troppo frettolosamente, creduto a una «primavera bosniaca» dopo i disordini del febbraio 2014. I partiti nazionalisti e conservatori sono tornati alla guida di un paese reso volontariamente ingovernabile dal pesante apparato statale ereditato dagli accordi di Dayton; quegli stessi accordi che hanno posto fine alle violenze, ma non alla guerra, che continua a essere combattuta a colpi di burocrazia e velleità secessioniste.

Melissa Aglietti

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